Con il 51,4% dei voti il fronte del Sì vince il referendum in Turchia, approvando la riforma che trasforma il paese in una repubblica presidenziale. Non mancano le polemiche da parte dell’opposizione, soddisfazione invece per Erdoğan.

La Turchia cambia volto. Il referendum di ieri sulla riforma costituzionale era uno degli appuntamenti più attesi della politica mondiale, ma le risposte che ne vengono fuori non sono del tutto chiare. Con solo il 51,4% dei voti, infatti, il fronte del Sì capitanato dal leader Recep Tayyip Erdoğan ha prevalso sul No, fermo al 48,6%, a fronte di un’affluenza record arrivata all’84%. Nelle grandi città, come Istanbul, Ankara e Smirne, è stato il No a vincere, rendendo quindi quella di Erdoğan una “vittoria a metà”.

La riforma prevede che la Turchia passi dall’attuale sistema parlamentare ad un sistema di tipo presidenziale. Nello specifico, le modifiche consistono nell’abolizione del ruolo di Primo Ministro e nell’accentramento del potere esecutivo nelle mani del Presidente della Repubblica: il presidente potrà quindi scegliere i ministri, sciogliere le camere e, inoltre, rimanere leader del suo partito. La Corte Costituzionale passa da 17 a 15 membri, di cui 12 eletti dal Presidente e 3 dall’Assemblea e viene ridotto numericamente anche il Consiglio Superiore della Magistratura che passa da 22 a 13 membri. Si allunga invece il mandato presidenziale da 4 a 5 anni, il che permetterà ad Erdoğan di poter governare fino al 2034 grazie all’azzeramento dei mandati.

Questa riforma di carattere marcatamente autoritario è l’apice del “pugno duro” utilizzato dal leader turco in risposta al colpo di stato tentato dai militari nello scorso luglio, in seguito al quale sono già stati arrestati o licenziati numerosi esponenti delle opposizioni o del mondo intellettuale e accademico.

E proprio le opposizioni hanno denunciato gravi irregolarità anche nello svolgimento della campagna referendaria. Lo stato di emergenza proclamato da Erdoğan in seguito al tentato golpe permette infatti al presidente turco di interferire pesantemente nella propaganda per il No alla riforma. E proprio a questo proposito si è espresso Selahattin Demirtaş, leader dell’HDP (partito di orientamento filo-curdo), che dal carcere in cui è stato rinchiuso per presunti legami con il PKK, (Partito dei Lavoratori Curdo, considerato dal governo turco un’organizzazione terroristica) ha invitato il popolo turco a votare No per «vincere l’atmosfera di paura creata dall’AKP (il partito di Erdoğan, ndr)».

Particolare scalpore ha destato anche il rifiuto di alcuni paesi europei, tra cui Germania, Paesi Bassi e Danimarca, ad autorizzare attività di propaganda elettorale per il Sì nelle proprie ambasciate, divieto contro il quale si è scagliato Erdoğan definendo “fascisti” i paesi sopra citati.

Anche nella giornata del voto non sono mancate le polemiche: la commissione elettorale ha infatti scelto di accettare anche schede non stampigliate come valide, suscitando le reazioni delle opposizioni e in particolare del leader del CHP Bülent Tezcan, che ha annunciato di voler presentare ricorso. Inoltre, la pagina Twitter ‘Turkey Untold’ ha diffuso poche ore fa dei video in cui si vedono chiaramente elettori accompagnati da altre persone nella cabina elettorale o schede pre-timbrate con la scritta ‘Evet’ (Sì in turco), ed inoltre si ha notizia di almeno 8 persone ricercate per attività politiche illegali arrestate nel momento in cui si sono presentate a votare. Di tutt’altro avviso ovviamente Erdoğan, che nel suo discorso post-elettorale ha parlato di «vittoria di tutta la nazione» e dell’avvio di «un nuovo processo per il nostro paese», invitando tutti i paesi a rispettare l’esito del referendum.

L’importanza di questo risultato è dovuta anche al ruolo giocato dalla Turchia in alcune delle questioni più spinose sul tavolo della politica internazionale. È infatti in vigore tra Turchia ed Unione Europea un patto sui migranti, che impegna la Turchia a gestire le rotte tra il Medio Oriente e l’Europa in cambio di un aiuto economico da circa 3 miliardi nelle casse turche. Ciò comporta quindi la difficoltà da parte dell’Europa di condannare quelli che sono veri e propri atteggiamenti dittatoriali pur di non compromettere i già fragili equilibri nella questione dell’immigrazione.

Rimane inoltre ambigua la posizione della Turchia nella lotta all’ISIS. Fino a qualche tempo fa, infatti, la Turchia sembrava quasi sostenere silenziosamente l’attività dello Stato Islamico, soprattutto in funzione di contenimento verso gli indipendentisti curdi e in nome di una progressiva islamizzazione del paese. Adesso però le carte in tavola sembrano essersi rovesciate, con Erdoğan impegnato in un’alleanza con Putin volta ad annientare i ribelli e a ripristinare il governo di Bashar al-Assad, leader siriano il cui regime è fortemente osteggiato dai paesi occidentali a causa dei metodi utilizzati per reprimere le opposizioni.

Adesso la situazione turca si fa ancora più complessa, con un ormai presidente “plenipotenziario” come Erdoğan, nuovo protagonista giocoforza della scena geopolitica globale. In più, due referendum sono già pronti sul tavolo del governo turco: il quesito sulla permanenza della Turchia come candidata UE e quello sulla reintroduzione della pena di morte, il quale potrebbe minare seriamente i rapporti tra la Turchia e i paesi occidentali.

Simone Martuscelli