In The importance of being Earnest, Oscar Wilde mette in scena la sostanza camuffata da apparenza. L’arguto gioco di parole legato alla pronuncia di Earnest fa sì che il pubblico si trovi catapultato in un mondo sovvertito, dove ad essere degne di stima non sono le qualità di una persona, ma la figurazione delle stesse. Il tutto si condensa in un nome: chiamarsi Ernest per essere earnest, ossia onesto. Con il cyberbullismo e il bullismo la nostra società ha avuto necessità di mettere in scena un’azione molto simile: chiamarsi cyberbulli e bulli per essere sia cyber che bulli.

Affinché le parole “bullismo” e “cyberbullismo” si impegnassero di significato, l’Italia civile e umana ha dovuto combattere molto: per lungo tempo, difatti, ambedue i termini sono stati costretti in un angolo, negando al contempo significante e significato.

Nelle scuole e per le strade reali e virtuali, l’ombra venefica di parole come “ragazzata”, “scherzo”, “gioco”, “bravata” ha sminuito il fenomeno e il suo impatto sul benessere fisico e psicologico dei minori bistrattati dai minori – un reato che non ha un nome è un reato che non esiste. In tal senso, dunque, l’approvazione del disegno di leggeper la prevenzione ed il contrasto al cyberbullismo”, avvenuta mercoledì 17 maggio 2017, rappresenta un momento cruciale – il cyberbullo è un individuo che si è reso colpevole di condotte specifiche:

«per «cyberbullismo» si intende qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo.»

Introdurre nel nostro ordinamento una tutela reale che badasse ai «minori che si fanno del male tra di loro» è stato il proposito che ha accompagnato sin dall’inizio il progetto, e difatti una delle prime questioni affrontate è stata proprio la definizione di cyberbullismo.
La prevenzione e il contrasto cui allude la legge hanno radici nell’educazione dei minori: ciò che dovrà cambiare d’ora in avanti è soprattutto la percezione che i giovanissimi, finanche i bambini, hanno della realtà virtuale – una parola scritta, un video, un’immagine, un link condiviso, un like dovranno essere considerati strumenti di interazione sociale e pertanto intrinsecamente dotati della capacità di ferire il prossimo.

Nel contesto così definito, dove le parole si impregnano finalmente del significato che spetta loro, un altro termine ad assumere grande rilevanza è “intenzionalità”. L’intenzionalità, difatti, cambia tutto: la ragazzata e lo scherzo e il gioco e la bravata camuffano l’intenzione di agire ai danni di qualcuno, oltre a sminuire la portata del fatto in sé – uno scherzo non è un reato, non lo è per definizione. Essere un cyberbullo, di contro, è un fatto sempre intenzionale, vale a dire che non può esistere azione lesiva scevra del proposito di ledere, anche nel caso in cui questa azione sia inconsapevole della propria capacità di causare danno materiale al prossimo.

Tuttavia, prima ancora dei giovanissimi, sono gli adulti a dover familiarizzare con queste nuove parole: cyberbullismo, bullismo, intenzionalità, reato – adulti genitori e adulti educatori sono chiamati a confrontarsi con le insidie di un contesto sociale entro cui piano reale e piano virtuale si intersecano sino a confondersi e dove dunque diviene di vitale importanza impartire un’educazione che non sia solo civica reale, ma anche civica virtuale. Ancora una volta, ad avere importanza sono le parole e i significati specifici a esse legati: vamping, sexting, pedopornografia sono tutte manifestazioni di lesa dignità umana.

Le nuove frontiere della violenza affrontate dalla legge, guardando al cyberbullismo prima ancora che al bullismo, circoscrivono un raggio d’azione idealmente illimitato: il web è una galassia senza apparenti confini, in cui è estremamente facile perdersi sino a divenire invisibili per gli altri e finanche per se stessi. In tal senso, l’unico strumento realmente valido per prevenire e, laddove non è stato possibile farlo, contrastare il fenomeno è obbligare gli inesperti astronauti a prendere atto dei pericoli cui si è esposti, dei danni causati, degli strumenti per vincere i soprusi. Nel prendere atto, il primo passo è associare a ogni parola e a ogni gesto il suo peso specifico: non è solo il reato a esistere se ha un nome, anche l’infamia esiste nell’istante in cui viene riconosciuta come tale.

La tragedia da cui muove la legge è quella di una giovanissima uccisa dall’assenza di parole – non esisteva all’epoca il cyberbullismo, e con esso non esistevano la cultura della denuncia e la mobilitazione nazionale. Un’assenza, questa, che è tramutata in una solitudine che non sapeva come esprimersi e, come una rampicante, si è attorcigliata su se stessa.

Rosa Ciglio