Al giorno d’oggi tatuare è un’arte.  Come il mondo della street art, anche quello della body-modification si sta ricavando uno spazio tra le forme d’arte ‘mainstream’, in parte per l’ampia diffusione del fenomeno, ma soprattutto grazie al lavoro di artisti del tatuaggio provenienti da tutto il mondo.

Tuttavia, chiunque abbia un tatuaggio ha sentito, almeno una volta nella vita, la frase  “E da vecchio come farai con tutti quei tatuaggi?” oppure “Non troverai mai lavoro conciato così”, dimostrazione che c’è ancora un grosso stigma sociale che associa i tatuaggi alla criminalità più che all’arte. Eppure l’International Tattoo Fest di Napoli è la dimostrazione che il tatuaggio è un’espressione culturale vitale e pulsante, che supera i confini nazionali e geografici, tracciando un filo rosso attraverso la storia dell’umanità fino ai giorni nostri.

Il tatuaggio tradizionale Maori

Le prime attestazioni archeologiche di tatuaggi su corpi umani risalgono a più di 4000 anni fa, come spiega l’archeologa Joann Fletcher in un’intervista, e sono costituite principalmente da punti e linee distribuiti sul corpo in una maniera che fa pensare ad un loro uso a scopo terapeutico o rituale. Anche i ritrovamenti in area egiziana fanno pensare al tatuaggio come una sorta di ‘amuleto permanente’: in particolare l’analisi di numerose mummie femminili tatuate su ventre, fianchi e seno, a volte con immagini raffiguranti la dea Bes protettrice delle gestanti, ha fatto pensare ad una relazione tra i tatuaggi e la buona riuscita del parto.

In molte culture tribali i tatuaggi avevano lo scopo di indicare lo status sociale dei portatori: nel 450 a.C. Erodoto, storico greco noto per i suoi resoconti riguardanti popoli ‘barbari’, scriveva che presso gli Sciti (una popolazione di origine indoeuropea) “i tatuaggi erano un segno di nobiltà”. In Nuova Zelanda è da secoli che i Maori tramandano la tradizione di decorarsi il viso, considerato la parte più importante del corpo, con tatuaggi elaborati. Il ‘moko’ è un segno culturale unico, che esprime non solo lo status, ma anche il lignaggio, il carattere personale e la abilità di un determinato individuo. Per tutta la vita viene ampliato per riportare e divulgare le imprese di chi lo porta, una sorta di curriculum vitae inciso sulla pelle.

La mostra ‘Rock’n’Ink’ di Donna Mayla, presente all’International Tattoo Fest 2017

Il termine ‘tattoo’ fu importato in Europa verso la fine del’700, in seguito ad una spedizione del navigatore inglese James Cook. Dal polinesiano ‘tattau’ o ‘tatu’, il termine si è velocemente conquistato un posto in tutte le lingue europee, nonostante i tatuaggi fossero già conosciuti nel continente. Pare che i Romani vi si riferissero con il termine ‘stigmata‘ e che la funzione principale fosse quella di indicare un’appartenenza, che fosse ad una setta religiosa o quella di uno schiavo al suo padrone. In seguito la moda si diffuse, ma, con l’avvento del Cristianesimo, i tatuaggi furono definitivamente bollati negativamente e addirittura banditi dall’Imperatore Costantino (306-372 d.C.).

Anche nella cultura cinese il tatuaggio era stigmatizzato e questa tendenza si diffuse in Giappone, dando vita ad un vero e proprio codice che permetteva di identificare il criminale dai marchi sulla pelle. Dal XVIII secolo quest’usanza fu rimpiazzata con l’utilizzo diffuso dei tatuaggi a scopo decorativo, rendendo tutt’oggi lo stile giapponese uno dei più famosi nel mondo del tatuaggio.

La Han’nya è una delle maschere tradizionali del teatro nō

«La maschera Han’nya, uno dei simboli più noti di questo stile, rappresenta una donna che si è trasformata in demone a causa della gelosia» ci racconta Alfonso, shop manager presso lo studio ‘South Ink Tattoo Shop‘ di Fabio Gargiulo.

«La mostra ‘Hannya Brigade’, esposta per la prima volta proprio al Tattoo Fest 2017, è composta da più di 200 dipinti creati da artisti di tutto il mondo. Per celebrare i 10 anni di attività del nostro studio, che fa della condivisione la base del proprio lavoro ospitando tutto l’anno artisti internazionali, abbiamo chiesto ad amici e colleghi di dipingere nel proprio stile il soggetto, che è anche lo storico logo dello studio.»

La mostra ‘Hanya Brigade’, a Napoli dal 12 al 14 maggio 2017

«L’aspetto più interessante della mostra è che, nonostante il soggetto unico, non c’è un quadro uguale all’altro, testimonianza dell’infinita creatività dell’arte del tatuaggio.»

Questa ed altre mostre, sono state protagoniste di questa  edizione del festival organizzato da Costattoo (alias Costantino Sasso). Quest’anno gli organizzatori hanno voluto dare un’impronta particolare all’evento, accentuando proprio l’aspetto artistico del lavoro del tatuatore: la mostra ‘Rock’n’Ink’ di Donna Mayla unisce l’amore per la musica (e per le chitarre elettriche) a quello per il tatuaggio, mentre la scuola d’arte napoletana ‘In Form of Art’ ha ricreato, per il piacere dei visitatori, il lavoro di una bottega d’arte, lasciando che gli allievi e il maestro Marco Chiuchiarelli si esibissero disegnando live per tutti e tre i giorni del festival.

Gli allievi della scuola ‘In Form of Art’ all’opera

Come ogni anno, più di 300 tatuatori hanno lavorato nella magica cornice della Mostra d’Oltremare dal 12 al 14 maggio, inoltre musica, cibo e laboratori per bambini hanno contribuito a creare un’atmosfera indimenticabile.

Anche quest’anno il festival si è rivelato all’altezza delle aspettative, creando uno spazio aperto e collaborativo che potesse avvicinare tutti, non solo gli appassionati, al mondo dei tatuaggi.

Claudia Tatangelo

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