A est della Siria, un’altra identica guerra contro lo Stato Islamico è in corso e miete ogni giorno vittime fra civili e soldati. È la guerra che le truppe governative dell’Iraq stanno conducendo con la battaglia di Mosul all’interno di una coalizione a guida USA. Impegnati su parte del territorio anche i peshmerga curdi addestrati da soldati italiani.

Così, al pari della guerra in Siria, ma con una minore rilevanza mediatica in Italia, la guerra in Iraq uccide ogni giorno decine di civili che vivono a Mosul, che è la seconda città più grande del paese ed è controllata dall’ISIS dal 2014. L’assalto alla città è iniziato il 16 ottobre 2016: le truppe irachene, con il supporto fondamentale della coalizione a guida USA, sta cercando di liberarla attraverso scontri via terra e bombardamenti aerei.

La battaglia, fin da subito rinominata come “la battaglia di Mosul”, è tuttora in corso e la sua lunga durata già rende l’idea di un luogo invivibile, dove la popolazione civile rimasta è fortemente traumatizzata. Gli ultimi aggiornamenti, infatti, dicono che la parte ovest della città vecchia è ancora controllata dall’ISIS e che la coalizione sta avendo problemi nel liberarla a causa del numero dei civili presenti sul territorio. Un problema, questo, che è stato rilevato più volte e che tuttavia non ha impedito attacchi incredibilmente sanguinosi, come quello del 17 marzo che ha causato circa 150 vittime fra la popolazione dell’Iraq.

La battaglia di Mosul, tuttavia, oltre a sconfiggere definitivamente l’ISIS, sarà decisiva anche per il futuro del paese. L’Iraq, infatti, qualora l’operazione dovesse andare a buon fine, non solo dovrà riprendersi da una guerra letale e totalizzante, che ha ucciso fisicamente e psicologicamente la popolazione, ma dovrà anche ritrovare una stabilità politica in mezzo ai numerosi attori coinvolti nel contesto bellico.

Prima di tutto c’è l’America. All’indomani del 16 ottobre, Peter Cook, il segretario della stampa del Pentagono, ha affermato che «Questa battaglia sta avendo luogo con l’Iraq fermamente alla guida». Tuttavia, il supporto degli USA alle truppe governative è fondamentale e lascia presagire l’intenzione di mantenere una certa influenza sul territorio anche alla fine della guerra. Non manca, infatti, chi già parla di una divisione delle zone di influenza in Iraq, in cui la zona ovest sarebbe consegnata al lato statunitense. I soldati USA, infatti, sono concentrati ad Habbaniya e Ayn al-Asad, entrambe nella parte occidentale del paese.

Il secondo grande attore — indirettamente — coinvolto è l’Iran. Vicino di casa dell’Iraq, l’Iran non si è impegnato attivamente nella battaglia di Mosul, ma ha supportato le PMU (Popular Mobilization Units), unità paramilitari recentemente legalizzate dal governo iracheno e formate prevalentemente da musulmani sciiti. A tal proposito Mohammad Sadegh Koushki, esperto del Medio Oriente all’Università di Teheran, ha affermato che «l’Iran non ha un evidente “piano speciale” per la Mosul liberata» e che «però la stabilità dell’Iraq è importante per la Repubblica Islamica dell’Iran, perché la stabilità futura dell’Iran è legata a quella dell’Iraq». È dunque nell’interesse dell’Iran garantire l’integrità del paese e contenere l’influenza americana.

Proprio collegato alla stabilità territoriale dell’Iraq è il ruolo del Kurdistan iracheno.

Dotato di un governo regionale autonomo dal 1991, il Kurdistan di Barzani è coinvolto nel conflitto con l’impiego di 40.000 peshmerga curdi nella battaglia di Mosul e annuncia di voler svolgere un referendum per l’indipendenza del paese. Quest’ultima mette in gioco una dinamica complessa in cui si scontrano diversi interessi: l’eventuale indipendenza della regione risulterebbe sgradita all’Iran, interessato a preservare l’integrità territoriale dell’Iraq e ad evitare un’ulteriore presenza USA sul territorio attraverso i curdi iracheni, e alla Turchia, timorosa della presenza di uno stato curdo ufficiale in grado di rinfocolare le speranze indipendentiste dei curdi turchi.

Infine, da non dimenticare la presenza dell’Italia sul suolo iracheno. Seppure non coinvolta attivamente, l’Italia ha deciso di impegnarsi indirettamente nella lotta all’ISIS in Iraq. Con l’Operazione Prima Parthica ha mandato i propri militari a Baghdad e ad Erbil, dove addestra i peshmerga curdi e da poco ha anche un ruolo attivo nel “recupero di personale isolato“. L’intento non è soltanto quello di sconfiggere l’ISIS, ma di ritagliarsi il proprio spazio nel futuro del paese, quando la guerra sarà finita. Non a caso, dopo l’incontro fra Trump e Gentiloni del 20 aprile a Washington, il Presidente del Consiglio italiano ha dichiarato: «Saremo decisivi nel lavoro di stabilizzazione dell’Iraq dopo la sconfitta militare che ci auguriamo di Daesh».

L’Iraq è dunque a tutti gli effetti un’area calda, importante non soltanto per la sconfitta dell’ISIS ma per gli equilibri geopolitici del Medio Oriente. L’auspicata vittoria della coalizione nella battaglia di Mosul non rappresenterà soltanto la fine della guerra e delle sue atrocità, ma l’inizio di un nuovo problematico capitolo per il paese condito dall’immancabile interferenza delle potenze occidentali.

Elisabetta Elia

@PhotoCredits: Odd Andersen/AFP/Getty Images