«La nostra religione ha definito il posto delle donne nella società: la maternità». Così esordisce Recep Tayyip Erdoğan, leader dell’ AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) che ha preso piede in Turchia nel 2002, durante l’incontro inerente al tema “Donne e Giustizia”, aggiungendo al suo curriculum di politico altre frasi misogine.

«Porre uomini e donne sullo stesso piano è contro natura», aggiunge. Il Presidente, di religione musulmana, ritiene che le donne abbiano ottenuto dall’Islam una posizione singolare in quanto madri e si rivolge ai movimenti femministi come se fossero sullo stesso piano dei terroristi. Erdoğan ha inoltre contestato la partecipazione della donna alla vita pubblica. A seguito della repressione da lui attuata dopo il tentato golpe del 2016, la violenza, gli stupri, le discriminazioni e i casi di femminicidio sono aumentati notevolmente.

Il leader del partito di maggioranza ha definito le donne «una ferita sanguinante della Turchia» ed è certamente restio a garantire loro diritti; la situazione attuale di subordinazione del sesso femminile è risultato della evidente presenza di un nuovo conservatorismo religioso.

Erdoğan ha tentato di potenziare una parte della popolazione, che era emarginata durante l’epoca repubblicana, concedendo contratti di lavoro migliori. Quando nel 2004 il governo dell’AKP voleva fare in modo che l’adulterio non fosse un reato penale con l’approvazione di una legge, scoppiò una violenta protesta. In quell’occasione, il Presidente condannò la violenza contro le donne dicendo che gli uomini sono loro custodi e in quanto tali devono proteggerle poiché sono «creature vulnerabili». Nel 2010 alle donne fu imposto di avere un minimo di tre figli e l’aborto fu condannato come una forma di genocidio.

L’assenza della libertà delle donne e la scarsità di diritti loro concessi emergono da ogni aspetto della società: basti pensare che solo una persona su ottantuno al governo è donna e solo il 32% della popolazione femminile è impegnato nel mondo del lavoro.

Tuttavia, alcune speranze per il futuro ci sono e sembra che le donne stiano intraprendendo un percorso verso una maggiore libertà.  Quindici anni fa era difficoltoso per una gran parte delle donne anche accedere agli studi o al settore lavorativo. Tutto ciò ha radici nella violenza di genere e nella forte disuguaglianza che si riscontra confrontando i due sessi.

Il Comitato per l’Eliminazione della Discriminazione contro le Donne (CEDAW) è un’associazione che si occupa di diritti umani e più specificatamente di monitorare e di migliorare la condizione della donna nella società e nella politica e della loro salute riproduttiva. Il Comitato ha invitato le autorità ad assicurare il libero accesso agli ospedali statali e ha sollecitato le stesse alla legalizzazione dell’aborto che attualmente non è offerto.

Il problema principale con il quale le donne in Turchia si confrontano quotidianamente è la violenza domestica a cui si affiancano il delitto d’onore e la pedofilia. Proprio a proposito di quest’ultima, nel 2016 è stato proposto un disegno di legge che prevedeva la possibilità per il maggiorenne, accusato di aver avuto rapporti sessuali con una minore, di sposarla in modo da evitare l’arresto, qualora il rapporto fosse consensuale. Il risultato? Più spose bambine e una sorta di legittimazione dello stupro.

A Istanbul le associazioni si mobilitano per far rispettare le leggi che condannano i femminicidi in un Paese in cui il sessismo è saldo da sempre. L’otto marzo di quest’anno, proprio ad Istanbul, moltissime donne si sono riunite per manifestare e per gridare un risonante e incisivo «No» in opposizione al rafforzamento dei poteri di Erdoğan che potrebbe scaturire dal referendum costituzionale del 16 aprile. Le donne ad Istanbul, urlando «Giù le mani dai miei pantaloncini, giù le mani dalla mia gonna», hanno difeso i diritti di tutte le donne e ricordato tutte le ragazze aggredite a causa degli abiti indossati.

Focalizzandoci sul panorama storico possiamo notare che la differenza di genere in Turchia scaturisce dal contesto, legale e istituzionale, dalla vita, sociale e privata, dal ruolo e dallo status della donna nella famiglia.

In Turchia, nel 1926, con il nuovo codice civile per le donne si affermò una minima parità di diritti in riferimento al matrimonio, al divorzio e all’eredità e furono anche vietati i matrimoni poligami. Le donne acquisirono il diritto di voto nel 1930, il suffragio universale venne istituito solo nel 1934 e con l’instaurazione della Repubblica vennero incoraggiate ad essere coinvolte nella vita professionale. Nel 1993 la Turchia ebbe la sua prima donna Presidente, Tansu Çiller e nel 1998 fu approvata una legge contro la violenza domestica. La riforma del codice penale portò dei cambiamenti per quanto riguarda il crimine sessuale, le leggi che criminalizzano le molestie, lo stupro coniugale e ci fu un aumento delle pene per i delitti d’onore.

Aslı Erdoğan, scrittrice turca molto famosa all’estero e poco in Turchia, è un esempio dell’attuale condizione delle donne nel suo Paese natale. È stata arrestata a causa della repressione del regime con l’accusa di favoreggiamento al terrorismo; la scrittrice aveva collaborato con un giornale, successivamente chiuso, che faceva riferimenti al movimento di resistenza curdo. La Turchia, anche in passato, ha presentato un forte controllo della libertà di espressione che ha portato numerosi giornalisti e scrittori all’arresto. Per ottenere un miglioramento, il cambiamento deve essere mentale prima che sociale.

Giorgia Bozzetto

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