Primo maggio, Festa dei lavoratori: così recita il calendario delle poche festività laiche ancora non soppresse. Festa dei lavoratori, ma non “festa del lavoro”: ormai c’è poco da festeggiare.

C’è poco da festeggiare, per i 22.862.000 lavoratori ufficialmente attivi in Italia secondo i dati ISTAT riferiti al febbraio 2017, ed hanno ancora di meno da festeggiare i tanti lavoratori in nero.

Che senso ha, oggi, festeggiare?

Certo il senso della giornata odierna non può essere ridotto al carrozzone del Concertone di Roma in diretta su Rai 3, con l’intelligentsia di 50 sfumature di sinistra ad affermare pubblicamente di essere “qualcosa di diverso” — e grazie a Dio o chi per lui non è una passerella per i salotti di Fazio e Saviano, pur somigliandoci per certi versi.

Né si può ridurre il festeggiare, in tutta onestà, alla mera giornata di ferie — riservata peraltro esclusivamente a chi non è stipendiato (o così si spera) al fine di appagare i piaceri ed i capricci dei “festeggiati”.

C’è poco da festeggiare per il decreto che abolisce i voucher, e sicuramente non c’è da festeggiare insieme alla CGIL che invece esulta: se è vero che così non potranno più esserci abusi di uno strumento che viene abolito, è anche vero che lo strumento viene eliminato anche per eventuali lavoratori a chiamata, costretti al nero per gli eccessivi costi sostenuti dai piccoli esercenti per regolarizzare, ed è vero anche che si stanno studiando altri voucher da reintrodurre con un tetto di retribuzione risibile per il lavoratore.

C’è pochissimo da festeggiare per i robot, che ci rubano il lavoro — loro sì! — senza venire dal mare e senza scappare da guerre e miserie, e che ribassano gli stipendi dei lavoratori al punto da non costare agli imprenditori che il prezzo dei macchinari, della manutenzione e della corrente elettrica; i robot possono lavorare senza sosta, senza misure di sicurezza, senza corsi professionali obbligatori, senza sindacati, senza scioperi, senza malattie, senza retribuzioni, senza ferie, senza lamentele — che lavoratori perfetti!

Il rovescio della medaglia della robotizzazione sono quei lavoratori per i quali c’è ancora di meno da festeggiare: costretti a spremersi fino all’ultimo per non essere licenziati e rimpiazzati, con turni massacranti, ferie quando capita e comunque non in certi periodi, stipendi da miseria, garanzie che saltano e straordinari mai pagati, eppure pretesi dai padroni e dai kapò-direttori. Cose che sarebbero illegali in gran parte dei casi, ma che i lavoratori hanno paura di denunciare perché potrebbero perdere il posto con infamia, e che i sindacati non trovano la forza (quando non addirittura la volontà) di contestare.

Come avranno modo di festeggiare i lavoratori da casa, ovvero coloro che hanno abbracciato almeno parzialmente il telelavoro? Nessun orario predefinito, il che vuol dire potenzialmente di dover dedicare anche 16 o 18 ore al proprio compito, senza straordinari, senza retribuzione corrispondente alle ore effettivamente impiegate, bensì un compenso “a cottimo” per il lavoro svolto ed al più una provvigione. Si aggiunge anche la possibilità di dover rinunciare alla festività — non retribuita — o al giorno di riposo settimanale obbligatorio per legge per il dover ultimare la mansione entro la scadenza, o di finire con il dover risolvere eventuali problemi causati dal guasto del proprio computer o di qualsiasi periferica con le proprie risorse: ne vale davvero la pena?

C’è poco da festeggiare anche al pensiero di quei lavoratori, autonomi o dipendenti poco importa, che si portano a casa pezzi di lavoro “per non rimanere incasinati domani”, senza considerare che non verranno pagati per il tempo libero che sacrificano, senza domandarsi se sia responsabilità propria, senza interrogarsi su chi avrebbe dovuto svolgere quel compito, ché forse nemmeno toccherebbe loro sobbarcarsi quel lavoro — e sì che se qualcuno lavora più del dovuto, c’è qualcuno che lavora meno di quanto dovrebbe.

Lavoratori di tutto il Belpaese, unitevi!

E ricordatevi di santificare la vostra festa: se pure è vero che c’è davvero ben poco da festeggiare, fuori dall’ideale vi è pur sempre il giorno di riposo del quale fruire assolutamente in attesa di una pensione che si scruta col telescopio. Non si vive per lavorare, ma si lavora per vivere, e non è sul posto di lavoro che vogliamo raggiungere l’Eterno Riposo.

Simone Moricca