“Gregor Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo.”

Questo il crudo esordio di una delle opere più autorevoli e significative del XX secolo: “La metamorfosi” di Franz Kafka. Fin dalle prime battute affiora l’efferata brutalità della condizione dell’essere “diversi”: Gregor Samsa, un meticoloso commesso viaggiatore, in un giorno qualunque, riflettendosi allo specchio, scopre di non essere più un uomo e di avere le sembianze di un ciclopico scarafaggio dall’aspetto ripugnante. Fin da subito il tono parossistico e chimerico si impadronisce della vicenda, galoppa tra le pagine, in esso si annida il modus scribendi dell’autore boemo (da qui la derivazione dell’aggettivo “kafkiano”). Come un fulmine preannuncia un’irruente tempesta, l’assurdo penetra improvvisamente nella dimensione ovattata del protagonista, lacerando la trama sottile a cui si inerpicavano i precari equilibri della sua famiglia, ineluttabilmente turbata dall’accaduto; di fronte alla riprovevole visione dell’immagine di Gregor, la madre sviene, la sorella Grete è sconcertata, e ritorna prepotentemente il leit motiv dei romanzi di Kafka: l’atavico conflitto con il padre che lo prende a bastonate.

metamorfosi Gregor Samsa Kafka

Fuor di metafora, l’essere umano è denudato nella sua raccapricciante diversità mal tollerata dagli altri; si eclissano tutte le etichette confortanti di cui la società lo copre, cadono le maschere ipocrite, egli si svela nella sua pantagruelica interezza, non risparmiando alcuna minuzia. Ed ecco che la stessa società inumanamente lo condanna, rifiuta la sua autentica essenza. Persino la famiglia, definita dallo stesso scrittore come “contesto veramente animale”, lo abiura, lo detesta, giunge ad invocare la sua morte. L’uomo è costantemente in trappola, si aggira tra le sbarre menzognere della finzione e, quando riesce ad evadere da esse, viene biasimato, egli è consapevole della sua interiorità repellente e turpe. Allegoricamente, quando Gregor Samsa si avvede della sua figura, non sussulta, non è sconquassato da trasalimenti fulminei, al contrario egli la guarda con atarassica impassibilità, quasi come se avesse presagito l’accaduto, rivelazione non equivoca, fatta con scomoda sincerità. Non si tratta, cioè, di una metamorfosi vera e propria, di un cambiamento inatteso e subitaneo, ma della manifestazione di una verità latente da molto tempo.

Nel racconto la scrittura kafkiana asseconda la sua natura enigmatica ed ambigua: elementi onirici, utopistici, fendono, al pari di lame taglienti, la dimensione reale, irrompono impetuosamente in essa, senza curarsi delle catastrofiche conseguenze: fantasia e realtà si confondono e si sovrappongono, si ignora dove finisca l’una e dove inizi l’altra. La fittizia tranquillità dei personaggi, infatti, non è molestata dalla preoccupazione per l’aspetto di Gregor, ma da quella per il sostentamento economico della famiglia che, proprio con la metamorfosi del commesso viaggiatore, viene a mancare.

“Leggere Kafka è spesso simile al camminare in bilico su una fune tesa al di sopra dell’ignoto, da cui è possibile ‘cadere’ su due diversi versanti interpretativi. Non è solo una sensazione: essa viene provocata dalla presenza nel testo, accanto ad elementi onirici e fantastici, di un mondo impregnato di realtà e denso di particolari fortemente realistici.”

Gregor Samsa non è altro che la personificazione, l’alter ego di Franz Kafka: come il protagonista, anche l’autore è ineluttabilmente ingabbiato nella prigione del suo nucleo familiare, a causa del quale smarrisce la sua identità, viene colto da un lancinante senso di alienazione. La tramutazione di Samsa gli comporta anche disturbi respiratori, come quelli dai quali era continuamente tormentato lo stesso scrittore boemo, a causa della tubercolosi polmonare da cui era affetto.

“Arrampicandosi sul davanzale vi si sporgeva puntellandosi contro la poltrona; era ovviamente per lui un modo di ricordare il senso di liberazione che prima gli aveva sempre dato il guardare fuori dalla finestra.”

Clara Letizia Riccio