Dopo più di tre anni Boko Haram, l’organizzazione terroristica affiliata con l’ISIS che terrorizza parte della Nigeria, ha rilasciato 82 delle studentesse rapite la notte del 14 aprile 2014 a Chibok. Le giovani donne sono state condotte ad Abuja, capitale nigeriana, dove hanno incontrato il presidente Muhammadu Buhari e dove hanno prontamente ricevuto la giusta assistenza medica.

Il caso del rapimento delle 276 studentesse della cittadina di Chibok, nel nord-est della Nigeria, avvenuto nell’aprile del 2014 assunse una notevole rilevanza dal punto di vista internazionale ed ebbe sin da subito un forte riscontro mediatico soprattutto grazie alla campagna lanciata sui social network da Michelle Obama sotto l’hashtag #BringBackOurGirls. Dopo un iniziale interesse verso la causa, però, i riflettori puntati sul rapimento attuato da Boko Haram sono andati progressivamente spegnendosi. Per molto tempo l’interesse verso il destino delle ragazze nigeriane sembrò aver subito una battuta di arresto e ben presto si persero quasi completamente le tracce delle 276 ragazze.

In questi giorni, però, dal continente africano sono arrivate delle notizie positive. Finalmente la Nigeria – grazie  a interminabili ed estenuanti trattative da parte del governo nigeriano con il gruppo terroristico di Boko Haram e all’intermediazione della Croce Rossa e del governo svizzero – può riabbracciare 82 delle giovani studentesse rapite.

Plagiate, sottomesse e distrutte: è questo il quadro clinico che rappresenta la totalità delle donne che sono state rilasciate da Boko Haram. Secondo AGI (Agenzia Giornalistica Italia), molte delle ragazze che sono ancora prigioniere avrebbero addirittura manifestato la volontà di non tornare a casa. Se non fosse stato per questo corposo dietro front le studentesse a tornare sarebbero state molte di più. I motivi che possono esserci dietro a una decisione del genere sono molteplici. È probabile che molte di loro provino vergogna per il fatto che siano state costrette a sposare degli estremisti e ad avere dei figli da loro. Inoltre, tra le ragazze rapite alcune sembrerebbero, addirittura, essersi radicalizzate tanto da abbracciare appieno l’ideologia anti-occidentale e pro-Shariʿa che il gruppo terroristico promuove.

L’operazione portata avanti dal governo non può, però, ritenersi un vero e proprio successo. Il problema principale è da ricercarsi nella tempistica. Nonostante, all’indomani del rapimento, il presidente Muhammadu Buhari avesse rassicurato il Paese su un pronto intervento delle forze militari nigeriane per riportare le giovani studentesse a casa, nel concreto questo non è accaduto. A parte una cinquantina di studentesse che sono riuscite a scappare proprio nei giorni successivi al rapimento, ad oggi sono state rilasciate, per mezzo dell’operato del governo nigeriano, in tutto solo 103 ragazze (21 delle quali attraverso un’analoga trattativa avvenuta ad ottobre del 2016) e ne restano ancora 113 da sottrarre ai terroristi di Boko Haman.

Inoltre, la liberazione delle studentesse è avvenuta sostanzialmente perché il presidente Buhari ha acconsentito, su richiesta del gruppo terroristico, a rilasciare a sua volta 5 comandanti delle file di Boko Haram. Una vittoria parziale, dunque, quella del governo nigeriano, che se da un lato ha potuto riabbracciare 82 prigioniere, dall’altro è dovuto necessariamente scendere a compromessi con il gruppo terroristico più efferato del continente nero.

L’organizzazione Boko Haram, in Nigeria e non solo, è conosciuta e temuta soprattutto a causa dei numerosi atti terroristici che perpetra ai danni dei civili e che hanno causato negli ultimi sei anni la morte di 2000 di questi, e inoltre è diventata famigerata a livello internazionale a causa delle violenze e delle atrocità inflitte alle donne.

La visione che hanno della donna e che cercano di portare avanti è quella della donna “oggetto”.

Il genere femminile è un genere inferiore per nascita, non ha diritto all’istruzione in quanto il suo unico scopo nella vita è quello di procreare e di accudire la progenie. La donna è, a detta loro, uno strumento nelle mani dell’uomo, il quale ha il diritto di scegliere e decidere qualsiasi cosa per lei. La concezione aberrante che hanno della donna si manifesta nei campi di prigionia costruiti appositamente per le ragazze che rapiscono: lì la violenza psicologica e fisica più estrema prende vita e anche solo immaginare, in futuro, di ritornare a vivere una vita normale è estremamente difficile.

Il report stilato da Human Right Watch descrive appieno le condizioni in cui sono costrette a vivere centinaia di donne rapite. Il documento contiene le testimonianze di 30 ragazze che sono riuscite a scappare dai campi di prigionia. Ciò che è emerso è che, una volta fatte prigioniere, esse perdevano ogni diritto, «le violenze e gli stupri rappresentavano la normalità, una volta catturate dovevano necessariamente convertirsi all’Islam, pena la morte». Molte, racconta un’altra testimone, erano costrette a guardare impotenti gli uomini del gruppo violentare le proprie figlie, e la maggior parte delle donne erano costrette a sposare i loro aguzzini, che esse fossero minorenni o meno non aveva nessuna importanza. «Se mia figlia di cinque anni può sposarsi, perché una ragazza di quindici non dovrebbe?» è stata una delle risposte date da un militante di Boko Haram a una delle giovani donne intervistate da Human Right Watch, dopo che questa aveva espresso dei dubbi rispetto alla necessità di dare in moglie, a un adulto, una ragazza così piccola di età.

Le donne kamikaze sono diventate uno strumento di morte sempre più diffuso tra le schiere del gruppo terroristico. Esse vengono scelte soprattutto perché indossano abiti lunghi sotto i quali possono indossare cariche di esplosivi passando inosservate. Negli ultimi anni c’è stato, inoltre, un forte incremento di “bambine kamikaze”.

Secondo un articolo de Il Fatto Quotidiano datato dicembre scorso, due bambine di 8 e 7 anni si sarebbero fatte esplodere in un mercato nella cittadina di Maiduguri, in Nigeria. La modalità è sempre la stessa: le bambine vengono portate in luoghi affollati, accompagnate presumibilmente da uomini di Boko Haram e poi vengono fatte avvicinare a venditori o passanti. Ma ciò che ad alcuni testimoni è rimasto impresso, in questo specifico attentato, è stata la freddezza nello sguardo delle due bambine. Ignare di quello che stavano facendo, senza il minimo indugio, hanno premuto la cintura esplosiva.

Purtroppo questo mercato della morte vede sempre più bambine protagoniste e la loro ingenuità diventa un’arma a doppio taglio che i gruppi terroristi utilizzano a loro piacimento, senza alcuno scrupolo. Oggetti sessuali prima e oggetti di guerra dopo: è questo il tragico destino che, spesso, attende un gran numero di donne e bambine rapite dagli aguzzini di Boko Haram. E non c’è molto da stupirsi se, nella Nigeria odierna, il numero delle donne kamikaze volontarie è aumentato e se premere una cintura esplosiva è diventato per molte donne un atto di liberazione.

Giuseppina Catone