Il prossimo 19 maggio, 55 milioni di iraniani verranno chiamati alle urne per eleggere il nuovo presidente. Si tratta di un appuntamento cruciale per l’Iran, da cui dipendono anche le sorti dell’accordo nucleare e dell’economia del Paese.

Non solo, infatti, il presidente ha il diritto di influenzare le decisioni nel Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, responsabile della difesa, della sicurezza e del portafoglio nucleare dello Stato, ma avrà anche autorità in materia di economia, educazione, cultura e politica estera.

Già da diverse settimane, molte previsioni danno per favorita la rielezione dell’attuale presidente, il moderato Hassan Rouhani, in carica dal 2013.

Quattro anni fa, Rouhani era riuscito a conquistare una maggioranza schiacciante grazie alla promessa di attuare politiche di apertura verso l’Occidente e di sottrarre il Paese dall’isolamento commerciale e istituzionale, causato dalle continue violazioni dei diritti umani e civili. Nel 2015 è arrivato lo storico accordo sul nucleare tra Iran e i membri del Consiglio di Sicurezza ONU (il “5+1”: Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia e Germania), che prevedeva la diminuzione del programma atomico iraniano in cambio dell’eliminazione progressiva delle sanzioni internazionali imposte all’Iran negli ultimi anni.

Nonostante questo importante risultato, spesso Rouhani è finito sotto il mirino degli attivisti per i diritti umani, che lo hanno accusato di abusi, torture e restrizioni di libertà fondamentali, come quella di culto ed espressione. In un rapporto presentato nel 2016 dall’associazione Nessuno Tocchi Caino, una lega internazionale che lotta per l’abolizione della pena di morte nel mondo, emerge che nei tre anni successivi alla sua elezione si è verificata la cifra record di 2.277 impiccagioni, tra cui quelle di minorenni e di criminali accusati di reati minori. Il report denunciava anche la persistente persecuzione delle minoranze religiose, etniche, sessuali, di genere e la presenza di un diffuso antisemitismo. Oltre alla zona d’ombra dei diritti, c’è anche la questione nucleare: l’accordo con le potenze mondiali, infatti, non ha ancora dato i frutti inizialmente sperati, perché  il sistema economico e quello finanziario stentano a emergere e i rapporti tra Iran e Occidente procedono a intermittenza.

Alcune di queste accuse provengono dall’ala riformista del Paese, fondamentale per la rilettura di Rouhani. Ciò nonostante, i due principali esponenti del partito, Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, hanno deciso di appoggiare la sua elezione, confermando che l’alleanza tra riformisti e moderati continua a resistere e garantendo all’attuale presidente molti dei voti che lo avevano aiutato a vincere nel 2013.

Il 9 maggio, durante un comizio a Teheran, Rouhani ha mostrato di avere grande fiducia nel sostegno delle donne, dicendo che «Ogni volta che le donne sono intervenute sulla scena [politica], hanno fatto un grande affare. Abbiamo trionfato nella rivoluzione quando sono entrate in scena anche le donne».

Oltre a Rouhani, sono cinque i candidati che aspirano alla presidenza, tutti uomini:

Ebrahim Raisi


Candidato conservatore del Fronte popolare delle forze della rivoluzione islamica (JAMNA) ed ex amministratore della più ricca organizzazione di carità del mondo musulmano. Raisi, 56 anni, è il più popolare tra gli avversari di Rouhani, oltre ad essere il privilegiato della Guida suprema Sayyid Ali Khamenei. Dopo un’importante carriera nel sistema giudiziario, nel 1985 è stato nominato procuratore aggiunto della Corte rivoluzionaria di Teheran, la stessa che nel 1988, durante la guerra tra Iraq e Iran, decise di mandare a morte migliaia di prigionieri politici.

Eshaq Jahangiri


Candidatura a sorpresa quella di Jahangiri, classe 1958 e attuale vicepresidente. È membro del partito riformista e liberale Executives of Construction Party, di cui è anche cofondatore. Tra il 1997 e il 2005 è stato Ministro delle industrie e delle miniere e, ancora prima, governatore della provincia di Isfahan. È stato anche membro del Parlamento per due mandati. Molti ritengono che la sua candidatura rientri all’interno di una strategia per sostenere Rouhani durante i confronti elettorali per poi ritirarsi prima della votazione.

Mohammad Baqer Qalibaf

Dopo la candidatura nel 2005 e nel 2013, l’attuale sindaco di Teheran riprova a raggiungere la vetta presidenziale. 55 anni, conservatore del Progress and Justice Population of Islamic Iran, è stato in prima linea nella guerra contro l’Iraq (1980-88). Nominato comandante delle Forze Aeree dei Pasdaran, è stato a lungo ricercatore all’Università di Teheran. Da sempre aperto al dialogo con gli Stati Uniti.

Mostafa Aqa Mir Salim

Classe 1947, è il candidato dell’Islamic Coalition Party (ICP), uno dei partiti conservatori più antichi della Repubblica Islamica. Ministro della Cultura e Orientamento Islamico dal 1994-1997, il suo mandato si è contraddistinto per la sua linea fortemente islamista e conservatrice, tesa a limitare qualsiasi influenza proveniente dalla cultura occidentale, anche utilizzando strumenti repressivi come quello di aver chiuso alcuni giornali riformisti. È tra i candidati con meno possibilità di vittoria.

Mostafa Hashemi Taba

È stato vicepresidente sia di Rafsanjani sia di Khatami, non è la sua prima candidatura presidenziale, ma nel 2001 ottenne solo lo 0,1% dei voti. Anche lui, come Jahangiri, appartiene all’Executives of Construction of Iran Party e rimanendo in corsa potrebbe danneggiare Rouhani, contribuendo a disperdere i voti dei riformisti. Nei giorni scorsi, durante una conferenza stampa, ha dichiarato che se non dovesse essere eletto presidente si augura che Rouhani possa continuare ad essere il presidente per altri quattro anni.

Alcune candidature sono state invece bocciate.

Il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione – che ha l’ultima parola sulle candidature – ha bocciato invece Mahmoud Ahmadinejad, predecessore di Rouhani in carica per due mandati, dal 2005 al 2013. Già l’ayatollah Khamenei aveva mostrato preoccupazione riguardo al nome di Ahmadinejad, figura che, secondo la Guida Suprema, avrebbe potuto scatenare nuovi scontri e divisioni nel Paese. Insieme a lui escluse anche le uniche due candidate donne: Marzieh Vahid Dastjerdi, ex ministro di Ahmadinejad, e Azam Taleqani, figlia di un’importante ayatollah.

Rosa Uliassi