Roma, 7 maggio. Matteo Renzi viene rieletto segretario del Pd e, in un lungo intervento all’assemblea nazionale del suo partito, detta l’agenda politica per i prossimi mesi: casa, lavoro e mamme. L’ex premier fa suoi i temi dei moderati e della destra e lancia la sfida al Movimento 5 Stelle e a Salvini per le elezioni politiche del 2018.

Matteo Renzi interviene all’assemblea nazionale del Pd ma i suoi interlocutori sembrano essere fuori da quella sala. In circa 50 minuti di discorso l’ex premier, così come ha fatto durante tutta la sua campagna per le primarie, affronta in maniera marginale il tema dell’organizzazione del partito e lancia di continuo la palla nel campo degli avversari, inseguendoli sui temi a loro più cari e provando a declinare le parole chiave «casa, lavoro e mamme» in un orizzonte di senso che parli al ventre del Paese.

Il suo discorso inizia con una breve panoramica sulla situazione internazionale: Venezuela, Cecenia e le giovani donne nigeriane, ostaggio di Boko Haram, rilasciate qualche giorno fa dopo due anni di prigionia. Si concede anche un passaggio sulle elezioni presidenziali francesi, schierandosi con «l’amico Macron» e archiviando, senza farne alcun cenno, la débacle del candidato socialista Hamon, esponente del partito transalpino omologo del PD. Dopo aver ringraziato Emiliano e Orlando, suoi avversari nella corsa alla segreteria, Renzi entra nel vivo del dibattito politico nazionale, riservando stoccate ai 5 stelle e a tutti coloro che hanno ironizzato sul livello di partecipazione alle primarie dei democratici («Vengono a dire a noi che abbiamo un problema con l’affluenza, voi avete un problema con l’influenza! Fatevi vedere, c’è qualcosa che non funziona») e sulla deriva personalistica del partito di governo.

Lo storytelling renziano non è molto diverso da quello che ha caratterizzato il suo primo mandato a capo del PD. Scompare la parola «rottamazione» ma resta tutto l’apparato ideologico impostato sulla figura di un partito leggero, disintermediato, in cui la tecnologia è strumento di connessione della base col vertice, soprattutto per quel che riguarda le giovani generazioni. La parola «futuro» viene ripetuta come un mantra, in maniera quasi ossessiva. Tuttavia questo futuro è continuamente evocato ma mai descritto, mai delineato né tantomeno immaginato. Il futuro c’è, sta lì, ma a parte rivendicare i numeri del suo governo, in particolare quelli controversi del Jobs Act, Renzi fa emergere un’idea di Paese che si limita alla mera gestione dell’esistente, senza alcuno slancio verso il possibile. Del resto sembra questo il tratto che caratterizza la politica nostrana degli ultimi anni: il governo si riduce ad amministrazione della cosa pubblica così com’è, perdendo la capacità di alimentare i sogni più radicali di cambiamento nel medio e lungo periodo. Emblematico l’invito ai volontari del PD di scendere in strada per ripulire Roma dai rifiuti, con la retorica del fare che torna prepotente.

La comunicazione, in assenza di grandi ideali e grandi sogni, diviene dunque l’unico strumento attraverso cui provare ad incidere sulle percezioni dell’elettorato.

Renzi torna anche sul referendum costituzionale di dicembre e, pur riconoscendo la sconfitta e attribuendosene parte delle colpe, attacca i partiti della «grande coalizione» del no, accusandoli di aver irresponsabilmente fatto restare il Paese nella «palude». Dopo aver confermato la fiducia al governo Gentiloni, l’ex premier passa di nuovo la palla agli avversari per quel che riguarda la votazione della legge elettorale da varare entro le politiche del 2018, dichiarandosi aperto al dialogo con tutti e mettendo le mani avanti sulla possibilità di tornare al governo col centrodestra. Anche qui torna il leitmotiv del PD come unica scelta possibile contro il pericolo del populismo, anche insieme a Forza Italia, in assenza di un sistema politico che garantisca la governabilità ad una sola coalizione.

Nel concludere il suo discorso, il rieletto segretario del PD detta l’agenda politica all’assemblea nazionale: lavoro, casa e famiglia.

Nell’affrontare i tre temi continua a tenere il filo della dialettica sulla contrapposizione col Movimento 5 Stelle e Salvini. Renzi sostiene che il lavoro sia l’unica strada percorribile, bollando l’ipotesi di reddito di cittadinanza (sia nelle forme indicate dai pentastellati sia nelle elaborazioni dei movimenti extra parlamentari) come un messaggio sbagliato ad una generazione che deve «rimboccarsi le maniche».
Nel descrivere il suo concetto di casa, l’ex premier entra a gamba tesa nella polemica sulla legittima difesa, criticando il disegno di legge discusso alla Camera ma tuttavia inseguendo la Lega sul tema insidioso della sicurezza, non mancando di elogiare il ministro Minniti per il suo decreto, molto discusso, convertito in legge il mese scorso. Infine, l’ultima parola chiave individuata da Renzi per orientare il lavoro del suo partito nei prossimi mesi è la parola «mamme». A chi è appassionato di storia politica non sarà sfuggita l’assonanza con il motto «l’Italia è mamma» con il quale il Movimento Sociale Italiano invitava i suoi elettori a votare la fiamma, simbolo di quello che fu il partito dell’estrema destra nazionale. Inoltre, il riferimento alle donne nel ruolo di madri si presta a polemiche e rischia di portare indietro le lancette di almeno quarant’anni sul tema dell’emancipazione femminile.

Renzi è dunque già entrato in piena campagna elettorale e lo fa rincorrendo la destra sui temi a lei più cari, provando a dare la sua lettura della situazione senza mettere in campo gli argomenti storici della sinistra: la giustizia sociale, l’uguaglianza, l’istruzione e i diritti. Approfittando della debolezza del centrodestra, il segretario del PD dimostra ancora una volta di puntare all’elettorato moderato, orfano della coalizione che Berlusconi ha guidato per vent’anni. Il tempo ci dirà se questa scelta, nel breve termine, pagherà sul piano elettorale e, nel medio e lungo termine, sul piano politico; oppure se, come successo per il Pasok greco e il partito socialista francese, questa strategia si rivelerà disastrosa per le sorti future del partito.

Mario Sica

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Nasce a Napoli nel 1988. Dopo aver trascorso i primi dodici anni di vita nella provincia nord di Napoli, a Villaricca, si trasferisce a Soccavo, quartiere di origine dei propri genitori. Durante gli studi classici, matura e coltiva la passione per il giornalismo e la scrittura creativa ed inizia una lunga militanza nei movimenti anticamorra e nei comitati territoriali della città di Napoli. Nel 2017, a “soli” 28 anni, consegue la laurea in giurisprudenza presso la Federico II. “Malato” di calcio e tifosissimo del Napoli, negli ultimi anni si appassiona alla boxe. Appassionato di lettura, in particolare classici e saggi storici, per sensibilità politica ha approfondito le sue conoscenze storiche dei movimenti di lotta del Novecento e del lungo processo di emancipazione del Sud America dal colonialismo ad oggi. Ha provato ad imparare a suonare la chitarra durante l’adolescenza ma, appurato di essere impedito, ha deciso di limitarsi all’ascolto di musica, in particolare De Andrè, Brassens, Pino Daniele e tutto il neapolitan power degli anni ’70 e ’80. Coltiva l’illusione, in un Paese che legge sempre meno e peggio, di poter trasformare la sua passione per la scrittura ed il giornalismo in un mestiere retribuito.

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