È un tema molto discusso nelle ultime ore. Ovviamente parliamo dell’annullamento da parte del TAR del Lazio (Tribunale di primo grado specializzato in materia amministrativa) della nomina di cinque direttori per i super musei italiani.

Le nuove nomine rientravano nel progetto di riforma dei musei promosso dal MiBACT — Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo — e riguardavano in modo specifico: il Palazzo Ducale di Mantova; il Museo Archeologico Nazionale di Napoli; il Museo Archeologico Nazionale di Taranto; il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria; la Galleria Estense di Modena.
Tuttavia, a seguito della sentenza del TAR, le nomine sono state annullate e due dei super musei menzionati (quello di Napoli e Palazzo Ducale di Mantova) non avranno un direttore, ma sarà attuata per loro una sostituzione ad interim.

Le reazioni da parte del Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, sono state immediate: «Non ho parole. Non do letture politiche e rispetto le sentenze. Ma registro con grande dolore quello che questo comporta praticamente e per l’immagine dell’Italia nel mondo». E poi: «Faremo subito appello al Consiglio di Stato».

A ridicolizzare la sentenza del TAR ci ha pensato, poi, il direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, il quale ha commentato di essere stato «molto più scioccato quando i centurioni hanno vinto con l’aiuto del TAR e sono tornati al Colosseo. Sembrava uno sketch di Crozza».

Anche il neo-segretario del PD, Matteo Renzi, ha commentato la decisione del TAR con un lungo post su Facebook.

Renzi TAR musei

«Non abbiamo sbagliato perché abbiamo provato a cambiare i musei: abbiamo sbagliato perché non abbiamo provato a cambiare i TAR», ha scritto l’ex premier. Sulla stessa linea di Renzi è il Ministro alla Giustizia, Andrea Orlando, che ha commentato la sentenza dicendo: «I TAR vanno cambiati senza demonizzarli, precisando meglio qual è l’ambito di competenza della politica e quello del tribunale amministrativo che spesso entra nel merito di scelte che dovrebbero essere della politica».

Ma quali sarebbero state le motivazioni che hanno spinto il TAR ad annullare le nomine dei direttore dei super musei?

Il TAR ha approvato sostanzialmente il ricorso di due candidati del concorso pubblico in questione: uno alla direzione di Palazzo Ducale di Mantova e di Galleria Estense di Modena; l’altro alla direzione di Paestum e dei musei archeologici di Taranto, Napoli e Reggio Calabria.

Nello specifico, le motivazioni della sentenza del TAR si sono soffermate su due aspetti particolari. Innanzitutto, hanno impugnato una legge del 2001 del Testo Unico Pubblico Impiego, che all’art. 38, comma primo, recita: «I cittadini degli Stati membri dell’Unione europea e i loro familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro che siano titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente possono accedere ai posti di lavoro presso le amministrazioni pubbliche che non implicano esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri, ovvero non attengono alla tutela dell’interesse nazionale». Ciò significherebbe che, per l’incarico pubblico in questione — ossia direttore di un super museo — non è possibile accettare candidature da cittadini non italiani (7 su 20 super direttori sono stranieri). In secondo luogo, il TAR ha parlato di procedura oscura, precisamente «magmatica», nella scelta dei finalisti, in quanto: le valutazioni in “lettere”, che avrebbero sancito i tre finalisti da presentare al Ministro Franceschini o al direttore generale, Ugo Soragni, sono difficili da interpretare; sono previste audizioni a porte chiuse (o via Skype), anziché a porte aperte, così come vorrebbero le regole.

Il Ministro Franceschini commenta così le motivazioni: «È comunque assurdo fare distinzioni sulla nazionalità dei candidati. Il direttore della National Gallery è italiano mentre quello del British Museum è tedesco — e aggiunge — Mi lascia stupefatto che la sentenza del TAR parli di procedura “poco chiara e magmatica”. La selezione internazionale dei direttori è stata fatta da una commissione assolutamente imparziale».

Fabio Mattei, presidente di ANMA, l’Associazione Nazionale Magistrati Amministrativi, risponde alle dichiarazioni del ministro: «Le istituzioni rispettino i magistrati, chiamati semplicemente ad applicare le leggi, spesso poco chiare se non incomprensibili. La nomina di dirigenti pubblici stranieri è vietata nel nostro ordinamento. Se si vogliono aprire le porte all’Europa, e noi siamo d’accordo, bisogna cambiare le norme, non i TAR».
Tommaso Montanari, invece, promotore del cartello di associazioni “Emergenza Cultura”, ha detto che «la riforma è stata affrettata e fatta tecnicamente male», aggiungendosi al coro di chi appartiene al mondo culturale italiano e pensa che non basti fare le riforme, ma che sia necessario farle bene. Il MiBACT ha provato subito a negare ciò, pubblicando i dati positivi ottenuti grazie alla riforma, che in tre anni avrebbe portato 50 milioni di ricavi e 7 milioni di visitatori in più.

Non poteva mancare l’accusa, infine, dei Cinque Stelle, che con Alfonso Bonafede, Vicepresidente della Commissione Giustizia alla Camera, ha commentato: «Renzi è affetto da analfabetismo amministrativo. Dopo la bocciatura della legge elettorale che ci avrebbe invidiato il mondo intero, la riforma della pubblica amministrazione, quella delle banche popolari e quella, a furor di popolo, della riforma costituzionale, oggi tocca a quella dei musei. Ma invece di guardare agli errori derivanti dalla sua arroganza, Renzi pensa invece di cambiare le istituzioni chiamate a decidere sulla regolarità delle leggi, entrando a gamba tesa sul potere giudiziario per piegarlo ai suoi voleri». 

Siamo tutti d’accordo sull’importanza della cultura in Italia, considerata il principale traino della nostra economia. Siamo tutti d’accordo sul fatto che un direttore straniero possa essere più competente di un qualsiasi altro italiano, seppur l’ordinamento, oggettivamente, ne impedisce la fattibilità. Sicuramente, però, siamo tutti d’accordo sul fatto che per l’ennesima volta (si consideri anche l’incostituzionalità dell’Italicum dichiarata nel gennaio scorso), qualcuno al governo ha commesso qualche errore che stenta ad ammettere, attribuendone esclusivamente la responsabilità ai giudici amministrativi.

Andrea Palumbo