Il treno, giallo a strisce blu, stava appena entrando in stazione. I freni stridevano sempre meno intensamente, fino a che non si arrestò davanti alla folla che attendeva paziente.

Spensi la sigaretta sul bordo del cestino ed aspettai il mio turno per poter salire, dando la precedenza ai passeggeri smontanti; un rituale che avevo imparato a rispettare, se non altro per non essere trafitto dagli occhi sorpresi della gente. Sedetti vicino al finestrino, un posto singolo così da non dover essere costretto a comunicare con l’ambiente circostante, cosa che per il sottoscritto è comparabile a dover affrontare una maratona in infradito.

Il fischio, secco e deciso, del capotreno ci fece ripartire. Non era la prima volta che mi dirigevo verso la “Station Centraal” di Amsterdam, ma il paesaggio che ci accompagnava per quei 15 km mi rassicurava, immobile e serafico: la ferrovia era costeggiata da ambo le parti da un canale, mentre la prateria si perdeva nell’orizzonte. Nè una collina, nè un dosso ad accompagnare il mio sguardo. Tutto scorreva sincero, senza interruzioni.

Una voce gracchiante mi comunicò che eravamo arrivati. Scendere ad Amsterdam Centraal la mattina presto di un giorno lavorativo, è come entrare in un girone infernale: tutti corrono, bici che sfrecciano, qualcuno che si getta nel canale. Un pandemonio a cui ormai non facevo più caso. Uscii dal braccio che si estendeva a destra della stazione, con la faccia rivolta verso il parcheggio delle biciclette. Pochi metri fino alla tramvia, 2,90 euro di biglietto e di nuovo a sedere, forse. Poche fermate fino a Spuistraat, in pieno centro.

Era la prima volta che osservavo Amsterdam nel periodo di natale. Volevo scoprire la città, ma non sapevo da dove cominciare, e quella “Spuistraat” era la parte più centrale da cui potessi partire. A destra le tipiche casette olandesi: con il tetto spiovente, tiranti per tenere insieme i vari piani della casa, finestre decorate a motivi natalizi. Il natale, “Sinterklass” in Dutch, si sviluppa sempre con le stesse dinamiche, non importa dove tu vada: ero a migliaia di chilometri di distanza da casa mia e riuscivo ancora a divertirmi guardando lo stesso babbo natale che cercava di arrampicarsi sulla grondaia di una casetta rossa e gialla.

Decisi per andare verso quella che mi sembrava la via principale, ritrovandomi sorprendentemente in Dam Square. Il palazzo del Re e della Regina protegge con la sua imponente facciata tutta la piazza, lasciando sgomenti a prima vista. Personalmente, è sempre sembrato fuori luogo: un palazzo così molare, con linee rigide e spezzate, non rende giustizia alla maestosa e coinvolgente dinamicità che, architettonicamente, Amsterdam rappresenta, con chiese gotiche e casette l’una diversa dall’altra.

Mi fermai al mio solito cafè: un piccolo locale con insegna in legno color blu acceso ed una porticina piccola, da cui Klaus aveva cominciato a salutarmi. Un ragazzo biondo, non molto alto e due occhi azzurro cielo accompagnavano un inglese non molto scolastico ma efficace. Almeno aveva capito che il caffè macchiato non era un cappuccino, e questo tanto mi bastava. Parlavamo di poco, quasi sempre sport. Quel giorno invece, il buon umore di Klaus era svanito, mentre mi raccontava che di lì a poco avrebbe chiuso bottega.

“Le tasse, aumentano ogni anno”. Non che ci sia da stupirsi, ma domandai come un locale in pieno centro avesse di questi problemi. “Se non vendi, non vendi…e prima di riempirti di debiti, ti fanno chiudere tutto”. Sarebbe partito, di lì a poco per tornare nel sud dell’Olanda, dai suoi parenti. “Non si può fallire se non ci si prova nemmeno, man!”. Eccolo, il buon umore. Salutami il mio primo amico ad Amsterdam, per l’ultima volta.

Il cielo continuava ad essere terso, pennellato con qualche nuvola che correva via veloce. Quanto ero lontano da casa. Le domande mi balenavano in testa come un tornado. Sono dovuto arrivare fino a Amsterdam, per vedere persone che scappano anche da qui?

Ma allora siamo davvero così diversi?

L’Europa dei disoccupati, dei figli di papà, dei “mammoni”, degli scansafatiche, degli studenti, dei laureati, di quelli che cercano lavoro, di quelli che hanno un posto fisso, quelli che non lo troveranno mai, quelli dalla parte del diavolo e quelli con in mano una croce, uomini, donne, ebrei, musulmani. Anche da qui, le paure suonano sempre la solita canzone.

Rimuginando sotto il sole, mi diressi lemme lemme verso la prossima meta. Ora dovevo solo trovare qualcun’altro a cui potessi spiegare la differenza tra un cappuccino ed un caffè macchiato…

Niccolò Inturrisi

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Nasce il 26 febbraio 1995 a Firenze, dopo aver terminato gli studi liceali nel 2015 lascia l’Italia e si trasferisce con la famiglia in Olanda, ad Amsterdam. Ora continua a lavorare come magazziniere in attesa di intraprendere gli studi. Il libro che lo ha colpito più di tutti è stato “La bestia umana” di Zola. Se proprio gli chiedessero di scegliere un autore preferito, opterebbe però per Dostoevskij. Coltiva molte altre passioni, tra cui la musica, nella quale si è cimentato per qualche anno suonando chitarra elettrica e basso. Ascolta tutti i generi possibili e il suo gruppo preferito in Italia restano gli Zen Circus, anche se adora De Andrè e Lucio Dalla (ma ne potrebbe citare molti altri), ma il suo primo amore rimangono i Pink Floyd. Grazie alla famiglia si porta dietro praticamente da tutta la vita la passione per il cinema. Adora Fellini e Monicelli, ma non disdegna anche registi esteri come Lynch, Scorsese e Tarantino.

1 COMMENTO

  1. Veramente Il natale in olanda è kerst, e Sinter Klaas è qualcosa di differente, che avviene tra il 5 e il 6 di dicembre; una cosa che il nord est italiano conosce, ma non il resto d’italia.

    Ed è anche da queste cose che si capisce la differenza tra i paesi bassi e l’italia, per non parlare dei servizi al telegiornale, si farà l’Elfstedentocht o no? fiato sospeso al controllo dello spessore del ghiaccio ecc.

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