Nel 1961 Gabriel García Márquez si trovava in un vicolo cieco creativo. Aveva già pubblicato il suo primo romanzo, scritto diversi racconti e articoli di giornale, stavano per uscire “Nessuno scrive al colonnello” e “I funerali della Mamá Grande”, eppure non riusciva a trovare il modo di superare quel realismo che da tempo sembrava andargli stretto. Fu allora che l’amico Álvaro Mutis lo andò a trovare, nel suo appartamento al settimo piano in un edificio senza ascensore, con un pacco di libri sotto braccio. Mutis tirò fuori dal pacco il libro più sottile e lo diede all’amico, dicendogli: “leggi questa roba e impara.”

Il libro era Pedro Páramo, il capolavoro di Juan Rulfo, lo scrittore messicano nato esattamente cento anni fa, il 16 maggio 1917. García Márquez non aveva letto nulla di Rulfo prima di allora, ma quel romanzo di poche pagine era destinato a segnarlo: la notte dopo la lettura di Pedro Páramo, lo scrittore colombiano non riuscì a chiudere occhio, come non riuscì a leggere nessun altro autore per il resto dell’anno.

Come confessa nell’articolo da cui è riportato questo aneddoto, García Márquez non solo non aveva letto nulla di Rulfo, ma non lo aveva neanche mai sentito nominare.

Per quanto riguarda l’Italia, ancora oggi, il nome di Rulfo non sembra essere molto conosciuto, nonostante Einaudi abbia pubblicato “La pianura in fiamme”, “Pedro Páramo” e “Il gallo d’oro”, e articoli come questo dimostrino che lo scrittore messicano sia in grado di stimolare riflessioni non banali.

Juan Rulfo (1917-1986) è sempre stato un autore schivo la sua figura rimane avvolta in un alone di mistero. Autore di un’opera scarna, pubblicò solo tre opere in vita e viene incluso da Enrique Vila-Matas insieme a Salinger e Rimbaud nei “bartleby” della letteratura, autori che, pur avendo talento, scrivono poco o smettono presto.

Anche se è ormai stabilito che Rulfo nacque il 16 maggio 1917, sul suo anno di nascita circolavano fino a poco tempo fa inesattezze, tanto da portare la stessa Einaudi a ringiovanire lo scrittore di  un anno.

Secondo le sue stesse parole, Rulfo ebbe un’infanzia molto dura e difficile, durante la quale, come effetto della rivolta dei cristeros, la sua famiglia perse tutto. Sua madre e suo padre morirono quando Rulfo era ancora bambino.

Forse per evadere, almeno attraverso la letteratura, da quella regione devastata, da adolescente aveva letto Knut Hamsun e altri autori “nordici”, come li definì nell’intervista citata, tra i quali lo scrittore islandese Halldór Laxness, molto prima che questi vincesse il Nobel nel 1955. Nel 1955, del resto, non solo la formazione di Rulfo era già completa, ma, con la pubblicazione di “Pedro Páramo”, la sua stessa produzione scritta era quasi giunta al termine.

Per capire come “Pedro Páramo” può avere aiutato Gabriel García Márquez ad uscire dall’impasse creativa e a superare definitivamente il realismo, basta pensare che nel romanzo di Rulfo, i confini tra realtà e sogno sono porosi, il mondo dei morti si confonde con quello dei vivi e, non per ultimo, come Macondo è più che un semplice sfondo per “Cent’anni di solitudine”, così la città fantasma dove si svolge Pedro Páramo, è, a detta del suo stesso autore, la vera protagonista dell’opera.

“Questo paese è pieno di echi. Ti sembrano rinchiuse nel vuoto delle pareti o sotto le pietre. Quando cammini, senti che ti calpestano i passi. Senti degli scricchiolii. Risate. Risate ormai molto vecchie, come stanche di ridere. E voci ormai logore dall’uso. Senti tutto quello. Penso che arriverà un giorno in cui questi rumori finiranno.” (p.46)

In una nota dal titolo “El desafío de la creación” (La sfida della creazione), Rulfo scrisse: “Il lavoro è solitario, in letteratura non si può concepire il lavoro di gruppo”. Eppure, nonostante l’indole taciturna, pare che ebbe contatti con quasi tutti gli autori più importanti della letteratura sudamericane, con simpatie (per Onetti, Guimarães Rosa) e antipatie (il connazionale Octavio Paz).

Tra gli scrittori messicani più recenti, persino Daniel Sada è stato avvicinato a Rulfo. Due stili, barocco quello di Sada e tendente all’afasia quello di Rulfo, che a un primo sguardo non potrebbero essere più distanti. Eppure Francisco Goldman ha scritto che “Sada sta a Juan Rulfo come Beckett a Joyce, solo al contrario. Il minimalismo di Beckett era una risposta all’insuperabile massimalismo di Joyce. E il massimalismo di Sada è stata la risposta di questo all’insuperabile minimalismo di Rulfo.”

Leggendario e incomprensibile, come quello di Duchamp o di Salinger, è il silenzio Rulfiano. Una spiegazione riportata dallo stesso García Márquez sosteneva che Rulfo aveva uno zio che gli raccontava le storie. Una volta morto lo zio, avrebbe smesso di scrivere.

Oggi Forcola pubblica una biografia non autorizzata nella quale l’autrice Roffé propone un’altra versione. Rulfo avrebbe spiegato il suo silenzio con un racconto di Augusto Monterroso, su una volpe che, per noia e per mancanza di denaro, diventa scrittrice. Nel racconto di Monterroso, la volpe pubblica un primo libro, che è un successo e viene tradotto in molte lingue. Ne pubblica un secondo, che viene accolto ancora meglio. A quel punto, soddisfatta, la volpe smette di scrivere, ma i critici le fanno pressione perché pubblichi ancora. Così termina il racconto: “la volpe non lo diceva, però pensava – in realtà ciò che vogliono è che pubblichi un brutto libro; ma dato che sono una volpe, non lo farò. – e non lo fece.”

Luca Ventura

 

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Luca Ventura nasce a Bologna il 4 novembre 1991. Diplomato al Liceo Artistico, studia Lingue e Letterature Straniere. Ha collaborato con i siti canadausa.net e renonews.it e, come scout letterario, con la rivista on-line acetilene.