Ricordare oggi i nostri fratelli vittime del lavoro, Umberto Aloe, Guido Palumbo, Luca Nollino, Antonio Ferrara, Stefano Basile, ed i tanti di cui non conosciamo il nome, non significa soltanto accontentarsi di una parola di conforto, di un omaggio alla loro memoria. I dati ci dicono che le morti bianche sono leggermente diminuite, ma fanno ancora paura. Oltre mille nel 2016, 58 soltanto in Campania; al Sud, chissà perché, la percentuale di incidenti mortali è maggiore che nel resto d’Italia. E si tratta soltanto dei dati ufficiali, che ci nascondono lo spaventoso universo del lavoro in nero, quello dove più spesso vengono meno le più elementari norme di buonsenso e di sicurezza, in nome di un profitto cieco e disumano che tratta gli uomini come merce ed il denaro come un Dio.

Riteniamo per questo assolutamente necessario che le istituzioni, siano esse cittadine, provinciali o regionali, che i sindacati, non importa di quale bandiera, che le comunità parrocchiali e tutti coloro che non hanno perso di vista il senso ultimo della dignità umana siano consapevoli dell’importanza di questo momento, di essere qui oggi, di promettere che per ogni vittima innocente l’impegno a far sì che la voce dei lavoratori venga ascoltata non si attenui nel dolore, ma anzi si rafforzi di sempre maggiore convinzione, facendo propri anche i preziosi insegnamenti di Papa Francesco.

Perché non si muore soltanto di incidenti: si muore ogni volta che il ricatto della povertà e della precarietà costringe a rinunciare ai propri diritti fondamentali, si muore ogni volta che il lavoro diventa una forma di schiavitù per arricchire padroni senza scrupoli, ogni volta che i sacrifici di molti servono a compensare i benefici di pochi, ogni volta che un uomo è costretto a rinunciare all’idea di poter vivere per limitarsi a sopravvivere.

E noi qui oggi lo ribadiamo: non esiste morale senza dignità, non esiste lavoro senza morale, non esiste dignità senza lavoro.

Che sia un monito per quanti hanno preferito snobbare del tutto la ricorrenza: forse imbarazzati dal confronto con chi dell’impegno quotidiano e senza secondi fini ha fatto una ragione di vita, una condotta rigorosa e coerente. Ce ne ricorderemo.

Ricorderemo il silenzio degli omertosi, degli indifferenti, dei complici, che hanno reso il Primo maggio una sorta di doloroso ricordo, più che una festa; ricorderemo chi negli anni ha impoverito Casoria, depredandola di ogni progettualità in favore dei soliti tornaconti personali.

Ricorderemo l’assenza dell’amministrazione, evidentemente troppo impegnata a contarsi i voti delle primarie per mostrare vicinanza ai cittadini, per occuparsi di un Osservatorio sulla legalità e la trasparenza, per riflettere sui beni confiscati in una chiave futuribile di sviluppo e valorizzazione del territorio.

Sono ragioni che, a quanto pare, valgono meno di due euro per chi ci governa. Peccato non fossimo in campagna elettorale, altrimenti siamo sicuri che li avremmo visti tutti lì, in bella schiera, pronti ad abbracciarsi in favor di fotocamera. Ma forse è meglio così: è meglio ricordarsi di chi ci è sempre stato accanto e non ha preteso nulla, è meglio stringersi nel conforto amico di chi aiuta nel momento di un bisogno che non sia il loro.

Noi ce ne ricorderemo, e ci auguriamo che tutti facciano lo stesso. Buon Primo maggio.

Club Berlinguer di Casoria