Lunedì 17 aprile, nelle carceri israeliane, più di 1000 detenuti palestinesi, capeggiati da Marwān Barghūthī, hanno deciso di mettere in atto uno sciopero della fame collettivo. La finalità di tale iniziativa sarebbe quella di ottenere maggiori diritti e concessioni all’interno delle carceri israeliane, tuttavia sembra ipotizzabile che dietro l’iniziativa possa esserci una “mossa” politica.

Marwān Barghūthī, che guida la protesta dei detenuti palestinesi, è una delle personalità di spicco dell’organizzazione politica palestinese al-Fatah ed è visto dalla maggior parte dei palestinesi come l’unico uomo in grado di succedere a Mahmūd Abbās, l’attuale presidente palestinese. Nel 2002 fu catturato dalle autorità israeliane perché ritenuto uno dei principali “architetti” della seconda intifada e venne accusato di numerosi crimini terroristici. Sta scontando dal 2002 quattro ergastoli nella prigione israeliana di Hadarim.

Ed è proprio da questa prigione che la protesta è partita. A far scattare l’iniziativa sarebbe stata principalmente una lettera che Barghūthī ha scritto in carcere. La lettera è una denuncia severa del trattamento e delle condizioni in cui vivono attualmente numerosi detenuti palestinesi nelle carceri israeliane.

Essa è intitolata “Why We Are on Hunger Strike in Israel’s Prisons” (letteralmente “Perché stiamo facendo lo sciopero della fame nelle prigioni israeliane”) ed è stata pubblicata dal New York Times. «Il sistema coloniale e militare israeliano è inumano, il suo scopo è distruggere lo spirito dei prigionieri e il loro attaccamento alla propria nazione infliggendo sofferenze sui loro corpi, allontanandoli dalle famiglie e umiliandoli» scrive Barghūthī e continua sottolineando come l’autorità giudiziaria israeliana abbia fatto dell’abuso di potere il suo punto di forza. Infatti, «ai detenuti e prigionieri palestinesi vengono spesso inflitte torture e trattamenti disumani».

Molti detenuti, afferma Barghūthī, non vedono i loro cari da anni e questo perché nonostante formalmente il sistema carcerario israeliano attribuisca ai detenuti la possibilità di incontrare i propri familiari ogni due settimane, nel concreto ciò non accade. Soprattutto per coloro che vivono nei territori occupati (Cisgiordania e Striscia di Gaza) ottenere il permesso per visitare i propri parenti in prigione è molto difficile, richiede tempistiche lunghe e spesso i permessi vengono categoricamente rifiutati.

L’autorità giudiziaria israeliana ha subito affermato che non sarebbe in nessun caso scesa a patti con i detenuti. Essa si è inoltre schierata contro il NYT che ha pubblicato la lettera accusatoria. Le critiche maggiori sono arrivate da Yisrael Katz, Ministro dell’Intelligence israeliana, che critica il giornale per aver descritto Barghūthī come un politico e attivista palestinese, piuttosto che come un terrorista e assassino.

Come riportato anche da Il Fatto Quotidiano, secondo il portavoce del Ministro degli Esteri israeliano tutti i detenuti che stanno attualmente manifestando non sono dei prigionieri politici, bensì dei veri e propri terroristi ed assassini alla stregua di Barghūthī e tutti loro sono stati trattati in maniera conforme alle norme del diritto internazionale. Ragion per cui lo sciopero della fame che stanno portando avanti, a detta sua, non ha nessun motivo di esistere.

A causa della denuncia “accesa” di Barghūthī e dello sciopero della fame che ne è derivato, il leader della rivolta è stato trasferito in un’altra prigione, il Kishon Detention Center, e confinato all’isolamento come forma di punizione. Il suo trasferimento avrebbe dovuto affievolire le intenzioni dei rivoltosi ma ha sortito l’effetto opposto, e difatti  il nome del detenuto più amato dalla maggior parte dei palestinesi ha ripreso a riecheggiare soprattutto nelle strade della Cisgiordania.

In pochi giorni anche la macchina operativa di al-Fatah si è attivata in favore dei detenuti palestinesi. Sia Mahmūd Abbās, Presidente dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese), che Saeb Erekat, Segretario Generale dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) hanno incitato i palestinesi a mobilitarsi per sostenere la causa.

Secondo The Guardian, lo sciopero della fame ha potuto contare su un forte supporto politico. ANP, Hamas, i membri di al-Fatah e il Consiglio nazionale palestinese che fa capo all’OLP si sono schierati dalla parte dei loro “fratelli palestinesi”. Ciò che potrebbe preoccupare l’autorità palestinese è soprattutto il sostegno che i cittadini palestinesi dei territori occupati (Cisgiordania e striscia di Gaza) stanno dando alla causa. Il timore è che le manifestazioni di appoggio ai detenuti palestinesi possano diventare violente e aumentare, dunque, il clima teso che già si respira in quelle zone.

Una prima manifestazione si è tenuta venerdì 21 aprile, dove migliaia di persone si sono riunite per esternare la loro solidarietà ai detenuti palestinesi. La marcia è partita da Ramallah, giunti al di fuori della città i manifestanti si sono trovati di fronte l’esercito israeliano, sono iniziati  degli scontri e le forze armate israeliane sono intervenute causando il ferimento di cinque dei manifestanti presenti.

Ciò che appare evidente è che lo sciopero della fame ha, effettivamente, riacceso i riflettori su Marwān Barghūthī, considerato dai sui concittadini l’unico possibile successore del presidente palestinese Mahmūd Abbās. Tra i due non è mai corso buon sangue. Nonostante Barghūthī si trovi in carcere da 15 anni, continua a mantenere un ruolo importante sulla scena politica, soprattutto in capo ad al-Fatah. Infatti, durante il VII Congresso di al-Fatah tenutosi lo scorso novembre, Barghūthī è stato il più votato per la direzione del Comitato Centrale.

In molti erano convinti che, di fronte  alla vittoria schiacciante di Barghūthī, il presidente Abbās lo avrebbe nominato suo vice, ma ciò non è stato. Abbās ha preferito nominare un altro personaggio politico, Mahmoud Aloul che non può, sicuramente, contare  dello stesso appoggio e supporto popolare che invece detiene Barghūthī. Quest’ultimo è visto dall’attuale presidente palestinese come una vera e propria minaccia, essendo di fatto l’unico, rispetto ad altri dirigenti, che potrebbe effettivamente spodestarlo.

Dietro lo sciopero della fame sembrerebbe esserci un’intenzione di Barghūthī ben precisa, quella di far sapere al presidente Abbās che nonostante la sua detenzione egli c’è, e che con lui c’è, soprattutto, il popolo palestinese che continua a sostenerlo nonostante egli stia scontando una pena da ormai 15 anni. Una cosa è certa, questo sciopero ha sicuramente oscurato la scena al presidente, dal punto di vista mediatico, e riportato alle luci della ribalta il suo acerrimo rivale.

Giuseppina Catone