“Morire è una cosa molto semplice. Ho guardato la morte e lo so davvero. Se avessi dovuto morire sarebbe stato molto facile. Proprio la cosa più facile che abbia mai fatto… E come è meglio morire nel periodo felice della giovinezza non ancora disillusa, andarsene in un bagliore di luce, che avere il corpo consunto e vecchio e illusioni disperse.”

Il senso angosciante e laconico di distruzione che a goccia a goccia stilla da ogni pagina, l’amara consapevolezza che sull’esistenza aleggi sempre l’idea di morte che non turba, né intimorisce, al contrario attrae, soggioga, intriga, invischia tra la sue infide e fatali spire, non concedendo a nessuno l’impertinente lusso di fuggire via; lo spettro del fallimento che furtivamente si insinua in ogni rigo, in ogni parola, in ogni virgola affogando l’uomo negli abissi caliginosi e lugubri della sua stessa impotenza, al cospetto di una realtà invulnerabile, impietosa; una realtà che riduce in cenere l’umanità, pervasa da una pantagruelica sensazione di impotenza. Questo il “modus scribendi” di uno degli autori più celebri e controversi del ‘900: Ernest Hemingway.

Trasferitosi negli anni ’20 in una Parigi brulicante di cultura, al culmine del suo splendore, che lui stesso denominava come “festa mobile”, Hemingway aderì al movimento della “Generazione perduta”, che raccoglieva tra i suoi più insigni componenti scrittori del calibro di Ezra Pound, James Joyce, Gertrude Stein, Francis Scott Fitzgerald.

Risucchiato dall’ammaliante voragine del maledettismo, lo scrittore di origini americane condusse una vita turbolenta, all’insegna dell’inviolabile sacramento della libertà, disobbediente alla pedissequa ortodossia della borghesia, costellata da viaggi audaci e avventurosi, da lotte efferate e da amori sublimi e contrastati. La sua personalità oscillava tra stati di acuta depressione e iperbolica esaltazione, irruenza, creatività: ciò che gli psichiatri diagnosticarono come disturbo bipolare, aggravato dall’abuso di alcool.

Così la letteratura sembra introdursi di soppiatto in una quotidianità che si fa largo tra le schegge di inebrianti passioni e tormenti smaniosi. Essa non è nient’altro che un elisir per placare la sua urgenza di esprimersi, uno sfogo per il suo temperamento così forte, seppur così vacillante.

“Un uomo deve subire molti castighi per scrivere un libro veramente divertente.”

Questa famelica brama di vivere, infatti, mal si accorda con lo stile asciutto, scarno, realista in ogni minimo dettaglio. Hemingway è chirurgico nella scelta della parola, l’unica possibile in quel contesto, essenziale nelle descrizioni. I suoi personaggi non sono sconquassati da sussulti sconvolgenti, al contrario sono protetti da una corazza di risoluta atarassia, imperterrito stoicismo, fondamentale di fronte all’impervio disagio che sono costretti a dominare.

La produzione letteraria dell’autore è così consistente al punto che egli fu soprannominato “Papa” della letteratura. Gli scenari dei suoi testi spaziano dalla savana africana alla guerra civile spagnola, dalla Parigi decadentista alla Grande guerra, rivelando un camaleontico eclettismo, un’odissiaca voglia di scoprire e sperimentare, un instancabile desiderio di vivere.

“Uno scrittore dovrebbe sforzarsi di scrivere una cosa in modo tale da farla diventare parte dell’esperienza di coloro che la leggono.”

Hemingway vinse il  Premio Pulitzer nel 1953 per “Il vecchio e il mare”, e ricevette il Premio Nobel per la letteratura nel 1954.

Nel 1961, vinse la sua sfida contro la morte. Dopo aver ricevuto tantissimi elettroshock ed esser stato ricoverato molteplici volte, decise di porre fine alla sua vita, sparandosi un colpo di pistola alla tempia.

“L’uomo non è fatto per la sconfitta. Un uomo può essere distrutto, ma non può essere sconfitto.”

Clara Letizia Riccio