«Distesa sul divano, con le mani tra le ginocchia, Mariam fissava i mulinelli di neve che turbinavano fuori dalla finestra. Una volta Nana le aveva detto che ogni fiocco di neve era il sospiro di una donna infelice da qualche parte del mondo. Che tutti i sospiri che si elevavano al cielo si raccoglievano a formare le nubi, e poi si spezzavano in minuti frantumi, cadendo silenziosamente sulla gente.

        “A ricordo di come soffrono le donne come noi ” aveva detto. “Di come sopportiamo in silenzio tutto ciò che ci cade addosso.”»

Dalla penna di Khaled Hosseini, una storia emblematica d’amore, d’amicizia, di sacrificio e di solidarietà, sullo sfondo di un Afghanistan pervaso dall’odio di una guerra violenta e sanguinosa. Una storia di donne, donne diverse, vittime di una stessa cultura stupida e maschilista, eppure inviolabile. Due destini forzatamente uniti dalla tragedia, nella tragedia.

Da una parte, Mariam, una harami, una bastarda, una figlia illegittima, nascosta come una macchia nera su un abito bianco. Dall’altra, Laila, nata nella notte della rivoluzione del 1978, bella e avviata all’istruzione dalle premure del padre.

  • Mariam, fino a 15 anni, ha sempre vissuto con sua madre Nana sulla collina di Herat: non ha mai visto la città. Tante volte sua madre le ha ripetuto che lei, nella casa di suo padre Jalil non sarebbe stata ben accetta. Lei è una harami, e per di più è stupida e testarda. Mariam e sua madre Nana vivono nella kolba: lì Nana l’ha data alla luce, da sola, dopo due giorni di atroci sofferenze, tagliando con le sue stesse mani il cordone ombelicale. Mariam è costretta a scusarsi di essere venuta al mondo, in quel modo orribile che a detta di suo padre non è altro che una bugia. A 15 anni, decide di andare in città, di conoscere la casa di suo padre e dei suoi fratelli, nonostante Nana continuasse a dimenarsi per farla restare dov’era:

“Come sei stupida! Pensi di contare qualcosa per lui, di essere gradita in casa sua? Il cuore dell’uomo è spregevole, Mariam. Non è come il ventre di una madre. Non sanguinerà, non si dilaterà per farti posto. Solo io ti voglio bene. Non hai altri che me al mondo, Mariam, e quando io non ci sarò più, tu non avrai più niente. Più niente. Tu non sei niente!”.

Ma Mariam è testarda, si reca ad Herat, scopre quanto sia bella a dispetto delle parole della madre. Tocca un automobile per la prima volta, bussa alla porta della casa di Jalil Khan, si presenta. Una donna la guarda sconcertata, le dice che suo padre non è in casa. Mariam dorme sulle scale della sua porta e quando al mattino il tassista intende riportarla a casa, scorge dai vetri una finestra il volto di suo padre. L’ha lasciata dormire fuori la porta, tutta la notte. Nana aveva ragione, ma è tardi per i ripensamenti. Al ritorno alla kolba, lei è lì, che penzola da una corda legata ad un albero. Ai suoi piedi, una sedia rovesciata. Mariam, contro la sua volontà, viene immediatamente data in sposa a Rashid, un calzolaio di Kabul.

  • Quando Laila aveva due anni, i suoi fratelli, Nur e Ahmad, si erano uniti alle forze armate della jihad. Laila non riesce a piangere alla notizia della loro morte, non comprende il dolore della madre Fariba, la sua estrema depressione che la porta come a dimenticarsi di avere un’altra figlia. Il suo unico punto fermo è Tariq, il suo compagno di giochi, che la difende e la protegge. Il suo primo e unico amore: vuole sposarla. Ma la guerra piomba su Kabul e la famiglia di Tariq emigra in Pakistan.

“Lui l’abbandonava, Tariq, che era un’estensione del suo stesso corpo, la cui ombra si materializzava accanto a lei in ogni singolo ricordo. Come poteva lasciarla?”

Il giorno in cui finalmente i genitori di Laila decidono di lasciare Kabul, un razzo colpisce la loro casa.

È Rashid a salvarla dalle macerie, a comunicargli che oramai è sola al mondo: i suoi genitori, morti. Tariq, morto in Pakistan. Ma Laila si rende coto di aspettare il figlio di Tariq: deve sposare Rashid. In casa, lei è una principessa, bella e più giovani di Mariam di quasi 20 anni. È colei che lo renderà padre di un bel maschietto. Mariam una serva, sterile, incapace di dargli un erede, costretta a masticare sassi.

Nasce Aziza, una bambina, e così anche Laila diventa oggetto dei medesimi soprusi: insulti, calci, botte. I soprusi continuano anche dopo la nascita di Zalmai, vero figlio di Rashid. Mariam e Laila diventano complici nella violenza, nella fame che si abbatte anche sulla loro casa. Rashid costringe Laila a portare Aziza in un orfanotrofio.

Ed è proprio durante una delle visite a sua figlia che avviene l’incontro con Tariq, nove anni dopo il loro saluto. Zalmai assiste alla conversazione tra i due e, di ritorno a casa, riporta tutto a suo padre. Rashid è deciso ad uccidere Laila, ma sarà lui a morire sotto il colpo di una pala impugnata da Mariam.

Per quanto Laila insista per convincerla a scappare, Mariam non intende fuggire: non ha null’altro da chiedere alla vita, Aziza e Zalmai l’hanno resa felice. Si lascia arrestare. Il processo è breve: nella sua mente, risuonano le parole di Nana: “Come l’ago della bussola segna il nord, così il dito accusatore dell’uomo troverà sempre una donna a cui dare la colpa. Sempre”.

   «”Inginocchiati hamshira. E guarda a terra.”

Per l’ultima volta, Mariam fece come le veniva ordinato”».

“So che, quando questa guerra sarà finita, l’Afghanistan avrà forse più bisogno di donne che di uomini. Perché una società non ha nessuna possibilità di progredire se le sue donne sono ignoranti, nessuna possibilità”.

Sonia Zeno