Quegli 8.000 chilometri che nell’antichità collegavano Roma all’impero cinese attraverso un intreccio di vie e di paesi stanno per essere rivitalizzati quasi duemila anni dopo. La ricostruzione della via della seta, infatti, è il progetto di Xi Jinping, presidente della Repubblica Popolare Cinese, per rilanciare la Cina a livello internazionale.

Nominata per la prima volta nel 2013 durante un discorso di Xi Jinping all’università di Nazarbayev in Kazakistan e in parte già avviata, l’idea di costruire una moderna via della seta è parte di un piano strategico pensato dal Presidente per espandere l’influenza economica della Cina e la sua presenza a livello geopolitico internazionale. Con Xi Jinping, infatti, la politica estera cinese ha subito un cambio di rotta, optando non più per un “basso profilo” sul piano internazionale, ma piuttosto per una presenza attiva e audace. Il progetto di ricostruire la via della seta rientra all’interno di questo nuovo modus operandi.

Lo scopo immediato del progetto Belt Road Iniatitive – precedentemente nominato One Belt One Road – è quello di aumentare l’influenza della Cina all’interno dell’Asia centrale e di migliorare i collegamenti con l’Europa. Le strade di questa nuova via della seta sono principalmente due: quella ferroviaria, costituita da treni ad alta velocità che ridurrebbero incredibilmente i tempi di collegamento, e quella marittima.

La prima parte da Xi’An attraversa tutta l’Asia centrale passando poi dall’Iran e dalla Turchia per poi risalire verso Mosca e andare verso Rotterdam. Da qui i treni ad alta velocità prendono la rotta del Mediterraneo, probabilmente sul lato adriatico, arrivando a Venezia. La via del mare, invece, connette Fuzhou, città sulla costa a sud di Pechino, con tutto il mare del Sud Est Asiatico, l’Oceano Indiano e le coste africane per risalire, attraverso il canale di Suez, verso il Mediterraneo.

Si comprendono fin da subito l’immensità e le problematicità del progetto della Cina di Xi Jinping: un reticolato di ferrovie e rotte marittime deve attraversare numerosi confini nazionali e dialogare con i rispettivi paesi, spesso entrando in zone di conflitto o poco stabili (come ad esempio la regione autonoma cinese dello Xinjiang dove si sono sviluppati germi di terrorismo islamico) o poco adeguate dal punto di vista geologico (l’altopiano del Tibet o le zone montuose del Kashmir, contese fra India e Pakistan).

L’investimento in termini monetari, infatti, è ampio: tre istituzioni finanziare sono state fondate per mandare in porto il progetto. Il Silk Road Infrastructure Fund, che raccoglie 40 miliardi di dollari, l’Asian Infra Investment Bank, con un capitale di 100 miliardi di dollari, che riunisce 21 paesi dell’Asia, e la New Development Bank, che invece raccoglie i capitali dei cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa).

La ricostruzione della via della seta, dunque, viene presentata come un progetto conveniente alla Cina ma anche ai paesi che vi partecipano. Il presidente Xi Jinping, infatti, si sta impegnando a dialogare con i relativi leader nazionali e a stabilire volta per volta accordi che rispettino le singole volontà. Se da una parte la Cina ha il capitale economico da spendere, dall’altra rispondono i singoli paesi che nella costruzione delle infrastrutture e nella partecipazione alla via della seta vedono un fattore fondamentale di guadagno nel presente – con la costruzione di grandi opere e infrastrutture – e nel futuro – entrando così a far parte di un’immensa rete eurasiatica. Tuttavia, il processo è lungo e in continua ridefinizione.

Ciò che, infatti, la Cina tiene a ribadire è che l’idea sia quella di creare un network commerciale e turistico che implementi le comunicazioni fra i due continenti e che possa risultare vantaggioso per chi ne entra a far parte. Xi Jinping, non a caso, ripete i “tre no”: nessuna interferenza con gli affari interni delle singole nazioni, nessun tentativo di aumentare la propria sfera di influenza, nessuna ricerca di egemonia mondiale.

Tuttavia risulta difficile credere che quello di Xi Jinping non sia un progetto mirante a stabilire una certa influenza economica della Cina in Europa e, a lungo termine, in relazione agli Stati Uniti. La ricostruzione della via della seta cinese, se completata nel 2030, restituirebbe un mondo in cui l’immensa produzione cinese, viaggiando ad alta velocità e con meno vincoli, troverebbe più facilmente (di ora) un mercato in cui riversarsi, dando la possibilità alla Cina di esprimersi come potenza economica mondiale e in crescita.

D’altra parte, secondo alcuni analisti questo rappresenta «uno sfoggio di soft power che si esalta in confronto agli atteggiamenti più aggressivi delle altre potenze globali (Usa) o regionali (Russia, Iran eccetera)». Non a caso, lo scorso 6-7 aprile si è tenuto il primo incontro fra Xi Jinping e Donald Trump che ha «posto le basi per una maggiore collaborazione fra i due paesi»: il Presidente della Repubblica Popolare Cinese è consapevole del fatto che Trump è un partner fondamentale nel contesto geopolitico mondiale.

Conformemente alla cultura cinese, tradizionalmente lontana dagli imperialismi aggressivi delle potenze occidentali, la Cina si ritaglia il proprio spazio a livello globale e la propria influenza con una silenziosa lungimiranza. La politica attiva di Xi Jinping ha avviato questo percorso, la via della seta lo porterà a termine.

Elisabetta Elia