Terzo doblete di fila, sesto scudetto consecutivo. La possiamo vedere da tante angolazioni, la sostanza è che la Juventus è nella leggenda, anzi, la Juventus è leggenda. Nessuna squadra italiana era mai riuscita nell’impresa di vincere per sei volte il titolo nazionale e nei maggiori campionati europei solo il Lione 2001-2007 si è eretto sul tetto di Francia per ben sette volte consecutive.

Giù il cappello dinanzi ad una delle squadre più forti degli ultimi anni: un gruppo che è riuscito a rinnovarsi e a migliorarsi sfidando i propri limiti fino all’inverosimile, sfidando chi, all’inizio della scorsa stagione, dopo il triplete solamente sfiorato, la dava già per morta, sopraffatta dagli addii illustri dei vari Tevez, Vidal e Pirlo che avevano decretato la fine di un ciclo. Dal 2011 ad oggi la Juventus a fine anno è sempre arrivata lì, al comando della classifica, talvolta più facilmente, talvolta con qualche difficoltà in più. E se il primo di questo ciclo di scudetti vinti è stato quello della rivelazione, il secondo quello della conferma, il terzo quello dei record (chiuso a 102 punti), il quarto quello della supremazia (chiuso a 17 punti di vantaggio sulla Roma), il quinto quello della storica rimonta, quello di quest’anno è quello della leggendaria consacrazione nell’olimpo del calcio. Sì perché quest’anno i bianconeri hanno dovuto faticare su tre fronti ad altissimi livelli, battendo il Barcellona della folle rimonta e il Monaco neo campione di Francia in Champions, sbarazzandosi in Coppa Italia di uno dei Napoli che, per gioco e maturità, può essere classificato tranquillamente come tra i più forti della sua storia, tenendolo anche in campionato a debita distanza insieme alla Roma. La Juventus 2014-2015 sfiorò il triplete grazie sicuramente a meriti propri, ma con l’innegabile complicità di un percorso agevole in Champions e un campionato concluso ancor prima di iniziare. Questa squadra è riuscita ad evitare tutti quei passi falsi che avrebbero potuto pregiudicare almeno uno dei tre obiettivi e in campionato, ad un tratto, si è portata così avanti da potersi permettere i passi falsi di Bergamo e dell’Olimpico nelle ultime due trasferte riuscendo comunque a non soffrire la pressione della Roma e del Napoli migliori degli ultimi anni. E forse ha ragione De Rossi quando dice che se la Juventus si fosse giocata lo scudetto a Roma non avrebbe mai perso e che solo tra un po’ di tempo capiremo che questa è una squadra leggendaria.

Il cinismo, la maturità e l’umiltà hanno, infatti, consentito ai bianconeri di poter centrare ogni match point disponibile. È chiaro che le prestazioni negative non sono mancate, ma i cali di tensione sono fisiologici in una squadra che compete su più fronti: la forza di Buffon e compagni, però, è sempre stata proprio quella di trarre dalle sconfitte la voglia di rivalsa e dalle prestazioni negative la spasmodica necessità di migliorarsi. Sotto questo aspetto è stata emblematica la partita di Firenze, forse vera grandissima svolta della stagione, più o meno come fu l’anno scorso la partita di Reggio Emilia contro il Sassuolo. Gli uomini di Sousa, nella prima giornata del girone di ritorno, avevano messo definitivamente in luce tutte le negligenze di una Juventus che, nonostante le vittorie, non aveva mostrato fino a quel momento grande padronanza del gioco e che l’aveva sempre spuntata grazie ai suoi innumerevoli campioni. Da quel momento il passaggio da un ormai vetusto 3-5-2 ad uno sfavillante 4-2-3-1 è stata la chiave interpretativa vincente per una squadra che ormai non si ritrovava più nei vecchi schemi tattici che l’avevano portata più volte sul tetto d’Italia.

Collage dei momenti importanti del campionato

”L’avevamo provato 10 minuti in allenamento un paio di mesi prima. Dopo Firenze la squadra non poteva più giocare con il 3-5-2, non c’era più via di miglioramento, la palla non rotolava, era necessario cambiare” ha dichiarato Massimiliano Allegri, grande artefice di questo storico filone di successi. Uno stratega, capace di coniugare la cattiveria agonistica, con cui Conte aveva reso spietata la sua prima Juventus, con un’intelligenza tattica fuori dal comune. La stessa intelligenza che lo ha spinto a collocare Mandzukic esterno sulla trequarti, rendendolo un mix perfetto di eccezionale capacità offensiva e di straordinaria dedizione alla fase difensiva, e ad alzare Dani Alves più vicino all’attacco per sfruttarne appieno le qualità offensive.

Le lodi andrebbero tessute per tutti i giocatori della rosa bianconera, da Higuaìn che alla sua prima stagione a Torino ha messo a segno (fino ad ora) 32 reti in tutte le competizioni, a Dybala, l’eletto, l’estro, la classe, passando per Cuadrado, quello dei gol importanti e delle infaticabili discese sulla fascia. Bisognerebbe parlare di Khedira, insostituibile lavoratore capace di spezzare il gioco avversario e, nella stessa azione, di arrivare nell’area avversaria per segnare, di Bonucci, ”Cattedratico della difesa” come lo hanno definito in Spagna, di Barzagli e di Chiellini, gli altri due immancabili membri della BBC. Si dovrebbe esaltare il contributo di un Pjanic che nella parte finale di stagione ha trovato la sua dimensione e di uno che la Juve ce l’ha nel cuore, Claudio Marchisio, simbolo più di tutti della rinascita bianconera, per i risultati raggiunti dopo il grave infortunio e per essere testimone dell’ascesa in paradiso a partire dal purgatorio della B.

Ma in realtà, tra i ragazzoni che scendono in campo, la scena, quest’anno più che mai, deve essere occupata dall’inesauribile capitano di questa squadra: Gianluigi Buffon. 39 anni e ventunesima stagione da professionista vissuta ancora una volta con l’animo fanciullesco, con la voglia di un ragazzino che ha ancora tutto da dimostrare, lui che da dimostrare non ha più nulla. Manca solo un trofeo all’appello nel suo ricchissimo palmarés: per scaramanzia non ne parla mai, ma alzare quella coppa sarebbe il giusto compenso per una carriera spesa ad essere un esempio e un modello per tutti i giovani portieri che indossano per la prima volta i guantoni.

Buffon in una delle sue più importanti parate della stagione, su Falcao, in semifinale contro il Monaco

Sarà possibile migliorare ulteriormente questa squadra? Difficile. Sarebbe più facile rovinarla, ora che ha praticamente occupato in pianta stabile un posto tra le migliori quattro d’Europa. La bravura della società, altra grande artefice dei successi di questi anni, sarà quella di riuscire ad operare una sostituzione capillare degli elementi non più motivati , o che comunque in un modo o nell’altro non possono più fornire un contributo di livello, dando il via a nuovi cicli vincenti.

Complimenti, dunque, al fortissimo Napoli, complimenti alla tenace Roma, entrambe avversarie di elevatissimo livello, ma giù il cappello, torno a dirlo, prescindendo dal tifo, dinanzi alla Juventus, dinanzi a questa Juventus, simbolo del fatto che, con strategie ed investimenti mirati, il calcio italiano può ancora prepotentemente dire la sua a livello europeo.

fonte immagini: panorama.it

Vincenzo Marotta