Premio InediTO – Colline di Torino ha da poco annunciato i vincitori della XVI edizione, la cui premiazione si svolgerà il 21 maggio 2017 presso il Salone del Libro di Torino. Un anno fa, tuttavia, di questi tempi a salire sul podio era “Reduci o Redenti”, una raccolta di poesie, delicata, aurea d’alloro.

Premio InediTO Reduci Redenti

Ab ovo, l’associazione culturale Il Camaleonte di Chieri (TO) che promuove ormai dal 2002 il concorso nazionale Premio InediTO, tappa immancabile della manifestazione Il Maggio dei libri, progetto sostenuto dal Centro per il Libro e la Lettura del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Le sezioni in gara sono sei: poesia, narrativa come romanzo e racconto e la categoria del testo (cinematografico, teatrale e di una canzone).

L’agguerrito certamen della XV edizione aveva visto 670 testi, di cui 60 selezionati dal Comitato della Lettura per le finali e, in conclusione, 32 premiati dalla giuria. La competizione era alta, i dati registrati da record. Vincitrice della sezione di poesia una studentessa dai natali fiorentini, Francesca Mazzotta, classe 92 e talento da vendere. Il 14 maggio 2016, alla proclamazione dei vincitori avvenuta presso il Salone del Libro, seguiva la serale e consuetudinaria premiazione nella storica sede di Casa Martini, fondata nel 1863, che per tali occasioni riapre al pubblico i locali della Terrazza e del Museo di Storia dell’Enologia.

Reduci Redenti Premio InediTO

Vincere il concorso significava vedersi riconoscere il merito di un’ispirazione personale ed intima; voleva dire pubblicare il proprio lavoro e rendere concreta la fatica. Reduci o Redenti, finalmente libro. Monumentum aere perennius. Una volta edito, le dovute presentazioni: la prima avvenuta a Firenze, il 18 Febbraio 2017, durante il Festival Firenze Libro Aperto a cura del poeta Davide Rondoni; e la seconda il 28 Marzo a Bologna, nello spazio Al verso 61, con l’amico e poeta Riccardo Frolloni.

La tradizione vuole che, di edizione in edizione, la ruota giri e il testimone passi: il titolo scorre ma la gloria resta. I giudicati diventano giudici e i figli, padri. Anche Francesca ha avuto l’onere e il privilegio di correggere e selezionare, concedendoci, inoltre, il sugo della sua storia.

Cosa l’abbia portata a scrivere è difficile per lei da individuare ma, in fin dei conti, era un’esigenza, “un’ansia comunicativa che non si può concretizzare altrimenti che con nero su bianco. Aggiunge: “è stato come scoprire una sfumatura cromatica appagante per tutti e cinque i sensi e di cui non sospettavo l’esistenza”, ricordando dolcemente la sua prima poesia.

E la costante per cui si possa scrivere solo se si è sofferto?

Nel momento in cui per “soffrire” s’intende “la condizione di un sentire profondo”, non credo sia la sofferenza, agli effetti, il discrimine tra il potere-scrivere e il non potere farlo. Ma, piuttosto, un’esperienza del limite tutta umana, che ci porta a scendere sotto la superficie, fino a ricomprenderci un’immagine multidimensionale del percepibile, per poi metterla in forma.” È dunque un’equivalenza che può e deve essere rivisitata, per la giovane poetessa.

Spiega così, poi, l’essenza della sua raccolta. “Il libro si articola in tre sezioni: Disnomia, Le ragazze del lago e Oblio. La prima rappresenta per me la disillusione, la seconda il riscatto, la terza il sogno che è anche bisogno di dimenticarsi. 

Disnomia racchiude pertanto uno sprone a svincolarsi dal Nome con la n maiuscola, ovvero dalla certezza, da quell’ansia nominativa che ci rende esseri tragici al mondo.

Le ragazze del lago è la sezione che più si lega ad un contenuto personale: relativa ad un’esperienza di ricovero che mi ha coinvolto in prima persona presso una struttura clinica per DCA, disturbi del comportamento alimentare, cede lo spazio alle voci delle pazienti che mi furono compagne di percorso. È la sezione a cui sono più affezionata. I nomi, paradossalmente, rispetto alla prima sezione, tornano ad essere ricordati alla perfezione. Ma sono nomi propri, nomi di persona, i nomi di quelle guerriere silenziose e piangenti che mi furono madri e sorelle, figlie e divinità protettrici, la cui luce carica di forza negli occhi, i cui gesti, le cui parole, ritengo ancora oggi che mi abbiano salvato. 

La terza sezione, Oblio, è occupata da un poemetto dal titolo Idrousia, la terra dalle molte acque, che vuole essere allegoria di una mente che passa in rassegna le epoche distinte di una vita e che, anche, sogna un futuro forte del passato che l’ha preceduto. Il poemetto è dedicato a Benjaman Kyle, un individuo ritrovato nell’Agosto del 2004 steso nudo in mezzo a dei rifiuti, in Georgia, all’incrocio di due strade di Richmond Hill. Non ricordava niente di sé e della propria vita fino a quel punto, tanto che gli è stato assegnato un nome ispirato alle iniziali del Burger King di fronte cui fu ritrovato, insieme a un documento d’identità provvisorio. Ho scoperto la storia di Benjaman per caso navigando in rete. In essa ho visto inscritte le due direttrici su cui volevo impostare la raccolta (in corrispondenza della prima e della seconda sezione): tragedia del nome, tragedia del corpo – giacché né sul nome né sul corpo si può fare affidamento.”

Dunque l’uomo, con in mano il proprio destino e in spalla il ricordo del passato, girovaga in cerca di risposta. Reduci o redenti è la domanda, il dubbio. Siamo frutto del caso o la riuscita di un disegno prestabilito?

Si incrociano due ricordi nella luce

che fai?, chiede uno all’altro,

perché tremi?

ho appena capito, risponde,

ho appena capito di essere mortale

Decanta l’enigmatica parodo al testo.

E il nostro, è un invito.

Pamela Valerio

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