È iniziato il 15 febbraio scorso ed è ancora in corso: si tratta dello sciopero della fame messo in atto da alcuni prigionieri curdi nelle carceri turche.  Proclamato a tempo indeterminato e in alternanza fra i prigionieri, lo sciopero vuole condannare il «sistema fascista e razzista della Turchia».

A dare il via allo sciopero della fame sono i prigionieri curdi del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e del PAJK (Partito della Liberazione delle Donne del Kurdistan) della prigione di Şakran, a Smirne, nella parte ovest della Turchia. Subito dopo, quasi con un effetto a catena, lo sciopero della fame si è propagato in altre 18 carceri della Turchia, coinvolgendo 168 detenuti curdi, come descritto in un report del Kurdistan National Congress.

Lo sciopero è stato portato avanti anche dal leader dell’HDP Selahattin Demirtaş e da Abdullah Zeydan, membro dello stesso partito, entrambi rinchiusi nel carcere di massima sicurezza di Edirne. I due, però, hanno scioperato per sole 24 ore, avendo ottenuto un incontro con le autorità del carcere e la promessa di miglioramento delle condizioni detentive. «Chiediamo anche che il direttore generale delle prigioni e il Ministro della Giustizia si impegnino in un dialogo con gli altri prigionieri che in questo momento stanno scioperando nelle carceri turche», afferma il leader HDP, «in modo che anche quegli scioperi abbiano fine».

Ad oggi, però, lo sciopero della fame continua nelle altre prigioni ed è costantemente monitorato e segnalato dai vari organi della comunità curda in Europa. Ciò che in primo luogo ha spinto i detenuti curdi alla ribellione sono le condizioni detentive: una costante violazione dei diritti umani, violenze nei confronti dei detenuti, l’impossibilità di curarsi adeguatamente in caso di malattia, l’isolamento, il non poter leggere libri né svolgere alcuna attività all’interno del carcere, le molestie durante le visite dei familiari, la mancanza di spazi e di letti per i detenuti. Fra queste spicca la pratica di far indossare ai detenuti una targa con scritto “terroristi”, un vero e proprio marchio: chi si rifiuta, non potrà fare chiamate né ricevere le visite dei propri familiari.

Deniz Kaya, fra i prigionieri aderenti allo sciopero della fame, ha così descritto la situazione in cui vivono: «Le persone messe in prigione non hanno garanzie. Ogni giorno, i nostri amici che vengono esiliati da una prigione all’altra vengono spogliati e torturati; i nostri averi vengono requisiti e le lettere che scriviamo in curdo non vengono spedite perché targate come “linguaggio sconosciuto”; nelle nostre celle vi sono delle telecamere che violano i nostri spazi».

Le richieste, però, non si limitano alla situazione delle carceri della Turchia. Fra le parole dei detenuti si ritrovano i temi della lotta che il popolo curdo sta portando avanti da anni: la fine dell’isolamento del leader Abdullah Öcalan nell’isola-carcere di İmralı e la ripresa dei negoziati di pace fra Turchia e curdi. A questi, si aggiunge anche la richiesta di porre fine allo stato d’emergenza dichiarato lo scorso 15 luglio, dopo il colpo di stato fallito, che ha gravato soprattutto sui cittadini curdi del paese.

La scelta dei prigionieri è, dunque, una scelta di ribellione al sistema di Erdoğan, sempre più repressivo e intimidatorio con l’avvicinarsi del referendum del 16 aprile: «L’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, ndr) sta cercando di minacciare l’opposizione attraverso leggi di emergenza, arresti, detenzioni e normalizzazione della tortura», dichiara ancora Deniz Kaya. «Noi facciamo appello a tutti i gruppi sociali per dire NO al referendum».

Le condizioni dei prigionieri curdi, ora che si tratta di quasi due mesi di sciopero della fame, sono critiche. Perdite di peso e condizioni di salute aggravate sono le principali problematiche segnalate dall’IHD (Human Rights Association), ONG sita ad Ankara che ha monitorato l’avanzamento dello sciopero della fame.

Nel frattempo, le comunità curde in Turchia e in Europa si sono mobilitate. Il 7 aprile scorso un appello è stato firmato da 340 personalità fra accademici e giornalisti in Turchia per chiedere una soluzione chiara e urgente alla situazione in atto. In Europa, invece, è iniziato uno sciopero della fame “a staffetta” fra le varie comunità curde dell’UE: in Italia il 10 aprile i curdi hanno presidiato Piazza della Madonna di Loreto, a Roma.

Elisabetta Elia

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here