Lunedì 10 aprile, a partire dalle ore 17, presso la sede della fondazione Premio Napoli al Palazzo Reale, si è tenuto l’incontro “Dallo stato sociale allo stato penale. Decreto Minniti, riforma del diritto e del processo penale: il definitivo tentativo di criminalizzare il dissenso, l’emarginazione e la povertà?”. Presenti, tra gli altri, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e il vice sindaco Raffaele Del Giudice.

La discussione si è incentrata sul tema della repressione penale, utilizzata come strumento di controllo del dissenso laddove, da decenni, si è smesso di investire in politiche sociali e politiche lavorative, assecondando le esigenze del mercato e solleticando il ventre molle di una società che, sempre più incattivita dalla crisi, chiede interventi legislativi autoritari e individua il nemico nei soggetti più deboli ed emarginati. Il decreto Minniti si inserisce in questo filone introducendo, tra le altre cose, il cosiddetto Daspo urbano, misura di prevenzione con la quale il sindaco può interdire intere zone della città a soggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza urbana, andando però ad allargare in maniera pericolosa il concetto stesso di sicurezza, fornendo un assist a chi ritiene che povertà e marginalità siano un problema di ordine pubblico anziché un enorme problema sociale.

Il dibattito è stato introdotto e moderato dall’avvocato Domenico Ciruzzi, presidente della Fondazione Premio Napoli, il quale ha sottolineato come un ente che si occupi di promuovere la cultura e la bellezza abbia il dovere di affrontare il tema della tutela dei più deboli poiché l’educazione alla bellezza non ha senso se non si occupa della cura delle marginalità. L’avvocato ha inoltre fatto un quadro generale della situazione politico-sociale del nostro Paese, evidenziando come l’abbassamento delle tutele sociali viaggi di pari passo col protagonismo e l’espansione della sfera penalistica.

Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, si è soffermato sul decreto Minniti e ha espresso la posizione che l’amministrazione cittadina intende portare avanti non appena il suddetto verrà convertito: «attendiamo la scadenza del 20 aprile, quando il decreto dovrà essere convertito. Stiamo lavorando ad una delibera costituzionalmente orientata». Il primo cittadino ha riferito che il decreto varato dal governo è stato caldeggiato anche da alcuni sindaci in sede ANCI ma che in realtà rappresenti un grave problema per le amministrazioni locali in quanto, con la previsione che le ordinanze introdotte dal ministro degli Interni debbano essere a costo zero, il governo passa la patata bollente della sicurezza ai comuni fornendogli strumenti di repressione e non strumenti finanziari per la lotta al degrado e all’abbandono.

Francesco Forzati, professore di diritto penale presso la Federico II di Napoli, ha evidenziato come il decreto Minniti si faccia portatore di una idea potestativa della sicurezza che non produce diritti ma poteri che, come risultato, provocano solo una ulteriore emarginazione delle povertà. «Dov’erano la necessità e l’urgenza – ha aggiunto il docente – di aumentare la criminalizzazione in un Paese con il più alto tasso di carcerazione per droga in Europa? Bisognerebbe garantire la sicurezza attraverso la promozione dei diritti ma questi hanno un costo. La sicurezza della tolleranza zero, invece, non ha costi finanziari».

Questo aspetto è stato sottolineato anche da Mario Barone, presidente della Fondazione Antigone, il quale si è poi soffermato sul concetto di decoro, introdotto dal decreto senza specificarne limiti e contenuti, che «sembra applicare alle persone un concetto che, tipicamente, si utilizza per gli edifici».

Alfonso De Vito, attivista dei movimenti sociali napoletani, ha evidenziato come il decreto e la logica politica che lo sottende puntino a canalizzare l’insicurezza sociale in securitarismo, con l’intento di creare conflitto orizzontale e allontanare lo spettro, pericoloso per l’establishment, del conflitto verticale. Lo stesso De Vito ha poi aggiunto che, quando si parla del decreto Minniti, bisognerebbe metterlo sempre in connessione con le nuove misure in tema di immigrazione, dovendosi perciò parlare, nel complesso, di pacchetto sicurezza.

Sulla stessa lunghezza d’onda l’intervento di Aboubakar Somahoro, attivista della rete antirazzista. «È necessario mettere in sinergia le mobilitazioni antirazziste con le mobilitazioni sociali», questo è il sunto del suo discorso in quanto, se da un lato il decreto immigrazioni crea tribunali speciali per i migranti, dall’altro lato il decreto Minniti crea istituti giuridici differenziati per gli emarginati e queste marginalità devono necessariamente fare fronte comune.

Alfonso Tatarano, avvocato penalista, ha invece sottolineato come tutte le misure di prevenzione, in generale, siano degli strumenti discutibili e pericolosi, di recente stigmatizzati anche dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo nella sentenza De Tommaso del 23 febbraio in quanto misure che comminano sanzioni penali di serie B che non ricevono adeguata tutela giurisdizionale.

Ha poi preso la parola Eduardo Sorge, attivista di Bagnoli libera secondo cui quello della repressione penale del dissenso non è un tema nuovo del sistema italiano, ma è elemento fondante del neoliberismo che spiega il numero incredibile di processi a carico degli attivisti dei movimenti di protesta in questo Paese.

Il giudice Alfredo Guardiano, consigliere della Corte di Cassazione, si è soffermato sugli aspetti tecnico-giuridici del decreto Minniti, evidenziando come si sia proceduto a creare «una sorta di sicurezza comunitaria in cui concorrono più soggetti istituzionali» che aumenta pericolosamente i centri di potere politico autorizzati a intervenire in ambito penale. Lo stesso giudice ha però detto che, a suo avviso, ci sono i margini per adottare interpretazioni del decreto che ne smussino il carattere autoritario.

Non è stato dello stesso avviso il professor Giovanni Verde, ex componente del CSM, il quale ritiene che il decreto consenta ai sindaci più sensibili ai richiami populisti della piazza di adottare provvedimenti pericolosi.

La validità del decreto Minniti scade il 20 aprile, bisognerà capire cosa accadrà con la sua conversione. Nel frattempo i movimenti promettono di non far calare l’attenzione sul tema e si preparano a mobilitarsi nei prossimi mesi.

Mario Sica

CONDIVIDI
Articolo precedente“La linea del tempo”: nuovo percorso archeologico al Maschio Angioino
Articolo successivoL’agnello di Silvio
Nasce a Napoli nel 1988. Dopo aver trascorso i primi dodici anni di vita nella provincia nord di Napoli, a Villaricca, si trasferisce a Soccavo, quartiere di origine dei propri genitori. Durante gli studi classici, matura e coltiva la passione per il giornalismo e la scrittura creativa ed inizia una lunga militanza nei movimenti anticamorra e nei comitati territoriali della città di Napoli. Nel 2017, a “soli” 28 anni, consegue la laurea in giurisprudenza presso la Federico II. “Malato” di calcio e tifosissimo del Napoli, negli ultimi anni si appassiona alla boxe. Appassionato di lettura, in particolare classici e saggi storici, per sensibilità politica ha approfondito le sue conoscenze storiche dei movimenti di lotta del Novecento e del lungo processo di emancipazione del Sud America dal colonialismo ad oggi. Ha provato ad imparare a suonare la chitarra durante l’adolescenza ma, appurato di essere impedito, ha deciso di limitarsi all’ascolto di musica, in particolare De Andrè, Brassens, Pino Daniele e tutto il neapolitan power degli anni ’70 e ’80. Coltiva l’illusione, in un Paese che legge sempre meno e peggio, di poter trasformare la sua passione per la scrittura ed il giornalismo in un mestiere retribuito.