Il report dell’organizzazione no-profit Projekthope mette in evidenzia i limiti della stampa nigeriana nel rappresentare la comunità LGBT.

Quanto influisce la narrativa dei mezzi di comunicazione sulla percezione delle minoranze da parte della popolazione? A questa domanda cerca di rispondere il rapporto sul ruolo della stampa nigeriana nella riproduzione culturale degli stereotipi sulle persone LGBT pubblicato da Projekthope, organizzazione no-profit con sede in Nigeria che si occupa di libertà di stampa.

Il report dal titolo “Tragedy of Misrepresenting and Under-reporting Gender and Sexual Minorities in Nigeria” cerca di indagare, attraverso l’analisi degli articoli pubblicati dalle maggiori testate del Paese, in che misura l’attenzione mediatica successiva all’approvazione della legge che vieta i matrimoni omosessuali nel Paese, la Same Sex Marriage (Prohibition) Law, possa essere considerata corresponsabile di un’ondata repressiva nei confronti della comunità LGBT che ha portato all’aumento degli arresti arbitrari, alle violenze di massa e alle estorsioni perpetuate sia da attori privati che statali.

Nonostante i rapporti consenzienti tra persone dello stesso sesso siano da tempo criminalizzati in Nigeria – è infatti prevista una pena che può arrivare fino a quattordici anni di reclusione in violazione degli articoli 214 e 215 del codice penale (risalente agli anni 90) per «offese contro la morale» –, per lungo tempo le persone LGBT sono state parte integrante della comunità nigeriana, coabitando con il resto della popolazione grazie anche a un parziale disinteresse del resto della società per l’identità di genere di tali persone. Lo studio evidenzia come questa situazione di relativa tolleranza sia stata accompagnata dalla (quasi) totale assenza delle persone LGBT negli articoli proposti dalla stampa nigeriana. Nel momento in cui ne è iniziata una rappresentazione, però, essa è passata attraverso stereotipi, pregiudizi e immagini negative e derisorie. Questa costruzione, da parte  dei media, della “persona omosessuale” si è riflessa nella società nigeriana attraverso l’aumento degli episodi di violenza e intolleranza verso tali soggetti.

Il report tenta di spiegare tale fenomeno considerando come i nigeriani tendano a definire la propria identità attraverso i media e come l’interpretazione data da questi ultimi di determinati fenomeni impatti in larga misura la loro comprensione e la costruzione di quella che viene percepita come realtà e norma. La riproduzione di stereotipi culturali e la creazione di una narrativa dominante che descrive le persone LGBT come degli individui immorali meritevoli di punizioni, come criminali che cercano di passare per vittime, ha quindi influenzato il giudizio del cittadino medio nigeriano provocando l’aumento dell’odio e dei pregiudizi.

Negli articoli analizzati viene proposta una visione stereotipata della vita degli omosessuali che passano il tempo bevendo e fumando nei bar gay e un sensazionalismo che non tiene in considerazione la vulnerabilità dei gruppi marginali e la necessità di minimizzare i danni che possono subire a causa di queste rappresentazioni. Non è necessario solo fornire un’informazione corretta, ma anche agire con una certa discrezione per preservare i diritti delle persone.

La minoranza LGBT viene inoltre presentata dalla stampa nigeriana come una «minoranza trascurabile», cosi come definita dal quotidiano The Guardian Newspaper, facendo intendere che questo loro status possa giustificare una de-responsabilizzazione dello Stato nei loro confronti. Sempre il The Guardian contribuisce al rafforzamento della convinzione che la difesa dei diritti delle persone LGBT sia un’idea imposta dal mondo occidentale affermando che «attraverso questa legge (la Same Sex Marriage (prohibition) Law) il Presidente ha dimostrato di riaffermare la sovranità della Nigeria e il diritto di proteggere la nazione e il popolo da pratiche imposte che sono immorali nella nostra cultura».

In questo caso la parzialità delle informazioni riportate è evidente: non vengono infatti riportate le voci interne al Paese contrarie all’attuazione della legge. L’articolo, infatti, non evidenziare come, prima dell’approvazione della legge, ci sia stato il tentativo di parte della società civile nigeriana, dei gruppi femministi, operatori socio-sanitari e attivisti di presentare al Presidente una serie di obiezioni all’attuazione della legge. Questa viene descritta come una grave minaccia per i diritti fondamentali dell’uomo quali la libertà di espressione, di associazione, di pensiero e di coscienza, e che possa promuovere un forte controllo sociale che viola il diritto alla privacy. La natura esterofila dell’omosessualità e della sua difesa viene ripresa anche dagli altri giornali analizzati ed è una delle principali argomentazioni anti-omosessualità in Nigeria, così come nel resto del continente africano.

Leggendo gli articoli riportati da Projekthope si evince come la stampa nigeriana sembri non essere riuscita ad approcciarsi alle questioni LGBT da un punto di vista che parta dalla difesa dei diritti umani, fallendo nel suo compito di riportare un’informazione corretta e imparziale. I media sembrano venir meno nel loro compito di promuovere principi quali la democrazia, la giustizia e l’equità dal momento che non riconoscono i diritti alla privacy e a una rappresentazione corretta priva di stereotipi della comunità LGBT.

La denuncia di Projekthope ha un peso ancora maggiore se si considera la principale innovazione legislativa della legge che proibisce i matrimoni omosessuali, ovvero la criminalizzazione di ogni forma di supporto della comunità LGBT (oltre all’equiparazione del matrimonio ad ogni altra forma di unione civile – quindi probabilmente anche la semplice convivenza – che viene quindi punita con pene analoghe a quelle previste dal codice penale). Sono previste infatti pene detentive fino a dieci anni per chi supporta o partecipa a organizzazioni e società omosessuali o frequenta locali destinati a un pubblico LGBT. In questa categoria possono facilmente rientrare organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani rendendo così ancora più complesso creare una contro-narrativa che si opponga a quella ufficiale veicolata attraverso i giornali.

Marcella Esposito