Gina Galeotti Bianchi fu uccisa da una scarica di mitra mentre andava in bicicletta. La uccisero i nazisti. Era incinta, ma non aveva smesso di partecipare attivamente alla lotta antifascista. Quella mattina stava andando in ospedale per aiutare altri compagni feriti. Era il 25 aprile 1945 e aveva appena compiuto 32 anni. Qualche ora dopo, i partigiani avrebbero liberato definitivamente Milano e Torino dal regime nazi-fascista. Fu un evento enorme, che avrebbe cambiato l’Italia per sempre. Lia, questo era il suo nome da partigiana, non ne avrebbe mai visto l’esito perché, come moltissimi altri compagni, fu una vittima della guerra, una delle ultime. Oggi a ricordarla c’è una lapide, proprio nel punto in cui i nazisti la uccisero, in via Garzano Imperatore.

A Milano sono tantissime le targhe in ricordo di tutti gli “innamorati della libertà” che nel corso di quei concitati giorni persero la vita tra le vie della città: Eugenio Curiel, Umberto Fogagnolo, Giovanni Brusi, Roberto Veratti… Giovani, alcuni giovanissimi, che decisero di battersi con coraggio, anche imbracciando il fucile, contro chi stava opprimendo ciò che avevano di più caro: la loro patria, la loro autonomia.

Dalla Resistenza antifascista è nata la nostra Costituzione. È nata l’Italia di oggi che, con tutti i suoi difetti, è dotata di quella meravigliosa ricchezza che è la democrazia.

Ecco perché la storia di Lia e della «disperata necessità» di resistere riguarda ognuno di noi in quanto italiani e cittadini liberi. Ecco perché il 25 aprile dovrebbe essere una festa di tutto il popolo italiano. Era l’unità la forza eccezionale dei partigiani e della resistenza. E ogni anno, da quel 1945, il corteo Anpi è uno tra i simboli più belli di quell’unità: eterogeneo, inter-generazionale, orgoglioso di essere antifascista.

Ma oggi le cose sono cambiate e nemmeno quel corteo è riuscito a salvarsi dai settarismi e dalle strumentalizzazioni politiche. Chissà cosa penserebbe Lia, se sapesse che le stesse forze democratiche che ieri costruivano insieme la Costituzione, oggi non riescono nemmeno a organizzare un corteo unitario in onore della democrazia e della resistenza, alimentando l’idea di un antifascismo «settario e respingente».

Chissà cosa penserebbe se sapesse che oggi i fascisti del Terzo Millennio, veri come quelli di ottant’anni fa, si sentono in diritto di sfilare per le città impuniti e di organizzare parate nere in onore dei militi di Salò. Tutti conosciamo le realtà infami di Casa Pound, Forza Nuova, Lealtà e Azione: gruppi xenofobi, aggressivi, razzisti. La facilità con cui stanno conquistando legittimità nello spazio politico è un fatto indecente e pericoloso.

I perché di questo paradosso andrebbero rivolti alle nostre istituzioni che, troppo spesso, anziché impedire l’apologia di fascismo in qualsiasi forma si manifesti, permettono a queste organizzazioni di manifestare alla luce del sole. Come se ci fossimo dimenticati chi sono quei morti di Salò. Come se ci fossimo dimenticati che da una parte c’era chi combatteva per la libertà, dall’altra per la sopraffazione e la dittatura. Se oggi possiamo alzare la testa e combattere contro ciò che reputiamo ingiusto, lo dobbiamo solo ai primi, non ai morti repubblichini, che giacciono sepolti assieme all’orrore dell’oppressione, della sottomissione, della vacua e comoda scelta di non avere scelta alcuna.

Nel 1995 Umberto Eco sosteneva che il fascismo è ancora intorno a noi, mascherato da abiti civili. In questo Occidente attanagliato da incertezze e terrorismi, è facile scorgere l’ombra nera del fascismo allungarsi dietro alle leggi d’emergenza, alle sospensioni dei diritti dei cittadini, alla paura verso gli stranieri. Viviamo in un mondo dove i Trump, i Putin e i Salvini riscuotono sempre più proseliti diffondendo le ideologie  dell’odio. Dove l’isolazionismo, la xenofobia, il nazionalismo, il disprezzo dei valori democratici sembrano essere l’unica risposta efficace alla crisi economica e valoriale che caratterizza il nostro tempo.

Dove un’Europa immemore del proprio passato sceglie di ammassare o respingere i profughi che fuggono dalle guerre, di chiudere gli occhi e scendere a patti con il sultano Erdogan. In ogni parte del globo crescono le destre della potenza, dei confini chiusi, dell’etnocentrismo. Destre che sfidano ogni giorno i valori di libertà, di giustizia sociale, di autonomia, di pace e soprattutto di uguaglianza, di cui la nostra Costituzione è portatrice.

Fare proprio il messaggio antifascista significa essere consapevoli che in questa destabilizzazione globale si rintraccia la crisi dei valori per cui i partigiani hanno messo in gioco la propria vita.

Significa comprendere che il fascismo, il razzismo e la violenza di Stato possono ripetersi e si ripetono in diverse forme e modalità, e per questo vanno combattuti, apertamente e con costanza, ovunque e in qualsiasi momento essi abbiano luogo. Significa che nessuno è esente dalla responsabilità di tenere gli occhi ben aperti sul mondo e di vigilare. Di produrre una prassi e una modalità di impegno che rispetti e protegga le conquiste di quella Costituzione, figlia della Resistenza, i cui valori sono a fondamento di ogni pratica politica.

Su questo si fondano il nostro Paese, la nostra Costituzione, la nostra democrazia. Ed è questo che dà forma alle idee stesse di scelta, di cambiamento e di comunità. La nostra vita come animali politici è tutt’uno con l’esperienza dell’antifascismo: l’ampio spettro delle possibilità politiche e l’essenza profondamente dinamica delle istituzioni sono l’eredità più preziosa della lotta partigiana, il lascito di chi è morto per il 25 aprile.

Ed è da questo 25 aprile che dobbiamo ripartire per far sì che la fratellanza, la solidarietà e la cooperazione siano i baluardi con cui affrontare concretamente le sfide di oggi, a partire da quella più urgente: la sfida dell’accoglienza. Da quella Resistenza portatrice di unità, oggi impariamo che davanti alla fame, alle bombe e all’indigenza, le divisioni devono lasciare spazio al «volto» umano che reclama dignità e diritti. L’accoglienza non ha un “noi” e un “loro”, ma coglie l’essere umano nella sua fragilità e nella richiesta di aiuto che ci rivolge e alla quale dobbiamo rispondere, in nome del vincolo comune che ci espone al rischio e ci impone responsabilità verso l’altro in quanto essere umano.

Rosa Uliassi