“I fattori che contribuiscono al suicidio e alla sua prevenzione sono complessi e non pienamente compresi, ciò nonostante esiste una solida evidenza che definisce il ruolo significativo dei media. Da un lato, soprattutto se la copertura è estesa, prominente, sensazionalista e/o descrive in modo esplicito il metodo di suicidio, i mezzi di comunicazione possono essere causa di comportamenti imitativi. D’altra parte un giornalismo responsabile può servire ad educare il pubblico sull’argomento e può incoraggiare le persone a rischio nel cercare aiuto.”

Questa sopracitata è una parte dell’introduzione del rapporto “La Prevenzione del Suicidio: Suggerimenti per i professionisti dei Media” pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2008.

Tutto ciò potrebbe risultare scontato, ma vi assicuro che non è così. Infatti, proprio in questi giorni, queste linee guida – da non sottovalutare – sono state dimenticate dalla maggior parte dei media. In che modo? Inizio col farvi una panoramica dell’ultimo boom mediatico.

Già lo scorso 18 aprile il Giornale dava la notizia – con tanto di Helpline, come giusto che sia – della Blue Whale, l’assurdo fenomeno del web di cui tutti avrete sentito parlare in questi giorni. Ma la notizia resta “di nicchia”, almeno finché il 14 maggio non sono Le Iene a trasmettere il servizio. Ed ecco qui che il 15 maggio, sulla maggior parte dei quotidiani online, la Blue Whale si fa strada per arrivare sul podio come super notizia del momento. Congratulazioni.

Notizia a dir poco sconvolgente. Ma cosa ha creato questo boom mediatico? Credete abbia messo solo in allerta genitori e ragazzini? No, certo che no. Alzi la mano chi ha digitato “Blue Whale” su Google per curiosità. Non siamo in pochi, l’ho fatto anche io. Volevo capire fino a dove potesse spingersi la mente umana, che tanto umana non è. Ma immaginate se la curiosità abbia spinto anche qualche ragazzino, pronto ad accettare la sfida perché sicuro di se stesso.

Ho letto alcuni commenti in cui madri sostenevano di aver fatto vedere ai propri figli il servizio mandato in onda domenica sera. Un servizio in cui ci sono ben sei video di adolescenti che si gettano da palazzi altissimi. Ed è qui che qualcosa va contro le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: nella parte del “giornalismo responsabile” si consiglia di prestare attenzione all’utilizzo di fotografie o riprese video sia perché rimandano al metodo del suicida, sia per il consenso della pubblicazione delle immagini. A noi interessa la prima parte: fotografie o video riferiti alla scena di un suicidio non dovrebbero essere proposti dai media, in particolare se le immagini rimandano al luogo in cui è avvenuto il suicidio o al metodo utilizzato dal suicida”. Tutto ciò perché “si dovrebbe evitare di descrivere nel dettaglio il metodo utilizzato nei tentativi di suicidio o nel suicidio completato, perché una descrizione step-by-step può spingere le persone vulnerabili all’imitazione del gesto”.

A cosa potrebbe portare un giornalismo irresponsabile? All’effetto Werther, riferito al romanzo epistolare “I dolori del giovane Werther” di Goethe. Già nel 1774 vi furono le prime prove dell’impatto mediatico: il numero esponenziale dei suicidi in Europa portò la messa al bando del libro. Lo stesso accadde con “Le Ultime Lettere di Jacopo Ortis” e con il suicidio di Marylin Monroe.

In particolar modo, ciò che mi sconvolge è la parola gioco che viene accostata alla Blue Whale. Paradossalmente non si fa altro che usare il metodo del bastone e della carota: si descrive la Blue Whale; si definisce “gioco” solo perché alle vittime è stato presentato in questo modo; si descrivono i pericoli; si elencano le 50 regole che i curatori inviano alle vittime; si mette in allerta l’intera comunità. A me sembra un voler informare e, al contempo, incuriosire per far continuare a leggere di modo che la notizia salga sul podio, le visualizzazioni del sito crescano a dismisura e che si inauguri l’inizio settimana più proficuo del mese.

Ricordo che il rapporto pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è solo e purtroppo un suggerimento che, a mio parere, non dovrebbe essere sottovalutato.

Ilaria Cozzolino

5 COMMENTI

  1. Qualcuno mi spieghi perché i bambini erano davanti la TV in fascia protetta. Perché non si può colpevolizzare una trasmissione TV per averne parlato quando erano già le 23 passate e il servizio è stato annunciando specificando quanto fosse importante trasmetterlo in fascia protetta. Qui c’è qualcosa che non va nell’educazione delle famiglie! Io sono un’insegnante e l’indomani mi sono sconcertata quando un alunno di otto anni mi ha dettagliatamente spiegato come e dove dovevo tagliarmi per seguire questo gioco, vero o falso che fosse. Cosa ci facevano i bambini davanti alla TV??? Ma davvero i genitori sono così irresponsabili da lasciargli guardare certe cose in tarda sera?? L’ultima puntata delle iene in fascia protetta ha proposto un servizio sugli esorcismi…!!! Me ne guardo bene dal
    Parlare di certi argomenti davanti ai miei alunni, davanti ai miei nipoti e ai bambini in generale ma vedo che sono molto più istruiti di me. Non diamo la colpa a chi cerca di informare le famiglie. Rendiamo informate le famiglie piuttosto di quanto danno fanno quando danno uno smartphone o un tablet ai propri figli!!

    • Ciao Francesca 🙂
      Io ho preferito spiegare della linea guida che pochissimi hanno seguito. Non mi sono soffermata sull’educazione delle famiglie perché il mio obiettivo era un altro. Ma non mi pare di aver scritto “Hey madri, siete state grandiose”, anzi. Ho sottolineato che addirittura abbiano fatto vedere ai propri figli lo show televisivo. Non penso di dovermi dilungare sull’argomento. Per quanto riguarda l’educazione dei genitori, questo è il mio modestissimo parere: https://www.liberopensiero.eu/2016/11/03/social-network/

  2. Ilaria, il mio commento non era relativo del tutto al tuo post. In parte sono d’accordo con te ma tutto questo mi scoraggia perchè da insegnante vedo che gli sforzi fatti a scuola nel trasmettere dei valori vengono 8 volte su 10 demoliti dalle famiglie nell’ambiente di casa. Mi terrorizza sapere che queste saranno le generazioni del futuro. Come hai detto tu: Ma a cosa serve tutto questo se poi si mina l’integrità dei propri figli nel momento in cui si cede un semplice smartphone nelle loro mani?
    Il tono del mio commento è quello di un’insegnante arrabbiata, rattristata e sfiduciata nei confronti del futuro e della famiglia come agenzia educativa.

    • Francesca concordo pienamente col tuo discorso. Tu, più di chiunque altro, saprai dirci come sono cambiati i ragazzi nel corso degli anni e quali sono i rischi a cui vengono esposti ogni giorno

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