Il progresso tecnologico e la necessità di un cambiamento del sistema produttivo globale dovrebbe permetterci di riporre in un cassetto il concetto delle ore di lavoro.

Trovare il tempo per rilassarsi e non pensare alle frustrazioni che provengono dal proprio lavoro: il sogno di tutti, ma è davvero fattibile?

In Europa, sulla materia del lavoro, l’Italia si pone come quella con le norme più antiquate. Rispetto ad uno scenario diverso che si sta imponendo, il nostro Paese non è nemmeno arrivato alla discussione preliminare del tema. Non solo il processo della meccanizzazione del lavoro, anche la specializzazione mirata dei lavoratori italiani dovrebbe permetterci di riflettere sul fatto che è giunta l’ora di occuparci della cosa, dando così la possibilità di riposarsi maggiormente, sentire meno la fatica e trascorrere più tempo con famiglia ed amici.

La campagna elettorale francese, ad esempio, ci dice come il discorso sul tema delle ore lavorative non sia stato toccato: le 35 ore di lavoro non sono state messe in discussione da nessuno dei candidati, anzi, il candidato della sinistra radicale, Jean-Luc Mélenchon che è arrivato ad un passo dal secondo turno, ha più volte spiegato che l’ideale sarebbe arrivare ad un abbassamento fino a 32 ore. Non uno scandalo visto che i lavoratori francesi, per la maggiore, godono delle 35 ore di contratto, che, se traslate in un contesto aziendale si traducono ad 8 ore al giorno con due giorni di riposo.

Con meno ore crescerebbe il tasso di occupazione

Ebbene sì, la riduzione delle ore di lavoro aumenterebbe il tasso occupazionale aiutando il Paese – almeno teoricamente – ad uscire da un buco nero da cui non vede uscita: l’aumento del tasso di occupati – a parità di salario, però – aumenterebbe la capacità di spesa, la domanda potrebbe aumentare e di conseguenza tutti potrebbero guadagnarci. Il caso francese, di nuovo, torna utile: nel 1998 il ministro Martine Aubry presentò il progetto di legge sulla riduzione delle ore di lavoro, con le motivazioni seguenti: aumento dell’occupazione, salari uguali, maggiori risultati produttivi data la tranquillità di come ci si approccerebbe al lavoro, alleggerimento del carico fiscale, incoraggiando le imprese ad intraprendere questo tipo di modello. La legge in questione è qui, tradotta in italiano e disponibile per una lettura approfondita. Magari qualcuno potrebbe prendere spunto.

Meno ore vuol dire un’economia più sostenibile e più equa

Settimane lavorative molto lunghe significano anche un aumento dell’impatto ambientale in termini di inquinamento. I Paesi che utilizzano in maniera più intensiva il lavoro sono i Paesi che inquinano di più: ciò è dovuto sia al fatto che la loro scala di produzione è maggiore e sia al fatto che società e individui abituati a lavorare più ore tendono ad avere uno stile di vita che porta anche a più emissioni inquinanti: lavorare, viaggiare e mangiare avviene in modo tale da consumare più energia.

Con meno ore si avrebbe maggiore benessere psico-fisico

Nell’Italia ancorata ancora al modello ottocentesco di lavoro, è necessario apportare una rivoluzione culturale: i lavoratori hanno bisogno dei loro spazi, il modello economico sta cambiando e con esso è obbligatorio cambiare l’approccio sia delle aziende sia dei lavoratori e dei sindacati. Meno ore di lavoro significa avere più tempo da dedicare alle proprie passioni ed alla propria vita, rilassarsi maggiormente e dedicarsi delle piccole attenzioni che, con una giornata stress normale, non è possibile fare.

L’aspetto non è banale e non è da sottovalutare, perché l’alienazione causata dal mondo del lavoro apporta sempre più danni psicologici e fisici. Nel nostro Paese, poi, mancano i controlli ed i sindacati spesso non svolgono il loro ruolo conflittuale: quante ore a nero lavoriamo? Quanti straordinari sono stati fatti senza essere mai messi in busta paga? Sono tanti ed è successo sistematicamente a tutti. L’azienda pensa di guadagnarci perché non paga le ore in più, ma alla lunga che succede? Oltre al sopruso dal punto di vista dei diritti, non è in secondo piano la questione legata al malumore ed all’alienazione del lavoratore, che, nel futuro, lo porterà a svolgere il mestiere con sempre meno voglia e sempre meno impegno.

Sono tante le ricerche che sul caso specifico analizzano come dall’abbassamento delle ore di lavoro può beneficiare sia l’azienda, sia il lavoratore. Ma in Italia c’è bisogno di una vera e propria rivoluzione culturale sul tema, chi lo farà? In Svezia ci si batte per le 30 ore, in Italia si lavora ancora tantissimo e non c’è margine di un ripensamento globale del mondo del lavoro.

Gli aspetti negativi del ridurre l’orario lavorativo

Dal modo in cui potrebbe essere declinato il concetto, uno dei pericoli che si corrono sono quelli legati al fatto di vedersi un salario più basso. I critici della proposta, a livello macroeconomico, sostengono inoltre che la riduzione della produttività vada a ripercuotersi negativamente sul prodotto interno lordo. In ogni caso, tenendo il salario a parità delle ore di lavoro attuali il quadro cambia, però in quel caso aumenterebbe il costo del lavoro.

In definita lavorare meno per lavorare tutti non è solo uno slogan, ma una possibilità concreta, perché mentre in Europa si va avanti sui temi dei diritti del lavoro, in Italia rimaniamo sempre più indietro. Da un punto di vista strettamente culturale, negli altri Paesi europei lavorare meno non è visto come parassitismo, idea legata più nel nostro paese, ma tutt’altro: le ore di lavoro sono minori e c’è più possibilità di vivere meglio. La sinistra italiana dovrebbe interrogarsi seriamente se non sia arrivato il caso di accodarci al carrozzone del continente: è l’Europa che ce lo chiede. Questa volta la ascoltiamo con piacere.

Luca Mullanu

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Lavoratore precario nel settore del turismo, appassionato di politica sin dalla nascita. Fondatore e ideatore di Libero Pensiero online, insieme ad Emanuele Tanzilli. Cuore a sinistra, contribuisce alla crescita della FGCI, di cui era anche Segretario Provinciale di Napoli. Attualmente senza casa politica, come tanti e tante di sinistra che non si riconoscono più in nessun soggetto organizzato. Un libero pensatore: scrive praticamente da sempre. Da ragazzo, come tantissimi altri, avvertiva il peso delle ingiustizie della società: voleva cambiare il mondo e ha cominciato ad impegnarsi durante i primi anni di Liceo. Ha sempre odiato le ingiustizie, tanto quanto i suoi compagni di viaggio. Non ama i dogmi, ma lo anima la voglia di discutere.