Diversi movimenti e associazioni LGBTQI, insieme ai membri della comunità madrilena, si sono dati appuntamento ieri sera di fronte alla sede dell’ambasciata russa per protestare contro quella che i più definiscono una violazione dei diritti umani in piena regola: la detenzione del tutto immotivata di attivisti e membri della comunità LGBTQI in Cecenia.

La manifestazione si è svolta pacificamente, grazie alla collaborazione tra manifestanti e polizia locale. Il corteo era assolutamente eterogeneo, composto da persone di età differente, simpatizzanti di diverse associazioni per la promozione dei diritti LGBTQI e per l’uguaglianza di genere, curiosi, gente comune e studenti. Gli slogan variavano dal goliardico «Hijos de Putin» (figli di Putin) al ben più impattante «Esta embajada esta ensangretada» (questa ambasciata è sporca di sangue), accompagnati dallo sventolio di molte bandiere arcobaleno e dai fischi di sdegno rivolti all’ambasciata russa.

Parte della comunità madrilena ieri ha voluto lanciare un messaggio importante, veicolato se vogliamo anche solo dalla presenza fisica di tante persone: quanto sta accadendo in Cecenia non verrà dimenticato e non è possibile che al mondo vi siano ancora governi e politiche persecutorie nei confronti delle persone omosessuali. Il clima percepito non è quello della promozione dei diritti LGBTQI e nemmeno quello della difesa di “una comunità” a rischio. Lo scopo della manifestazione sembrava quello della difesa di quei diritti umani che dovrebbero essere imprescindibili, indiscutibili e assolutamente indipendenti dall’orientamento sessuale e di genere. Si tratta di difendere la libertà di determinazione di ogni singolo individuo, si tratta di impedire ad un governo di disporre del diritto di violare senza motivo dei diritti di per sé inviolabili, si tratta della richiesta di una presa di posizione di condanna internazionale nei confronti della Cecenia.

Sarebbe bene che alcune pagine della storia rimanessero tali, un ricordo lontano a cui fare ammonimento per non dimenticare ciò di cui l’uomo è stato capace; invece sembra proprio che la storia sia destinata a ripetersi e la reazione peggiore sarebbe reagire con un mesto e impotente silenzio. Molti madrileni ieri hanno sentito il bisogno di scendere per le strade e urlare, e anche se l’eco di quell’urlo non dovesse arrivare lontano, per lo meno accende una speranza sulla presa di coscienza etica e critica rispetto ad una violazione dei diritti umani che non può lasciare nessuno di noi indifferente.

Sara Bortolati

 

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Sara Bortolati, classe 1991, diplomata presso il Liceo socio-psico-pedagogico D.G. Fogazzaro di Vicenza e laureata in Filosofia (vittima del 3+2) presso l’Università degli studi di Padova. Attualmente frequento l’ultimo anno di magistrale con la speranza di potermi laureare con una tesi sulla questione di genere, concentrandomi in particolare sull’opera di Butler e Foucault. Amante della fotografia, con un debole per quella analogica su rullini scaduti, onnivora di film, meglio se concettualmente disturbanti o d’essai, devota all’arte contemporanea, alla causa femminista, alla poesia e al caffè. Il tutto condito da una montagna di contraddizioni, sigarette, sogni nel cassetto, fumetti e la voglia, se non di cambiare il mondo, per lo meno di confrontarsi sempre attivamente con esso. Non credo in Dio, non faccio parte di nessuna associazione politica e marcio fiera tra le schiere di coloro che hanno fede nel fatto che cultura e istruzione un giorno possano cambiare il mondo. Allergica alla polvere, al polline e alle menti chiuse e retrograde.