Caro direttore,
il tempo passa sempre velocemente qui e ormai le giornate sono lunghe e c’è spesso anche il sole. L’autobus che raggiunge l’aeroporto e che parte ogni dieci minuti da Waverly Station è sempre strapieno e il cielo di primo mattino abbonda di colori vivaci, dal viola al giallo, al verde. Lingue da tutto il mondo ridondano nella mia testa e mi creano quella consueta confusione che, in fondo, mi strappa ogni giorno un sorriso. Non ho mai voglia di andare a lavoro, preferirei scrivere standomene beatamente seduta nei parchi, oppure andare al mare, al fiume o in giro per i negozi. Ma lavorare mi tocca e in fondo sono qua per questo. Ricominciare da capo, riscrivere un’altra vita ripensando qualche volta a quella vecchia, guardare agli anni trascorsi a Napoli e vederli come in un buco nero, riconsiderare come inutili anche tutte le cose buone fatte in quella città dove ormai un’assurda rassegnazione divora la gente, la quale corre, corre e pare non fermarsi mai a riflettere.

Tutto è diventato parte di me e sempre penso a tutto questo. Non mi fraintendere, direttore. Non sto dicendo che lì da te la gente non riflette. È solo un mio punto di vista, perché in fin dei conti dappertutto, e anche in Italia, le persone corrono a lavoro, a prendere i figli a scuola, a fare la spesa. Solo che, secondo me, gran parte di loro raramente si ferma a pensare. Pensare alla grande bellezza del sole, del mare, della gente stessa. Trovo fantastico osservare le persone, la loro diversità, il loro fare che li contraddistingue.

La gente è bella tutta, e Edimburgo me lo dimostra ogni giorno. È incredibile come, in certi giorni, semplicemente stando seduti, il mondo ti passi accanto. Milioni di persone divorano questa piccola capitale del nord, questo piccolo angolo di cielo tra terra e mare, adagiata su quel che resta di un antico vulcano spento, con le ginestre, gli scoiattoli che ti chiedono da mangiare e le volpi che ti attraversano le strade anche durante il giorno, questa piccola città con i tetti a punta delle sue cattedrali protestanti che raggiungono il cielo e le case vittoriane che ti ricordano quanta storia sia passata e quanta ancora ne passi di qua.

Se fossi rimasta lì, mi sarei persa tutte queste cose e, forse, mai avrei capito quanto bella è la vita e mai avrei conosciuto quella donna che, col marito in carrozzella, sta facendo il giro del mondo, da Glasgow a Roma, da Madrid a Parigi, da Vancouver a Napoli. Una signora sui sessant’anni che cerca di soddisfare gli ultimi desideri di suo marito, che da qualche anno è costretto a vivere su di una sedia a rotelle. Ricordo molto bene quel giorno, perché, come quasi mai accade, riuscii a parlare con lei per qualche minuto in più, prima di vederla allontanarsi spingendo faticosamente quella carrozzella. Ma, con un sorriso colmo di gioia, il sorriso di chi vive ogni giorno come fosse l’ultimo, la serenità di chi ha compreso davvero il senso della vita e, per questo, ha scelto di viverla così. In giro per il mondo.

Mi parlò dei suoi viaggi, dei souvenir che custodiva gelosamente e di quanto una città italiana sia bella e nello stesso tempo ricca di barriere architettoniche. Senza saperlo, la signora mi parlò di Napoli, delle sue bellezze, delle sue stradine e di quando la gente fosse incredibilmente bella laggiù. Di quanto Pompei fosse affascinante e di quanto sia suggestivo guardare il Vesuvio in mezzo al mare all’ora del tramonto. Poi, con un velo di tristezza mi disse che per il marito quello era stato un viaggio molto complicato e che lei stessa aveva faticato molto durante quei giorni. Trovare un bagno pubblico era stata un’impresa difficile, salire sugli autobus nemmeno a parlarne. Se c’era spazio in treno per lei, non c’era per il marito. E perfino in albergo c’erano difficoltà. Non ho mai detto alla signora di essere napoletana, e di solito lo faccio, ostentando con orgoglio il mio essere partenopea e figlia di una delle città più belle del mondo.

Tutti quelli che ormai mi conoscono, di me non dicono “l’italiana”, ma la “napoletana”, perché anche se la mia squadra del cuore è la Juventus, questo non vuol dire che odio la mia città, che rinnego le mie origini o che disprezzo la mia gente. Perché Napoli è bella e io, da buona cittadina, ce l’ho nel sangue. Ma, quello che noi viviamo come normale, per alcuni normale non è. Dovremmo imparare davvero cos’è il rispetto, quali sono le cose importanti, quali quelle necessarie e quali addirittura indispensabili. Perché il vivere civile, la considerazione per gli altri o il semplice rispetto delle leggi che regolano l’abbattimento delle barriere architettoniche, potrebbero evitarci di essere considerati sempre gli ultimi. Tutto questo potrebbe aiutarci a impostare finalmente tutti sulla stessa lunghezza d’onda: quella del rispetto e della convivenza delle diversità di ogni genere.
Ciao direttore.

Anna Lisa Lo Sapio

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Nata in provincia di Napoli, 11/06/1983. E' Laureata in Scienze Politiche. Inizialmente, ha lavorato nell'area commerciale di alcune aziende ma ha presto capito che la sua strada non poteva avere a che fare solo con l'aspetto economico della vita. Amante della storia e appassionata dei segreti di Stato, ha realizzato studi e ricerche sulla società italiana durante gli anni di piombo e sui motivi che spingono l'uomo a commettere stragi e ribellioni contro altri uomini. Di se stessa dice : "Meglio vivere una verità difficile che una bugia comoda". Vive a Edimburgo. Per scriverle: losapio.annalisa@libero.it