Tutto ha inizio con l’arte. O meglio, col piacere che un’opera d’arte è in grado di suscitare. Il plot si costruisce attorno al personaggio principale: la sindrome di Stendhal, nata da gioie e dolori di cuori sensibili e animi attenti. Lo scenario è quello del Novecento: secolo delle nazioni emergenti, di infuocate dottrine filosofiche, di nuove e futuristiche ideologie letterarie ma anche secolo dell’analisi psicologica.

Varie indagini sulla mente umana hanno permesso di comprende quanto incidesse, decisamente sul conscio, la propensione dell’individuo all’esperienza sensoriale e, nel nostro caso specifico, al godimento estetico. Tali predisposizioni debuttano col primo vagito al mondo e si avvalgono, in itinere, dei numerosi scenari che arricchiscono la routine quotidiana. Dunque un osservatore a contatto con un’opera artistica, può essere colpito nella psiche in modo più o meno violento, a seconda della propria sensibilità inconscia.

Il martellante chiodo fisso si rivelerà essere sempre, inevitabilmente, un unico fattore destabilizzante: il particolare, il dettaglio, il fatto scelto come giustamente lo definisce Graziella Magherini nei suoi studi. In “Mi sono innamorata di una statua”, l’autrice descrive la sindrome come una serie di episodi di sofferenza psicosomatica, riscontrati ed analizzati tra il 1977 e il 1986 sopratutto in alcuni stranieri in visita a Firenze. I sintomi potevano essere dei più svariati: tachicardia e vertigini, attacchi di panico, addirittura crisi depressive. Per lo più situazioni di breve durata ma di intenso marchio: ciascuna praticava una distorsione sull’equilibrio della personalità dell’individuo.

L’arte, delizia per gli occhi di molti, può divenire croce e carnefice per la mente di alcuni. Lettere in Soffitta, questa settimana, affronta il cruccio di Stendhal: indossa il camice e sbroglia il taccuino delle sue memorie.

La sindrome prende il nome, evidentemente, dallo scrittore francese Marie-Henri Beyle, conosciuto con lo pseudonimo di Stendhal. Lui stesso racconta come, durante uno dei suoi viaggi di piacere nell’amata Italia, sia rimasto folgorato dall’essenza artistica fiorentina. Uscendo dalla Basilica di Santa Croce, il capoluogo toscano improvvisamente prende vita e dinamicamente abbraccia, ammaglia, stordisce l’autore.

“Mi sono seduto su una delle panchine della piazza di Santa Croce; ho riletto  con delizia quei versi del Foscolo che tenevo nel mio portafoglio; non vedevo i loro difetti: avevo bisogno della voce di un amico che condividesse la mia emozione[…].”

Abbandonando il caso letterario che ha posto le basi per una fortuita denominazione, ci si può addentrare in una sorta di diario di bordo che scandisce le tappe fondamentali di una caccia al tesoro alquanto insolita. Per cominciare, ci fu il caso di una giovane donna ritrovata nel giardino di Boboli con solo indosso una veste sgualcita e con in mano dei bozzetti, da lei eseguiti, raffiguranti le amate divinità botticelliane (la Venere e la Primavera). Travolta dal mondo dei miti e delle leggende, non era riuscita a separarsi dalle magistrali opere del pittore fiorentino e il suo subconscio, venuto a galla, aveva deciso di metterle in scena.

E ancora la vicenda di una ragazzina che, fermandosi a lungo davanti alle Annunciazioni del Beato Angelico, fu pervasa da tribolanti spiriti che la portarono a vedere, negli angeli, demoni e nella lieta novella, una futura apparizione del diavolo a Firenze.

La crisi cardiaca di un signore bavarese davanti al Bacco adolescente di Caravaggio nascondeva, invece,  una crisi identitaria a tutti gli effetti: l’aspetto sensuale e muliebre del soggetto dipinto aveva riportato alla luce una scomoda ambiguità sessuale.

E altre storie, a distanza di anni, come quella di una giovane signora stordita dalla visione del David in bronzo di Donatello: “Mi sono sentita sbandare; non sapevo cosa mi capitava, ho creduto di impazzire.”

Che scateni reazioni positive o negative, l’arte può essere vettore di esasperanti ed estenuanti viaggi nel proprio Es. In termini freudiani, l’Es risulta essere il proverbiale vaso di Pandora fatto di ventose sensoriali ed istinti che deve essere mediato dal coscienzioso Io, affinché non straripi né sia vinto dai divieti sociali del SuperIo.

Dunque l’arte, mascherata da norme convenzionalmente riconosciute o tollerate dal SuperIo, può scavalcare l’Io per arrivare a pungere direttamente l’Es, destabilizzandolo con un solo fattore scatenante che Freud definiva unheimlich, il perturbante. È la teoria del rimosso, dell’elemento accantonato da tempo ma non del tutto sopito che inaspettatamente può risalire, spaventoso. È la dottrina che si muove di pari passo con l’effetto Pigmalione: il re di Cipro talmente innamorato della statua di Afrodite da cominciare a crederla viva.

La speranza di non ritrovarsi davanti ad un oggetto inanimato, lo alimenta e vivifica. Ma d’altro canto, non è detto che la mente e l’animo dell’individuo siano sempre pronti ad una tale epifania.

Pamela Valerio