Dalla città di Taranto, martoriata dal disastro dell’Ilva, arrivano le prime turbine eoliche prodotte in Italia. La multinazionale danese Vestas, gigante del settore, investe nella rinascita green di una città che non ha alternativa.

Le turbine eoliche prodotte a Taranto dalla multinazionale danese Vestas rappresentano per la città un’opportunità incredibile di rinascita: dalla cenere del disastro Ilva spuntano aerogeneratori di ultima generazione, prodotti in una filiera quasi artigianale. Il mondo corre in direzione della Green economy abbandonando progressivamente la Brown economy: questo scontro, che è ancora agli inizi, trova nella città pugliese il campo di battaglia perfetto. Da un lato un modo vecchio di considerare l’ambiente, la salute e l’energia e dall’altro l’avanguardia tecnologica ed etica.

La multinazionale danese ha aperto le porte dello stabilimento nel 1998 e fino a oggi la produzione conta circa 18 mila esemplari di turbine eoliche. Degli undici modelli prodotti in tutto il mondo (la Vestas conta stabilimenti in 75 paesi diversi) in Puglia ne vengono prodotti tre, con ben cinque linee produttive.

La coesistenza in pochi chilometri quadrati di due realtà così diverse come l’Ilva e lo stabilimento Vestas non è l’unico paradosso presente. Confermando la tendenza tutta italiana, oggi circa il 90% della produzione viene esportata. La crescita dello stabilimento fino al 2010, racconta il general manager di Vestas Mediterranean East Rainer Karan, è stata notevole: raddoppiata la produzione e incrementati i posti di lavoro, per rispondere alle richieste dall’estero. La speranza di tutti era che il mercato italiano si facesse trovare pronto, ma così non è stato. La battaglia tra la Brown e la Green economy  deve ancora dire molto.

L’ennesimo paradosso italiano è legato agli impianti obsoleti: infatti prima di costruire nuovi parchi eolici è necessario rinnovare quelli già presenti. Questi impianti costruiti alla fine degli anni ’90 da un lato alterano il reale rapporto tra costi-benefici dell’eolico e dall’altro lato col passare del tempo il loro rinnovamento costerà molto di più che costruirne di nuovi. Ci ritroveremo con dei costi notevoli di smaltimento e avremo perso nel frattempo anni di produzione energetica all’altezza delle possibilità tecnologiche attuali. La stima è inquietante: a causa dell’età avanzata di molti impianti in Italia si disperde oltre un quinto della potenza installata. Come se nelle nostre rete idriche si perdesse un litro d’acqua per ogni cinque distribuiti. Peccato che sia esattamente così. Dismettere i vecchi impianti, oltre al costo di smaltimento, vorrebbe dire rinunciare alle aree migliori: infatti i primi impianti sono stati realizzati nei siti potenzialmente in grado di fornire le maggiori produzioni energetiche.

Il problema dell’eolico in Italia è da sempre legato all’aspetto paesaggistico e il rinnovamento dei vecchi impianti potrebbe rappresentare una soluzione. I vecchi impianti, composti da molte macchine di bassa potenza, potrebbero essere sostituite da nuovi modelli, molto più potenti, diminuendo l’impatto visivo della selva di pale a cui siamo abituati, ma che a oggi rappresenta una visione anacronistica ed evitabile.

Ma perché non farlo? L’iter autorizzativo è un ostacolo non irrilevante. Se in Germania, ad esempio, le procedure per il rinnovamento sono veloci, in Italia non è presente alcuna agevolazione. Il rinnovamento degli impianti non viene considerato dalla normativa quindi ogni intervento viene giudicato come l’installazione di un nuovo impianto, con costi e tempistiche che non la rendono un’operazione vantaggiosa. 

Gli investimenti fatti in Italia dall’azienda danese sono notevoli: a oggi il 40% della produzione eolica viene da impianti Vastas e per Taranto la green economy potrebbe essere un punto di ripartenza. La green economy in Italia ha futuro soltanto se il mercato italiano inizia ad aprirsi a questo nuovo modo di intendere l’energia. La Vestas nel 2013 ha trasferito un impianto in Spagna e la lecita preoccupazione è che senza la crescita delle richieste la produzione possa essere progressivamente trasferita in altri paese con un impatto notevole anche sull’impiego. Oggi lo stabilimento di Taranto impiega circa 700 persone, 700 famiglie che vivono di eolico. La speranza è che aumentino, la realtà purtroppo lascia intendere il contrario.

Francesco Spiedo

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Sangiorgese classe ’92, istruttore di Kung-Fu e laureato in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio. Ha pubblicato racconti sparsi e romanzi misti, ama la definizione scrittore emergente e guai a chiamarlo esordiente. Frequenta il corso annuale a Belleville – La scuola con la speranza di entrare nella vecchia e cara Repubblica delle Lettere. Nel frattempo scrive per la testata giornalistica online Libero Pensiero, occupandosi principalmente di ambiente, e collabora con Bookabook, senza apparenti meriti letterari.

2 COMMENTI

  1. Il problema dell’eolico in Italia è che se non ci sono incentivi le multinazionali non hanno interesse a rinnovare i parchi eolici. Il mercato eolico italiano è un mercato drogato, altissimi incentivi dello Stato e miliardi regalati alle mutinazionali. Hanno devastato intere zone della Campania, del Molise, della Puglia, della Sicilia. Adesso che il territorio dove poter installare nuovi impianti è ormai saturo continuano a parlare di incrementare la realizzazione di parchi eolici. Per fortuna oggi non esistono solo le turbine Vestas e quindi la multinazionale danese dopo essersi arrichhita a palate dovrebbe avere una maggiore umilità; già si sentono gli echi del consueto riccatto occupazionale.

    • Purtroppo è qualcosa in più di un eco.

      La normativa italiana non considera il rinnovamento dei parchi eolici, operazione necessaria a causa dell’età avanzata degli impianti. Questi vecchi modelli comportano due problemi: innanzitutto l’impatto visivo è terribile, per niente coerenti con le nuove norme paesaggistiche ambientali, ma la stessa produzione energetica non è all’altezza delle tecnologie oggi raggiunte. Rinnovare gli impianti permetterebbe di aumentare notevolmente la produzione riducendo il numero di pale – e quindi l’impatto paesaggistico. Meno pale, più energia.

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