Fear the beard è un canto che accompagnava le partite di Kansas State University nel corso della stagione 2009-10. Tutto ebbe inizio quando gli studenti notarono la barba del loro compagno/playmaker Jacob Pullens, il quale decise di non radersela fino a quando i Wildcats non fossero usciti sconfitti dal parquet. Sconfitta che arrivò alle Elite Eight regionali contro i sorprendenti Butler Bulldogs di Gordon Hayward. Il passo ‘Paura della barba’ a ‘Paura del Barba’ è breve, soprattutto se parliamo di giocatori come James Harden.

Due anni fa, Harden disse di meritare il titolo di MVP più di chiunque altro, anche più di Stephen Curry. La stagione scorsa, invece, ha alzato ancora di più il tiro, incoronando se stesso come migliore giocatore della Lega. E se consideriamo il livello di gioco che sta mettendo in campo, possiamo affermare che gli argomenti quantomeno per discuterne ci sono. Non fraintendiamoci, Harden ha sempre giocato a livelli molto alti, ma mai era riuscito a migliorare così tanto i propri compagni. Houston ha terminato  terza ad ovest (55-27) con una percentuale di vittorie (0.671) inferiore soltanto a Golden State (0.817) e San Antonio (0.744).

Qualcuno di voi si starà domandando “e i playoff? Visto come sono usciti?”. Eufemisticamente potremmo dire che gara-6 non è stata affatto una partita alla James Harden, che ha concluso con dei miseri 10 punti, peggior prestazione dell’intera stagione, e due soli tiri messi dal campo. Se perdi l’ultima partita della stagione, non frega un ca**o a nessuno di quel che hai fatto. Vero. Tremendamente vero quel che disse Brad Pitt in Moneyball. Ma cerchiamo di procedere step by step, analizzando quel che è stato costruito a Houston prima di puntare il fucile e fare fuoco. Perché, signori, tutto quel che vediamo essere messo in piedi in Texas, tra una fatica e l’altra, non esisterebbe se non fosse per James Harden.

Harden

Oggi siamo qui a “lamentarci” di quanto Houston abbia gettato al vento un’occasione nella serie contro San Antonio. Forse, però, dovremmo anche ricordarci che la stagione non è certamente iniziata con dei buoni auspici. Lo scorso anno i Rockets sono stati una delle franchigie più deludenti, nonostante abbiano comunque partecipato ai playoff. Una comparsata: spazzati via da Golden State priva anche di Curry per buona parte della serie. Il loro approccio difensivo non gli permetteva di essere seriamente competitivi e hanno finito per essere affondati dall’iceberg-Warriors. Invece di continuare  a tentare inutilmente di migliorare in difesa, la dirigenza ha deciso di puntare tutto sull’attacco: diventare una delle migliori squadre offensive della Lega. Per farlo, si sono affidati ad uno dei migliori allenatori sotto questo punto di vista, Mike D’Antoni, uno degli iniziatori della rivoluzione cestistica a cui stiamo assistendo in questi anni. Poca palla in post e molta sugli esterni, è uno dei diktat della pallacanestro dantoniana. La decisione di lasciar partire Howard e di utilizzare lo spazio salariale libero per firmare Eric Gordon e Ryan Anderson, a quel punto, è stata automatica. I numeri portano in quella direzione accennata prima:

Harden

Quando D’Antoni è arrivato in Texas, i maggiori dubbi riguardavano la sua capacità di gestione di giocatori isolazionisti, come Kobe Bryant e Carmelo Anthony in passato o come per appunto James Harden. Sin da quando ha firmato per Houston, il Barba è divenuto uno dei migliori attaccanti dell’intera Lega ma, così come per Kobe o Melo in passato, la gran parte dei suoi punti arrivano da isolation plays. Lo scorso anno era il giocatore che più frequentemente andava in isolamento (24.2%) e anche quest’anno non siamo molto lontani da quei numeri (23.6%). Quel che, però, distingue Harden dagli altri due sono le sue eccezionali doti di passatore. “Lo è sempre stato”, ha dichiarato Gregg Popovich, dopo la sconfitta contro i Rockets di regular season. “Tiene la palla in mano molto più spesso di tante point-guard”. In effetti, pur essendo in teoria una shooting guard – ammesso che la distinzione tra play e guardia esista ancora – Harden negli ultimi anni ha sempre gestito lui il possesso offensivo dei suoi. Eppure, ha sempre giocato di fianco a un playmaker. La mossa vincente di D’Antoni è stata quella di renderlo il play della squadra a tutti gli effetti.

Houston aveva bisogno di lui come point guard, come ci ha rivelato lui stesso su The Players Tribune un paio di settimane fa. E così D’Antoni lo ha preparato affinché lo diventasse. I due hanno visto molti filmati nel corso della pre-season dei Suns del Baffo, concentrandosi su Steve Nash: era lui l’obiettivo ultimo prefissato. Ma non come stile, non come modo di passare il pallone, neanche il run-and-gun in sette secondi o meno. Quel che D’Antoni ha cercato di far capire ad Harden è che doveva prendere spunto da Nash per vedere le cose da un nuovo punto di vista: sacrificarsi per qualcosa di più grande. Mettere da parte il proprio ego per fare posto al bene della squadra. È stata questa la rivoluzione più importante che D’Antoni è riuscito a compiere a Houston, perché se il leader della squadra non avesse deciso di “comprare il progetto”, per dirla alla loro maniera, allora nessun sistema del mondo avrebbe mai funzionato, a prescindere. Harden ha accettato il suo nuovo ruolo, di leader in campo e fuori. E i risultati non sono tardati ad arrivare.

Con Harden che tiene palla in media due minuti in più rispetto alla passata stagione, l’efficienza offensiva dei Rockets in regular season è schizzata da 105.5 punti segnati ogni cento possessi a 111.8 (+ 6.3). Nei playoff, il salto in avanti è stato ancora più notevole: + 28 punti di offensive rating (107.2 del 2017 contro gli 89.2 del 2016). Il Barba si è calato perfettamente nel contesto, dominando la classifica per assist (11.2) e divenendo il primo non-playmaker a figurare nella classifica all-time in una singola stagione in questa speciale categoria. Ma soprattutto con la sua innata capacità di vedere le cose prima di chiunque altro sul terreno di gioco, ha servito una quantità di assist  fuori dalla norma (21.5), eguagliando così i numeri di Rajon Rondo della passata stagione:

Di questi splendidi cioccolatini hanno beneficiato in particolar modo gli esterni che, per capacità di tirare da dietro l’arco e ruolo nella manovra, potremmo definire praticamente tutti i giocatori principali nella rotazione di Houston che non vadano ad occupare la posizione di centro. Nella passata stagione Beverly e Lawson sono stati gli unici ad avere il permesso di gestire il pallone oltre lui, ed erano anche gli unici sopra i 3 minuti di possesso per gara. Nonostante l’addio di Ty, il numero dei minuti di possesso di Beverly non sono aumentati, anzi, sono diminuiti: -0.1 in rs e -0.4 nei playoff.

Questo sottolinea che, al di là di particolari frangenti della partita, è Harden e solo Harden ad armare la fanteria: il 58,8% degli assist totali della squadra portano il suo nome. Soprattutto da fuori, il dato che ci interessa maggiormente, visto che come abbiamo visto in precedenza (grafico n.1) la scelta del tiro da tre punti è quella più apprezzata dai Rockets (46.2 %Fga-3Pt). In totale, Harden ha servito 381 assist per triple, infrangendo il record di Steve Nash (284) – proprio lui! – messo a referto nella stagione del titolo MVP ’04-05. A lui si è accodato anche LeBron James, che ha servito in meno solo dieci assist per triple (271). Niente male, considerando che parliamo – in teoria, almeno – di un’ala piccola. Tornando a Harden, di seguito i numeri di coloro che di più di tutti hanno ricevuto i suoi regali:

Harden

Non è assolutamente semplice costruire un tiro di alto livello qualitativo facendo, al contempo, tenere il pallone tanto ad un singolo giocatore. Per rispondere a questo problema, D’Antoni ha da sempre una risposta: il pick ’n roll. Non starò qui a spiegarvi i motivi, perché non ne sarei in grado, quindi vi consiglio di dare un’occhiata al video sovrastante in cui è lo stesso Mike a spiegare il perché, secondo lui, questa tipologia di attacco è unguardable. In generale il ball screen è divenuto un elemento inscindibile della pallacanestro contemporanea, poiché non è più giocato da due singoli – ecco perché è improprio chiamarlo pick ’n roll – ma dall’intera squadra, e costringe la difesa a prendere delle decisioni importanti. Naturalmente Houston, così come tutte le squadre allenate dal Baffo, non viene meno a questo diktat. La frequenza di PnR di Harden è salita dal 25.9% della scorsa stagione al 40.5% di questa, con i seguenti risultati: 92esimo percentile e 1.01 punti per possesso.

È il miglior giocatore offensivo della Lega insieme al numero 23 dei Cleveland Cavaliers, perché sono gli unici ad essere “a good fit with all 30 teams”, per citare le parole di Daryl Morey, il genio che è riuscito a imbastire la trade per portarlo nella città della NASA. E, come potete vedere, questa stagione NBA ci viene in soccorso. Mi sembrerebbe superfluo parlare delle sue capacità realizzative, che conosciamo perfettamente e che non hanno punti deboli:  tutte sono spuntate con un double check.

Che vinca o meno il titolo di MVP, una cosa è certa: Fear the Beard.

Michele Di Mauro