Sono finiti i soldi. In questa semplice, dura e inaccettabile sentenza sta il nucleo della questione che riguarda l’ormai disastrata Provincia di Caserta, avviata in questi giorni al più classico dei “chiuso per fallimento”: come ogni fallimento, però, ci sono dei precisi responsabili (pochi) e delle vittime (tante).

Era l’aprile del 2014, quando l’allora Governo Letta approvava il disegno di legge firmato dal Ministro degli Affari Regionali di quell’esecutivo, Graziano Delrio, che prevedeva, tra l’altro, la trasformazione delle province in enti di secondo livello e l’istituzione delle chimeriche Città metropolitane. Si trattava di un provvedimento che si inseriva nel più ampio progetto, che allora prendeva forma tra l’entusiasmo generale dei renziani rampanti, di riformare le basi istituzionali dello Stato, sulla base di un rimescolamento dei rapporti e dei poteri tra Governo centrale ed enti locali (tra cui la Provincia veniva considerata uno dei carrozzoni più inutili e spendaccioni).

Una mossa che appariva piena di senso, in un contesto politico che appariva stabile e indirizzato a beneficio dell’ascesa di Matteo Renzi, ma che ha rivelato tutte le sue debolezze intrinseche (e specialmente un’assenza congenita di sistematicità con il resto della normativa localistica), emerse improvvisamente quando i “pezzi” più importanti delle riforme pianificate dal PD sono venute meno in occasione dell’ultimo referendum.

A quel punto, la schizofrenia della disciplina voluta da Delrio è diventata palese: la riforma delle province, che tagliava fondi agli enti in vista del loro smantellamento e imponeva loro una “tassazione” pesantissima, a scopo di ritrasferimento delle risorse allo Stato, è rimasta “da sola”, moncone di un sistema che era stato amputato delle sue altre propaggini: senza queste perdeva molto, se non tutto, del suo senso fondante. In sostanza, la legge che intendeva fare il funerale alla Provincia, è rimasta a celebrare le esequie mentre il dichiarato morto scappava dalla bara.

Così, gli enti locali sono praticamente sopravvissuti così com’erano, ma nel frattempo è rimasta anche la sanguisuga finanziaria che li doveva prosciugare. Ora che c’è di nuovo bisogno di foraggiarne le numerose attribuzioni e competenze, tra cui quelle sulla scuola, si pongono problemi impensati fino a 6 mesi fa. Evidentemente, non tutte le province avevano in partenza le carte in regola per farcela da sole, nonostante tutto: tra queste realtà più sfortunate c’era appunto la Provincia di Caserta, che oggi denuncia una situazione ai limiti della paralisi istituzionale, che si sta ripercuotendo sull’erogazione di servizi essenziali.

Emblematico proprio il caso della scuola, per cui non ci sono più le risorse per la gestione ordinaria (alcune fonti parlano persino dell’impossibilità di acquistare la carta igienica per i bagni) e per cui si è messa in discussione persino la pacifica conclusione dell’anno in corso. La crisi non si vede solo sui banchi, però: in pericolo ci sarebbero anche numerosi posti di lavoro, con lavoratori di diverse realtà che rischiano in prima persona di pagare lo scotto di un’empasse che si fa sempre più preoccupante.

Non tira una buona aria, a Caserta, soprattutto da quando ci si è accorti che a Roma non è che si scervellino per trovare una soluzione in tempi rapidi: l’emendamento al cosiddetto “Decreto salva province”, quello che deve rimediare alle storture provocate dalla sopravvivenza della legge Delrio , non accenna ad arrivare. La discussione sul punto è stata rinviata già rinviata in un’occasione in Consiglio dei Ministri, inducendo a pensare che la questione non rappresenti una priorità per l’esecutivo.

Eppure, più che sbracciarsi dalla nave che affonda, per attirare l’attenzione di qualche soccorritore di passaggio, il Presidente della Provincia facente funzioni, Silvio Lavornia, per ora non può tentare. I tagli al budget di un ente che è già in predissesto dal 2015 ne hanno definitivamente compromesso le funzioni vitali, così a Lavornia non è rimasto molto altro da fare che aumentare la cassa di risonanza di questa tragedia della cattiva legislazione, dichiarando apertamente in Consiglio, il 3 aprile scorso, che «potremmo arrivare alla chiusura degli istituti scolastici e se non lo faremo è solo per non commettere il reato di interruzione di pubblico servizio. Inoltre se dovessimo chiuderle non potremmo riaprirle prima di 5 o 6 mesi. È certo però che se domani l’Enel dovesse chiederci di pagare le bollette non saremmo in grado di farlo e l’erogazione di energia potrebbe essere interrotta. Anche gli esami di stato sono a rischio». Da non crederci, se non fosse tutto vero.

Una delegazione della “Rete Informale dei Genitori delle Scuole Casertane” è arrivata ad occupare la sede della Provincia, dopo un incontro avuto sempre con Lavornia. Si cerca, anche con azioni dimostrative come questa, di accelerare i tempi sul “salva province”, almeno per chiudere l’anno scolastico con dignità.

Fermo restando che, al problema della scuola, si diceva che si aggiunge la sorte drammatica dei dipendenti di aziende appaltatrici di servizi in Provincia e di alcune partecipate, che dalla scorsa settimana sono senza lavoro proprio per l’impossibilità dell’ente di pagare gli stipendi. Anche la rete stradale gestita dalla Provincia è a forte rischio, per la difficoltà a coprire le spese di manutenzione.

Il paradosso è che, pure se arrivassero dei correttivi, questi potrebbero non bastare. Ci sarebbero altre questioni aperte, come quella dei prelievi forzosi che, dal 2014, la legge Delrio impone alle stesse province in ragione di alcuni indicatori. Dei trasferimenti di risorse che stanno dissanguando la Provincia di Caserta perché, non si sa bene come, questi indicatori le attribuiscoo la stessa disponibilità finanziaria di quella di Milano. Si tratta di decine di milioni di euro che se ne vanno ogni anno e di cui il Presidente Lavornia ha chiesto la restituzione, correggendo una legge che così disponeva, soltanto 3 anni fa (ma sembra un secolo) “perché tanto, tra poco, le province le tolgono di mezzo”.

Ludovico Maremonti

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Nato a Napoli 29 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo "Sannazaro", quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Attualmente sono dottorando di ricerca in Storia delle Istituzioni presso l'Università "La Sapienza" di Roma. I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.