A soli tre giorni dalla vendita all’asta della casa di una coppia di imprenditori, colpevoli solo di aver lavorato un’intera vita e di non essere riusciti a fare fronte ai debiti dovuti dalla crisi e dalle numerose insolvenze e mancati pagamenti nei loro confronti, il Giudice dell’esecuzione annulla la vendita per eccessivo ribasso del prezzo, consentendo così ai malcapitati di non perdere il tetto sulle loro teste.

Il bene sarebbe dovuto essere battuto per meno della metà del suo valore di mercato. Invece, a strappare la rivoluzionaria sentenza al Tribunale è stato l’avvocato Danilo Griffo, di Brescia con origini napoletane, con l’avv. Gaia Giuliani dello Studio legale Riccio-Griffo & Partners, che, appellandosi al principio secondo cui “il debitore può essere espropriato dei suoi beni solo quando questo comporti una soddisfazione concreta dei creditori” ha fatto rilevare come la vendita, così come era stata predisposta, avrebbe semplicemente fatto sì che i coniugi avessero perso l’abitazione pur continuando a restare debitori per quasi la totalità dell’importo.

“Il prezzo” spiega l’avvocato “era stato inspiegabilmente parametrato sulla metà dei lotti dell’intero immobile staggito. In altre parole: al prossimo tentativo di vendita, gli interessati avrebbero potuto acquistare la casa nella sua interezza pagandone però solamente la metà, e questo viola la norma di cui all’art. 568 c.p.c. la quale prescrive come parametro di riferimento della base d’asta il valore di mercato dell’immobile”.

È sempre più frequente, purtroppo, assistere a fenomeni speculativi ai danni di debitori ed imprenditori vessati dalla crisi e dai tassi bancari, che vedono espropriarsi a prezzi irrisori il loro patrimonio faticosamente costruito in una vita; il tutto unicamente a vantaggio di operazioni speculative o di vero e proprio sciacallaggio consentite dal sistema, le quali, oltre a non tutelare i diritti di chi ha provato, con onestà e duro lavoro, a produrre ricchezza ed occupazione nel paese, mortifica pesantemente l’iniziativa economica, esponendo chi la pratica a rischi così alti da rappresentare un significativo deterrente, soprattutto per le giovani nuove leve dell’imprenditoria, alle quali sarebbe invece affidata la ripresa economica nostrana.

Nel caso dei coniugi di Lanciano il lieto fine è però arrivato, sebbene ad un passo dal baratro, ed il provvedimento di questo Giudice, assolutamente innovativo sino ad ora, è destinato a fungere da importante precedente per la futura giurisprudenza e getta una nuova luce di speranza a vantaggio della parte più debole ma più importante del sistema produttivo italiano, che da oggi potrà sperare in una più consistente ed attenta forma di tutela.

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