La ricercatrice e attivista Stella Nyanzi è stata arrestata il 7 aprile, dopo aver partecipato a un evento presso il Rotary Club di Kampala, capitale dell’Uganda, con l’accusa di cyber-molestie ai danni del presidente Yoweri Museveni.

Un altro duro attacco alle libertà fondamentali, e in particolare alla libertà di espressione e di manifestare il proprio dissenso, è in corso nel Paese. Questa volta a pagare le conseguenze del governo autoritario di Yoweri Museveni, al potere dal 1986 e recentemente rieletto per la quinta volta in un clima elettorale tutt’altro che tranquillo e limpido, è stata l’attivista e ricercatrice Stella Nyanzi.

La ricercatrice è stata arrestata il 7 aprile dopo aver partecipato a un evento presso il Rotary Club nel distretto commerciale della capitale Kampala. I reati che le sono stati contestati ricadono nell’ambito della legge sulla sicurezza informatica, il Computer Misure Act del 2011. Nello specifico è stata accusata di aver violato l’articolo 24 di tale legge, che prevede una pena che può arrivare fino a tre anni di detenzione o il pagamento di una multa per le cyber-molestie, e l’articolo 25 sulla comunicazione offensiva, ovvero l’utilizzo dei mezzi elettronici per disturbare la pace e la privacy di una persona, punibile con una multa o una pena che può arrivare a un anno di detenzione.

Sotto accusa è un post pubblicato sulla sua seguitissima pagina Facebook dove definisce Museveni come «un paio di natiche» con il quale la studiosa avrebbe offeso e disturbato la privacy del Presidente. La Nyanzi è famosa per la sua retorica provocatoria e volgare che utilizza con l’intento di risvegliare l’indignazione verso le ingiustizie del suo Paese utilizzando anche metafore colorite e con evidenti riferimenti sessuali.

Questa volta, però, le sue provocazioni l’hanno portata all’arresto e alla detenzione in un carcere di massima sicurezza, in attesa del processo che dovrebbe avere luogo il 10 maggio. L’accusa ha inoltre chiesto una perizia medica per verificare lo stato mentale della ricercatrice, tale richiesta è stata giudicata dall’avvocato di Stella un pretesto per negare una risposta appropriata al caso.

Questo arresto è stato prontamente denunciato da numerose ONG tra cui Amnesty International, che lo ha definito un’«azione giudiziaria motivata politicamente», e Human Rights Watch, che ricorda che ogni figura ufficiale dovrebbe aspettarsi delle critiche e rispettarle anche se espresse con un linguaggio politicamente scorretto e offensivo. «Le critiche verso il presidente e l’uso di volgarità e metafore per scioccare o ispirare sono diritti riconosciuti» sottolinea Maria Burnett, Direttrice dell’organizzazione per le aree dell’Africa orientale e del corno d’Africa.

Stella Nyanzi non è nuova all’utilizzo della sua pagina Facebook per muovere critiche verso il Presidente e sua moglie, Janet Museveni, scelta dal marito come ministro dell’educazione e dello sport, nomina che gli è costata l’accusa di nepotismo da molti critici. Una delle sue critiche più aspre e che ha avuto una risonanza maggiore nel Paese è stata successiva al fallimento del governo nel progetto di fornire assorbenti alle studentesse meno facoltose. Questo progetto era parte della campagna elettorale di Museveni ed era motivato dalla necessità di contrastare l’abbandono scolastico femminile in Uganda, in parte dovuto proprio dall’impossibilità per molte ragazze di comprare gli assorbenti e poter così gestire serenamente il proprio ciclo mestruale.

Anche in questa occasione la denuncia di Stella Nyanzi non ha tardato ad arrivare. Nel lungo post pubblicato sulla sua pagina l’attivista accusa quella che molti chiamano “Mama Janet” di non essere una vera madre per la propria nazione in quanto non ha mostrato interesse nei riguardi del destino delle povere figlie e le ha lasciate sole e umiliate. Non sono mancate le parole offensive verso la first lady ugandese che viene definita stupida, con il cervello troppo piccolo («Her brain is too thick») per trovare soluzioni alternative e a basso costo per riuscire a mantenere le promesse fatte.

Ma la battaglia di Stella Nyanzi non si è fermata alla semplice denuncia: la ricercatrice ha lanciato una campagna di crowdfunding di grande successo denominata “Pads4GirlsUg“, che in poche settimane ha permesso di raccoglie migliaia di dollari. Questa dimostrazione di cittadinanza attiva ha mostrato pienamente le debolezze del Governo, portando Nyanzi ad affermare che gli ugandesi non credono più nell’aiuto del governo e, utilizzando una delle sue colorite metafore, «se il governo è impotente, diventiamo noi stessi i nostri uomini e ingravidiamo le nostre donne». Un’azione di questo tipo mostra sicuramente la forza della controversa attivista, e non è da escludere che sia alla base dell’accanimento di Museveni nei suoi confronti.

Per quanto i suoi toni possano essere poco condivisi da parte degli ugandesi, è chiaro che il lavoro provocatorio di Stella Nyanzi sia destabilizzante per il potere decennale di Museveni. In Uganda quasi ogni forma di protesta è proibita o viene repressa con la forza e internet diventa sempre più uno degli strumenti con cui viene veicolato il dissenso, tanto da far parlare Al Jazeera di una «primavera araba in Uganda». 
L’assenza di un ricambio politico dovuta alla decennale leadership di Museveni fa sentire il suo peso sugli umori del popolo ugandese che sta iniziando a chiedere un reale cambiamento per il Paese. Le voci che vedono Museveni impegnato nel preparare suo figlio per le prossime elezioni preoccupano gli oppositori del presidente, il quale sembra voler svuotare sempre più il sistema democratico per creare un governo personalistico. In questo contesto Facebook diventa sempre più una piattaforma dove scambiare informazioni e potrebbe diventare, così come è stato per i Paese delle “privamere arabe”, il luogo dove organizzarsi per rivendicare un cambiamento sistemico del Paese.

Marcella Esposito