Presentato a Roma dalla Fondazione per lo Sviluppo sostenibile il Manifesto della green economy della Città Futura. Sette tappe fondamentali per la sostenibilità globale che non può prescindere dalla dimensione cittadina.

Il Manifesto della green economy espone in sette punti il programma che la città del domani, in ottica di una sostenibilità ambientale completa, dovrà seguire. Gli studi lo confermano: è nelle città che si concentrano le maggiori emissioni – circa il 70% – e si prospetta un futuro dove gli agglomerati urbani continueranno a crescere, espandersi – e se qualcosa non cambierà – ad inquinare. Le iniziative internazionali non mancano e concedono un discreto ottimismo.

25 le città americane ad emissioni zero – e si prospetta il raggiungimento di quota 100 entro l’anno – mentre Copenaghen sarà entro sette anni carbon neutral – capace quindi di assorbire quanto emesso. Altre grandi città europee hanno in programma cambiamenti progressivi ed epocali: Oslo bandirà le auto entro il 2019, nel 2020 Londra bloccherà il diesel seguita dopo qualche anno da Atene e Bruxelles. Le città voltano le spalle alle auto e progettano reti di trasporto green: il futuro prevede una viabilità diversificata, meno inquinante e più efficiente.

La sostenibilità globale passa anche attraverso interventi di tipo paesaggistico come può essere l’operazione green della città di Parigi: 30 mila alberi piantati e un record di giardini condivisi. Senza dimenticare la cintura verde di Londra estesa oramai per decine di chilometri. Ma una città è spesso sede di aree dismesse, quartieri abbandonati e degradati: nella città di Malmö, in Norvegia, dove una zona di edifici  abbandonati è stata trasformata in un modello di sostenibilità, con aree per l’agricoltura urbana, tetti verdi e impianti di riciclo delle acque. Operazioni simili con grossi investimenti privati e pubblici si contano in Francia, Germania, nei paesi scandinavi e nelle metropoli americane. E l’Italia?

Escluse poche eccezioni, come Milano e Genova, il panorama è piuttosto statico. Paradossalmente proprio l’Italia, dove il dove il 67% della popolazione si concentra nelle 100 prime città e dove il 70% degli edifici ha più di 40 anni, potrebbe e dovrebbe tracciare le linee guida per il rinnovamento. La città del futuro deve parlare italiano e in quest’ottica il Manifesto rappresenta un’occasione importante.

“Il ripensare alla ristrutturazione ecologica e sociale di intere aree cittadine – sostiene il presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Edo Ronchiè la chiave per bloccare l’espansione urbanistica illimitata dando risposte alla domanda di nuove abitazioni. Quello francese è un esempio importantissimo per il nostro Paese, dove la legge contro il consumo di suolo si trova oggi in un’impasse. Ma la potenziale coniugazione della green economy alle politiche di sviluppo urbano è effettivamente il driver per un green new deal dei nostri centri, la chiave per il rilancio del protagonismo delle città italiane”.

Al Manifesto della green economy per la città futura hanno già aderito architetti di fama internazionale come Richard Meier, Richard Rogers, Thomas Herzog, Ken Yeang, Albert Dubler, in qualità di Presidente dell’International Union of Architects, Georgi Stoilov in qualità di Presidente dell’International Academy of Architecture e autorevoli architetti italiani tra cui Paolo Desideri, Luca Zevi, Francesca Sartogo. Nel corso della presentazione è arrivata anche l’ adesione di Enzo Bianco, sindaco di Catania che ha anche annunciato anche che si farà promotore in Anci affinché tutti i sindaci italiani lo sottoscrivano.

La green economy rappresenta anche un nuovo modo di vedere e immaginare il lavoro. Proprio nelle città vive oltre il 50% della popolazione mondiale e si produce l’80% del PIL e il 70% delle emissioni. Sempre nelle città si concentrano i maggiori investimenti economici che le Nazioni Unite stimano in 1,3 trilioni di dollari al 2019. Un mondo nuovo che potrebbe accontentare tutti: più efficiente e più verde.

Francesco Spiedo

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Sangiorgese classe ’92, istruttore di Kung-Fu e laureato in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio. Ha pubblicato racconti sparsi e romanzi misti, ama la definizione scrittore emergente e guai a chiamarlo esordiente. Frequenta il corso annuale a Belleville – La scuola con la speranza di entrare nella vecchia e cara Repubblica delle Lettere. Nel frattempo scrive per la testata giornalistica online Libero Pensiero, occupandosi principalmente di ambiente, e collabora con Bookabook, senza apparenti meriti letterari.