In un processo produttivo sempre più in mano ai robot, la “fine del lavoro” sembra non essere più così distante. Ma quali prospettive offre ancora l’industria all’uomo?

La specie umana costretta a reinventarsi per poter sopravvivere ad un’ondata di robot. No, non è la trama dell’ennesimo film apocalittico uscito nelle sale, ma una prospettiva che presto il mercato del lavoro potrebbe trovarsi ad affrontare.

È sempre più evidente, infatti, il rapporto tra la robotizzazione dell’industria e una disoccupazione a livelli record.
Proprio questa relazione è stata l’oggetto di uno studio condotto da Daren Acemoglu e Pascual Restrepo per il NBER (National Bureau of Economic Researches), da cui è risultato che ogni robot inserito nel mercato rischia di togliere il posto ad un numero di lavoratori che varia da 3 a 6, comportando inoltre una diminuzione dei salari intorno allo 0,25/0,5%.

Le cose non sembrano destinate a migliorare, considerato che entro il 2025 il numero dei robot impiegati nell’industria dovrebbe raddoppiare rispetto agli 1.5 milioni attuali. Una ricerca dell’Università di Oxford del 2013, inoltre, afferma che il 47% degli attuali posti di lavoro negli USA sono a rischio “computerizzazione” nel breve-medio termine; studio poi approfondito nel 2016 dallo ZEW (Centro per la Ricerca economica Europea) che ha stabilito le aree più interessate dall’automazione del lavoro, arrivando al 78% nei compiti più manuali.

Insomma, la prospettiva è molto simile a quella che Jeremy Rifkin profetizzava già nel 1995 nel suo saggio “La fine del lavoro, il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato”. Nel suo testo, Rifkin analizza quella che lui definisce “la quarta rivoluzione industriale” o “industria 4.0″, paventando lo spettro della “fine del lavoro” per come lo conosciamo oggi; infine, auspica un futuro in cui il lavoro debba essere maggiormente distribuito, senza andare a ridurre però i salari, in modo da combattere la disoccupazione dovuta alla robotizzazione.

Con il passare degli anni sono emerse altre proposte per fronteggiare lo sviluppo dei robot. Negli ultimi tempi impazza sicuramente il dibattito sulla possibilità o meno di applicare un reddito “di cittadinanza” o “di inclusione”, che se da un lato darebbe una fortissima spinta all’economia aumentando la domanda e fungendo da “paracadute” per coloro che perdono il lavoro a causa dell’automazione, dall’altro creerebbe il rischio di una staticità del mercato del lavoro, oltre che di una spesa pubblica insostenibile.
Recentemente si era parlato anche della “tassa sui robot” proposta da Bill Gates, non proprio l’ultimo arrivato in campo di informatica. Un’imposta sulle macchine impiegate in campo lavorativo andrebbe a reintegrare quello che lo Stato perde in termini di contributi rispetto al lavoro svolto da un operaio, ma rischierebbe di essere d’intralcio allo sviluppo tecnologico disincentivando le aziende produttrici di questi robot, e di risultare quindi “anacronistica”.

Non c’è quindi un’unica strada da seguire per affrontare questo fenomeno, ma diverse sono le soluzioni possibili per riaffermare il ruolo dell’uomo nell’industria del futuro. Purché si riconosca il problema: in Italia l’età media dei lavoratori è in continuo aumento (44 anni secondo dati aggiornati al 2017), ed una buona fetta degli occupati oggi è completamente estranea alle moderne dinamiche tecnologiche e informatiche sviluppatesi negli ultimi 20 anni, e che invece molti giovani tuttora disoccupati hanno vissuto e vivono da protagonisti. Una riforma che abbassi di netto l’età pensionabile permetterebbe quel ricambio generazionale che non può fare che bene al mercato del lavoro, permettendogli di adattarsi agli standard tecnologici odierni.

Forse, tutto sommato, la strada migliore sarebbe semplicemente lasciare che i giovani si riprendano il loro tempo e il loro futuro.

Simone Martuscelli