La riforma dell’editoria è legge. Il Ddl del 26 ottobre 2016, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 26 ottobre 2016, ed entrato in vigore il 15 novembre 2016, è stato approvato dal Consiglio dei Ministri.

A distanza di 35 anni dalla legge sull’editoria 416/81 e di 53 anni dalla legge istitutiva dell’Ordine dei giornalisti, la n. 69/63, questa riforma dovrebbe rilanciare il settore adeguandosi alle sfide dell’innovazione.

Sono due gli aspetti principali sui quali si concentra la riforma: la ridefinizione della disciplina dei contributi diretti alle imprese editrici di quotidiani e periodici; la revisione della composizione e delle competenze del Cnog (Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti).

Il nuovo fondo per l’editoria, è stato denominato “fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione“. La legge stabilisce che avranno diritto ai contributi le imprese editrici che esercitano unicamente attività informativa autonoma e indipendente e che siano costituite da:

  • cooperative giornalistiche;
  • imprese editrici di quotidiani e periodici il cui capitale sia interamente detenuto da enti senza fini di lucro;
  • imprese editrici di quotidiani e periodici il cui capitale sia detenuto in misura maggioritaria da cooperative, fondazioni o enti senza fini di lucro.

Tra i requisiti necessari per accedere ai fondi, almeno due anni di anzianità e l’onere per le aziende di certificare il rispetto e l’applicazione di tutti gli obblighi derivanti dal contratto collettivo di lavoro.

Insomma, soldi agli editori? Bene. Con l’auspicio, però, che non siano solo gli editori a beneficiare dei finanziamenti, ma che questi vadano anche ai giornalisti che vivono – ormai da anni – condizioni di grande sfruttamento.

Magari, si potrebbe pensare di garantire ai cittadini una maggiore trasparenza dei mezzi di informazione, informando loro su chi controlla i mezzi di informazione e quali legittimi interessi i singoli editori hanno in altre attività. Senza dimenticare che il Governo non ha ritenuto opportuno approvare due norme che avrebbero evitato problemi: la prima, proposta da alcuni deputati ma rifiutata dalla maggioranza, prevedeva che gli editori documentassero di aver retribuito i giornalisti per accedere ai fondi; la seconda, invece, per accedere ai finanziamenti, di dichiarare tutte, nessuna esclusa, le partecipazione azionarie, dirette o indirette, nei vari settori dell’economia non solo nazionale.

Dopo gli attesi decreti attuativi, che il Consiglio dei Ministri era tenuto a deliberare entro sei mesi, il nuovo Cnog sarà composto da non più di sessanta membri di cui due terzi professionisti e un terzo pubblicisti, eletti dagli iscritti agli Ordini regionali e interregionali. I candidati al Consiglio nazionale dovranno inoltre essere titolari di una posizione previdenziale attiva all’Inpgi per poter essere eletti.

Un altro aspetto importante della riforma, riguarda la modifica dell’art. 45 della legge 3 febbraio 1963 n.69 dove si stabilisce che nessuno potrà esercitare la professione di giornalista se non risulta iscritto all’albo dei pubblicisti o dei professionisti.

Non sono mancate le reazioni dal mondo del giornalismo, e dai rappresentanti diretti. Forti le preoccupazioni espresse dal presidente facente funzioni del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Santino Franchina, che ha dichiarato: «È un decreto che presenta criticità insanabili e varie ipotesi di inapplicabilità». «Così i conti non tornano – ha spiegato Franchina – inoltre si determina un meccanismo elettorale che presenta delle assurdità e dei risultati paradossali. Il caso più eclatante riguarda la Lombardia e la Valle d’Aosta che secondo le previsioni del decreto avranno entrambi un solo rappresentante. Quindi 13.924 pubblicisti lombardi potranno eleggere un solo rappresentante nella stessa misura dei 246 iscritti valdostani»

Anche Roberto Paolo, presidente della Federazione Italiana Liberi Editori, non sembra convinto.
«Abbiamo una buona legge, ma rischia di diventare un boomerang per le realtà editoriali che hanno fatto affidamento su questi fondi compiendo investimenti ed anticipando uscite. La riforma c’è, mancano in contributi che dovevano giungere nel mese di maggio. Nel fondo creato ancora non ci sono soldi. […] È una riforma che viene uccisa nella culla – continua Paolo – in particolare vanno chiarito alcuni aspetti lasciati troppo vaghi dalle norme che potrebbero dar luogo a difficoltà interpretative».
Chissà se anche l’ex presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Enzo Iacopino, a cui è subentrato Santino Franchina, aveva presagito qualcosa di negativo e per questo rassegnato le dimissioni lo scorso 15 marzo.

Paolo Vacca

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