Questa è la storia d’amore (o di sesso) tra un uomo e la sua spada. Sì, perché, qui, si seguono le tipiche fasi del corteggiamento amoroso: lui che l’incontra lei per caso, lei che sembrava lì ad attenderlo da sempre, lui che ostenta indifferenza ma sotto sotto, da buon uomo alpha, vorrebbe farla sua. Poi la situazione diventa sempre più annosa, l’uomo capisce che quella è davvero una bella spada e, per giunta, non è l’unico a bramarla e, quindi, ci proverà in tutti i modi a brandirla, passando per difficili riti di passaggio fino a.. beh poi sapete come va a finire il mito di King Arthur.

E il film ruota attorno proprio al legame magico che esiste tra Artù e la sua arma, Excalibur, retaggio del suo defunto padre nonché già Re della Britannia. Il prologo introduce proprio quest’ultimo, interpretato dal volto stolido e anchilosato (ma avvenente) di Eric Bana. Artù, invece, è ancora un bambino e deve assistere, suo malgrado, alla morte dei suoi genitori per mano dello zio traditore Vortigern (l’invidioso e machiavellico Jude Law). Ricordo che poi verrà rimosso per via del trauma ma che tornerà sotto forma di incubo a tormentarlo nelle notti più scure.

Passano più di vent’anni, attraverso un montaggio rapsodico e frenetico – marchio di fabbrica del buon Guy Ritchie che si parli di Sherlock Holmes o di fuorilegge degli anni ’60 – ci ritroviamo in un sobborgo di Londinium e il nostro Artù prende finalmente le fattezze del bello impossibile Charlie Hunnam che non riesce però a spogliarsi del suo piglio rozzo, biker, irrimediabilmente underground, già ammirato in un altro telefilm cult. Suo zio, invece, ne ha perso le tracce ma è diventato un Re temuto e intransigente grazie ad un patto a base di sangue e magia nera. E quindi il nostro Artù dall’estetica e dall’acconciatura improbabile (un taglio di capelli e dei costumi fin troppo alla moda che rasentano l’anacronismo) passa le sue giornate commerciando chissà cosa e trova anche il tempo per fare da giustiziere per i deboli, perché in fondo, lui ha un cuore puro. Se no sai che danni se Excalibur finisse nelle mani sbagliate?

Vittima della casualità e di uno strano incastro di eventi (e qui la sceneggiatura scricchiola) il futuro King Arthur si trova per la prima volta a contatto con la spada e, come decretato dal suo Re, è obbligato a tentare di estrarla dalla roccia. Incredibilmente, la estrae, divenendo – come da profezia magica – lui il legittimo erede al trono (si perché solo il vero Re può sradicarla da quell’ammasso di granito). Da lì in poi la diegesi del film non è altro che il suo percorso di addestramento che dovrà culminare – per forza di cose – con il pieno apprendimento del potere magico dell’arma.


La narrazione non risulta mai pesante, grazie al montaggio di Ritchie che tende ad unire passato, presente e futuro come fossero sullo stesso piano temporale. Una retorica cinematografica che è il marchio di fabbrica del regista (il montaggio che svela e nasconde l’informazione) ma, forse, anche il suo punto di criticità
. Avrete, infatti, la perenne sensazione di déjà vu, di già visto, almeno per quanto riguarda la produzione del cineasta inglese che sembra proprio non volersi aprire alla sperimentazione.

Il tutto poi è coadiuvato da dei dialoghi scanzonati, immediati ed ellittici che hanno il compito di non far annoiare lo spettatore, ma che sembrano, ahimè, usciti dalle sagre di paese per quanto sono grezzi e gergali. Ciò appiattisce il fascino di alcuni personaggi e smorza l’epicità di quello che si vuole raccontare. Epicità che invece viene raggiunta – qui sì magistralmente – grazie al comparto tecnico, con una colonna sonora che fonde oliatamente rock e solennità, e grazie a delle scene (soprattutto quelle d’azione e delle entrate in scena) ad alto impatto visivo, spettacolari e dalla coreografia quasi videoludica.

Certo, al netto di un King Arthur che è un po’ troppo Charlie Hunnam, possiamo ritenere abbastanza in parte tutti i protagonisti, in particolare Jude Law, che con la sua aria da finto innocente risulta facilmente detestabile anche in forza delle azioni che commetterà nel corso della pellicola. Ma qui, sta un altro problema del film: quello di non inspessire le ragioni e i moventi dei protagonisti. Jude Law è crudele solo perché è invidioso del fratello e perché brama (come tutti) il potere. Ma ciò non viene approfondito, cosa che sarebbe stata necessaria visto a cosa si spingerà pur di raggiungere i suoi scopi. Artù è, invece, uno che in fin dei conti non gliene frega niente del reame ma che poi viene quasi obbligato, dagli eventi, a prestargli attenzione. Troppo indolente, troppo pieno di sé e troppo poco Re o condottiero rispetto alla mitologia di riferimento.

In sintesi, per chi scrive, King Arthur è un buon film che vive di ottime performance attoriali e di guizzi visivi ad alto tasso di spettacolarità, ma che presenta più di qualche falla contenutistica che cerca di nascondere, furbamente, con lo stile apprezzabile (?) del regista.

Enrico Ciccarelli

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