Perché Matteo Renzi ha snobbato le primarie? Perché ha una presenza mediatica sempre meno massiccia? Nel momento in cui i giornali di tutto il mondo narrano il suo “ritorno in campo”, l’ex premier sembra nascondersi.

«Matteo Renzi is back in Italian politics» si legge sul prestigioso Economist, e non meno trionfanti sono stati i toni di alcune testate nostrane, subito pronte a decantare la vittoria nelle primarie del 30 aprile e ad indicarla come il rito di passaggio necessario alla rinascita. Sul Messaggero Alessandro Campi addirittura riprende la terminologia inglese, iniziando il suo editoriale con un perentorio «Matteo is back» e non di molto si discostano Repubblica e il Corriere della Sera nel parlare di un grande ritorno, magari annunciato, ma comunque grande.

Due sono però gli aspetti che collidono con tale generale narrazione: innanzitutto non è chiaro se si possa parlare o meno di “ritorno” vero e proprio, dal momento che questo presuppone un periodo di assenza mai verificatosi nei fatti (sia per composizione del governo Gentiloni che per presenza mediatica), e in secondo luogo stonano i toni sincopati con cui tale presunto ritorno è annunciato, dato che la battaglia delle primarie non si è mai combattuta, e la vittoria può dunque considerarsi cavalleresca o decisiva solo a posteriori, nelle (ri)costruzioni della stampa.

Dal momento che riguardo il mancato abbandono della scena politica è stato già scritto molto, proviamo invece ad analizzare la seconda stonatura, i motivi della debole verve con cui l’ex premier ha vissuto le primarie e la vittoria che ne è conseguita.

Quando si fa notare che la battaglia delle primarie nei fatti non è stata mai combattuta, non si fa certo riferimento all’esito della stessa, che è sempre apparso scontato. Non stiamo parlando insomma del “non c’è stata partita” che spesso si sente proferire di fronte ad un impari confronto sportivo, ma di una campagna per le primarie deliberatamente eclissata da Matteo Renzi.

In vista dell’unico confronto a tre andato in onda su Sky il 26 aprile, il candidato Andrea Orlando lamentava l’irreperibilità del leader che si proponeva di spodestare, e di faccia a faccia ne chiedeva «Uno ogni settimana, oltre a quello di Sky». Si faceva riprendere poi nell’immediato pre-confronto nell’atto di chiamare scherzosamente Renzi al telefono, chiedendogli come mai non lo si vedesse più molto in giro, uno sketch ben riuscito.

Il tutto non è servito a nulla, Renzi non ha risposto alle provocazioni ed è rimasto nel cono d’ombra con l’intento di trascinare nel buio le primarie stesse. Ha rifiutato gli inviti di Enrico Mentana, Bruno Vespa, Lucia Annunziata e perfino quello di Mario Orfeo, direttore del Tg1. Insomma non una cernita basata su simpatie, ma una fuga totale.

Quello del 26 aprile è stato il primo ed unico confronto a tre fra i candidati e per giunta ha avuto un’audience limitata, quella di una pay tv. Tutto ciò non può essere una casualità, è chiaro che si è trattato di una strategia volontaria.

A coloro che guardano con attenzione la comunicazione dei nostri politici non è sfuggito di certo il cambio al vertice della macchina comunicativa renziana registratosi in prossimità delle primarie. Matteo Renzi più di un mese fa annunciava infatti che in vista della competizione intra-partitica si sarebbe occupato del piano comunicativo Michele Anzaldi, parlamentare Pd ed ex portavoce di Rutelli, con Filippo Sensi relegato in una posizione più marginale. Non una vera sostituzione a dire il vero, dato che Anzaldi e Sensi, oltre a rispettarsi molto, si definiscono “amici”, ed anzi Sensi ha più volte definito Anzaldi suo “Maestro”. Ma comunque una svolta, forse la prova di un rilancio di immagine basato su presupposti molto differenti da quelli vigenti finora.

«Matteo è un grande comunicatore, non ha bisogno di inflazionare la sua presenza sullo schermo e sui giornali con qualche frasetta qua e là. Meno fa, meglio è, e poi deve parlare dei problemi degli italiani, non mettersi a replicare agli altri»

Il diretto interessato Michele Anzaldi annunciava così a La Stampa il nuovo Renzi: meno presente, più di sostanza. Un cambio di rotta forse dovuto alla sconfitta referendaria e ad una campagna nella quale la presenza del leader era sembrata oltremodo eccessiva, quasi opprimente, al punto da portare l’Agcom a formulare le sue accuse verso la gran parte delle reti televisive italiane.

Filippo Sensi è stato l’artefice dell’hashtag #cosedilavoro, didascalia onnipresente di ogni attività dell’ex-premier, pubblica o privata che fosse. A ben vedere la strategia dello spin doctor era in fin dei conti creare un personaggio vicino agli elettori, che condivideva istantanee da Palazzo Chigi come avrebbe fatto un qualunque sedicenne dalla sua cameretta e che giocando alla PlayStation aspettava risultati elettorali. Un personaggio giovanile e (forse proprio per questo) di rottura.

Ciò che invece è stato comunicato durante le primarie è del tutto differente. Niente frasi ad effetto, niente sberleffi, niente smartness o coolness che dir si voglia. In una frase: comunicazione adulta ed istituzionale.

Niente libri, almeno fino al termine delle primarie: Anzaldi stesso ha dichiarato di aver pregato Matteo per rimandare l’uscita di “Avanti”, il nuovo testo che verrà pubblicato in questo maggio.

Se da un lato l’esperienza fallimentare del referendum è stata di lezione ed ha chiarito che in un’epoca di sovraesposizione mediatica chi risulta invadente perde consenso, dall’altro lo stesso titolo del libro in uscita sintetizza forse la nuova immagine che Renzi sta provando a costruirsi: “avanti”, ovvero continuità, sicurezza, niente sorprese.

La sensazione è che il suo elettorato prediletto, quello con più di cinquant’anni, alla fine lo stia modellando, proprio come accade per i format televisivi partoriti dalle stime degli ascolti.
In un momento in cui la sua narrazione non attecchisce più fra i giovani, Renzi cerca di rafforzare la sua presenza in altri segmenti, concentrandosi su un target specifico. Lo stile imposto da Anzaldi sembra in definitiva differenziarsi in questo rispetto a quello del più giovanile Sensi.

I dati lo testimoniano: Candidate & Leader Selection, standing group della Società Italiana di Scienza Politica, ha effettuato alcune analisi interessanti durante il corso delle primarie.

Matteo Renzi ha utilizzato soprattutto una propaganda di tipo istituzionale, basata su endorsement influenti dentro e fuori il suo partito, un tipo di comunicazione orientata soprattutto agli over 65, il suo elettorato prediletto.

Fonte: CLS
Fonte: CLS

 

Età dei votanti, fonte: sondaggio CLS
Età dei votanti, fonte: sondaggio CLS

Se a ciò aggiungiamo che, come evidenziato da Ilvo Diamanti per Repubblica, ancora una volta il popolo delle primarie è stato un popolo “dai capelli grigi”, risulta comprensibile la scelta di modificare la propria immagine. Un rinnovamento che però non è un lifting, ma semmai un “aging“.

Come evidenziato per il CLS da Nicola Martocchia Diodati della Scuola Normale Superiore di Firenze e Massimo Airoldi dell’Università degli Studi di Milano, Matteo Renzi abbandona quindi il ruolo del “challenger” per il momento:

«(Renzi va verso la) figura del molto più tradizionale party leader. Questo si evince non solo dalla presenza di un account “istituzionale” della mozione Renzi (elemento inedito nella comunicazione renziana), ma anche dal fatto che tra i tre candidati, i pretendenti che più hanno fatto proprie le parole d’ordine e lo stile classico del challenger sono Emiliano e (ancor più sorprendentemente) Orlando, ruolo fino ad ora impersonato da Renzi stesso.»

E che soprattutto Orlando abbia tentato di far proprio il target giovanile abbandonato da Renzi è stato chiaro per tutta la campagna, con il candidato che ha svestito i seriosi panni del ministro per lasciarsi andare a sketch e battute sul suo essere single, cercando di costruirsi un’immagine stranamente “simpatica” anche tramite l’uso dei social network (la pagina Facebook “Il Virile Ministro Orlando”, non si sa quanto spontanea, ma anche l’appello alla pagina “Socialisti Gaudenti”, molto seguita).

Per il momento non è ancora chiaro se uno fra Orlando ed Emiliano possa raccogliere il testimone dell’ex-premier e fare man bassa di giovani voti. La paura al Nazareno è che questi elettori possano trovare altrove ciò che cercano.

Valerio Santori
(@santo_santori)

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Nasce a Roma il 9/5/1995 e tutt'oggi vive beatamente. Studia Comunicazione, tecnologie e culture digitali presso l'Università La Sapienza di Roma. Fedele a Pasolini, Stanis La Rochelle e pochi altri. Per contattarlo: valerio.santori@virgilio.it

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