In un periodo storico in cui le migrazioni insidiano prepotentemente (e in maniera ingiustificata) le coscienze degli individui, instaurando ragionamenti intrisi di razzismo e di paura, ecco che nel Beneventano emerge una realtà che si pone in netto contrasto con queste pratiche. Scardinare i pregiudizi che ruotano intorno a quei ragazzi che fuggono dai propri paesi d’origine, chi per un motivo, chi per un altro, per favorire un processo che porti all’integrazione degli stessi all’interno della società è la mission dell’Associazione Sportiva Dilettantistica Atletico Brigante.

Un calcio al razzismo, sì perché quello che fanno i ragazzi dell’Atletico è sfruttare lo sport, ed in particolar modo il gioco del calcio, per favorire l’aggregazione tra i giovani immigrati e i ragazzi del territorio e veicolarne le esigenze calandole all’interno di un contesto di forte solidarietà. L’impegno dei giovani dell’associazione trascende, però, la mera idea di sport: l’aggregazione dal basso che viene portata avanti, infatti, consta anche della formazione di corsi di Italiano gratuiti per i propri amici provenienti dalle più svariate parti dell’Africa e della formazione di un meccanismo di relazioni che non si esaurisce solo nel concetto di semplici compagni di squadra. Quello che è stato ribadito più volte è che i membri della compagine sono parti di una vera e propria famiglia, e in quanto famiglia non esiste un impianto verticistico in cui ”i bianchi” risolvono i problemi dei ”neri”. Non vi è una delega di compiti, cosa che andrebbe a riproporre un ideale stereotipato dell’immigrato che si affida in toto all’opera caritatevole di chi lo accoglie: qualsiasi decisione viene presa in gruppo, a seguito di assemblee che pongono in essere un perfetto meccanismo orizzontale, in cui tutti hanno la stessa importanza. Ed è forse questo il salto antropologico che ”I Briganti” portano a compimento, considerare quelli che tutti vedono come semplici immigrati amici, fratelli, parti essenziali di un unico grande meccanismo.

Quando molti di loro sono stati cacciati da un centro di accoglienza a Benevento a seguito della sua chiusura, tutti insieme ci siamo recati al dormitorio della Caritas e abbiamo passato lì la notte, a testimonianza del fatto che quando uno di noi ha un problema questo viene risolto in gruppo” ha dichiarato uno dei responsabili della fondazione dell’Atletico Briganti, Cosimo Pica, all’incontro organizzato dal Professore Gennaro Avallone in collaborazione con la cattedra di Sociologia Urbana e tenutosi questa mattina presso la facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università di Salerno.

Insieme abbiamo poi portato avanti una vertenza per poter fare in modo che i nostri amici potessero avere un posto dove dormire. Attualmente alcuni si trovano in centri d’accoglienza e altri in case famiglia” ha proseguito Pica.

Nel corso dell’evento sono giunti anche gli esponenti di un’altra realtà simile, presente però sul territorio salernitano, quella della ”Zona Orientale Rugby Popolare”, i quali hanno alimentato il dibattito formativo contribuendo, con il racconto delle proprie esperienze, a dare un’altra visione della questione dell’accoglienza dei migranti. Le pratiche dal basso portate avanti da entrambe le associazioni sono la testimonianza che il razzismo può essere combattuto e chissà che non possa crearsi una sinergia tra le due realtà e che queste due non possano, tramite il proprio operato, essere una piccola goccia in grado di poter inquinare il mare del razzismo che tacitamente continua ad essere alimentato sempre di più.

A questo link è possibile accedere al sito web dell’Atletico Brigante: http://atleticobrigante.altervista.org/index.html

Vincenzo Marotta

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