Quante volte abbiamo sentito dire al bar, in fila alla posta, nei salotti degli amici che gli immigrati che vengono in Italia dovrebbero uniformarsi alle regole e alla cultura del nostro paese?

Di fronte a una simile affermazione è quasi sempre difficile esprimere un giudizio di aperto disaccordo o di piena approvazione, pena il sentirsi etichettare alla stregua di radical chic da strapazzo, nel primo caso, o di fascista dell’ultim’ora, nel secondo.

La verità probabilmente sta nel mezzo ed è spesso diversa da come la si potrebbe estrapolare dal titolo di un giornale.

Vediamo perché.

Il 15 maggio scorso la Corte di Cassazione ha emesso una sentenza la cui massima giuridica suona pressappoco così: gli immigrati che hanno scelto di stabilirsi nella società occidentale sono obbligati a conformarsi ai valori del luogo in cui hanno deciso di vivere, pur essendo diversi dai loro.

Di conseguenza, non è ammissibile che l’attaccamento ai propri simboli conduca i suddetti a violare consapevolmente i valori dello stato che li ospita.

Nella fattispecie, la Suprema Corte ha giudicato il caso di un indiano di etnia sikh, residente a Mantova, che intendeva circolare con un kirpan, il coltello sacro per la sua religione, in spregio all’interesse dell’ordine pubblico che le leggi italiane considerano giustamente superiore alla tutela dei valori delle minoranze.

Difatti, pur essendo il pluralismo sociale sostenuto e promosso dall’articolo 2 della Costituzione, esiste un limite che non si può oltrepassare, che è costituito proprio dal rispetto della civiltà giuridica della società ospitante.

Senza contare che, dovendo la legge – che è uguale per tutti – porsi al di sopra dell’individuo, taluni principi comuni a un determinato gruppo sociale debbono valere tanto per gli italiani quanto per gli immigrati, senza eccezione alcuna.

Anche perché, come efficacemente argomentato dalla Cassazione, in una società multietnica la convivenza fra soggetti di diversa etnia richiede necessariamente l’identificazione di un nucleo condiviso in cui gli immigrati e la società di accoglienza debbono riconoscersi, un sistema di regole comuni e basilari da cui non può essere consentito fuoriuscire, perché in quel caso è la sicurezza sociale ad essere messa a rischio.

Da qui la pronuncia della Prima sezione penale della Cassazione, che sottolinea il fatto che coloro che scelgono con consapevolezza di trasferirsi nel nostro paese, hanno il dovere di verificare preventivamente la compatibilità dei propri costumi con i principi fondamentali di un ordinamento giuridico che, pur accogliendo e promuovendo la multiculturalità in ogni sua forma, possiede determinati valori, garantiti dalla legge, che si pongono, come detto, al di sopra delle esigenze del singolo individuo, e devono perciò valere per ogni membro della comunità.

Un approccio condivisibile, da tempo invocato da una parte consistente della società, soprattutto quella più insofferente ai tentativi di integrazione che il nostro paese propone nei confronti delle minoranze.

La stessa esigenza, però, è sentita anche da coloro che sentono il bisogno di una presa di posizione ufficiale, che dia un punto fermo in materia di immigrazione e valori condivisi, che esprima a gran voce l’esigenza di tracciare una linea al di là della quale si addiviene in un terreno di trasgressione, illegalità, come tale da sanzionare senza deroghe.

Il difficile, a nostro avviso, arriva adesso, poiché come correttamente osservato da Cesare Mirabelli, presidente emerito della Consulta, sarà opportuno concentrarsi sul significato e la portata dei valori che la sentenza ha inteso salvaguardare, evitando, nell’atto di proteggere l’ordine pubblico e la sicurezza, di trascendere in un divieto generale all’espressione della personalità dell’individuo, che, da qualunque paese e cultura provenga, la nostra Costituzione tutela con chiarezza.

In altre parole, l’esigenza di individuare un corpus di valori che chiunque faccia ingresso nel nostro paese non può permettersi di violare – pur nel generale favore con cui l’Italia, Costituzione alla mano, vede le minoranze etniche e religiose – non deve condurre all’inibizione dell’identità di quella determinata minoranza, che deve rimanere libera di esprimersi seguendo tanto il proprio credo religioso, quanto le proprie tradizioni.

In questo senso, la giustizia ha più che mai bisogno della politica, che deve essere capace di raccogliere gli spunti sollevati dal caso di Mantova al fine di elaborare un vero e proprio manifesto dell’integrazione, che non lasci spazio ad equivoci normativi, nel rispetto della carta costituzionale.

Carlo Rombolà

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Avvocato, scrittore, lettore. Non necessariamente in quest’ordine. Ha studiato legge per quasi cinque anni presso l’Università di Bologna, per poi specializzarsi con un master in diritto delle nuove tecnologie. Nel frattempo, ha scoperto che, oltre al diritto, ci sono un sacco di altre cose che lo appassionano: la geopolitica, i viaggi, i libri, la musica. La curiosità è il suo più grande pregio, l’inquietudine il difetto. Ad entrambi, non v’è rimedio. Per fortuna.