Dal 24 maggio al 6 giugno nella Chiesa di San Severo al Pendino a Napoli saranno in mostra le opere degli artisti palestinesi Majed Shala, Basel El Maqousi e Shareef Sarhan. L’esposizione, che dal 2014 è già stata a Milano, a Roma e in altre città d’Italia, approda finalmente a Napoli con il supporto della Comunità Palestinese Campana. Il progetto Windows from Gaza nasce dall’incontro tra gli artisti del collettivo Shababik e la ONLUS italiana Fotografi Senza Frontiere in collaborazione con il Centro Italiano di Scambi Culturali Vik, che ha sede proprio a Gaza, con l’obiettivo di dare voce alla società palestinese tramite lo sguardo dei suoi artisti.

La mostra è aperta tutti i giorni, dalle 9 alle 19 nei giorni feriali e dalle 9 alle 14 nei festivi. Ospiterà una serie di eventi curati dalla Comunità Palestinese Campana e sarà possibile acquistare le opere esposte con una donazione il cui ricavato andrà agli autori per finanziare la loro attività artistica e di formazione.

Noi di Libero Pensiero News siamo stati all’inaugurazione di Windows from Gaza e abbiamo intervistato il responsabile della mostra per Fotografi Senza Frontiere (FSF), Sergio Lo Cascio.

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Cos’è Fotografi  Senza Frontiere?

«Fotografi Senza Frontiere è una ONLUS senza scopo di lucro che avvia le proprie attività nel 1997 con dei laboratori rivolti ai bambini e ai lavoratori di strada del Nicaragua. Le attività di formazione avevano come obiettivo di insegnare loro l’uso dei mezzi della fotografia per far sì che ci raccontassero la realtà dal proprio punto di vista. Il primo scopo di FSF è proprio questo: fornire i mezzi per autorappresentarsi tramite la pratica fotografica a tutti coloro che non hanno la possibilità di farlo, lavorando soprattutto con i temi della memoria e dell’identità.»

Come organizzate i laboratori?

«La prima cosa è prendere contatto con organizzazioni di base e associazioni territoriali perché vogliamo che si crei autonomia fin dal primo livello. Per noi un percorso formativo basilare si sviluppa su tre livelli, obiettivo che si può raggiungere in un mese e mezzo di lavoro. I laboratori non sono parte di una missione per collezionare immagini esotiche, ma tendiamo a formare responsabili locali che, con le attrezzature di base che forniamo, diano continuità ai progetti e formino a loro volta le generazioni successive. La cosa che ci interessa è che si creino dei piccoli poli dove i giovani delle comunità locali possano diventare veri e propri soggetti, protagonisti attivi e narratori delle proprie storie.»

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Un dipinto realizzato sul retro dei sacchi degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite.

Come mai per il progetto Windows from Gaza vi siete occupati di pittura?

«Noi non ci occupiamo di pittura e non siamo promotori artistici, tuttavia lo spirito di questa mostra è in linea con la nostra attività: “Windows from Gaza” parla della vita nella Striscia ed è il prodotto dell’autorappresentazione di questi artisti, e non solo. Infatti, uno dei problemi dell’essere un artista a Gaza, al di là dei problemi politici, è la scarsità di materiali: molte delle opere esposte sono dipinte su carta, alcune su tele costruite con i tendaggi utilizzati per costruire i gazebo e addirittura alcune sono dipinte sui sacchi degli aiuti umanitari dell’ONU. Basta girare una qualsiasi di queste opere e vedrai che dietro il quadro “ufficiale” gli artisti hanno riciclato lo spazio lasciando campo libero ai propri figli di utilizzare gli stessi materiali, e l’effetto è affascinante.»

Ci parli dell’esperienza di FSF nella Striscia e di come nasce Windows from Gaza.

«Siamo arrivati a Gaza nel 2011 attraverso Meri Calvelli che, nello stesso anno, ha fondato il Centro Italiano di Scambio Culturale Vik al quale anche FSF ha partecipato. Siamo arrivati e abbiamo iniziato a collaborare con il collettivo Shababik (“Finestre”, nato tra il 2006 e il 2007 in seguito alla chiusura della Striscia di Gaza), che già faceva corsi di formazione. Erano interessati a fare un corso di fotografia quindi abbiamo trasmesso loro la nostra metodologia perché potessero poi portare avanti autonomamente questo tipo di promozione artistico-culturale. Dal 2011 ad oggi la situazione a Gaza si è ammorbidita, tuttavia in passato il collettivo Shababik è stato chiuso più volte dalle autorità di Hamas.

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@PhotoCredit Giorgio Palmera, FSF

Da qui è nata la volontà di procedere in questo progetto di rappresentazione della società di Gaza e abbiamo deciso di realizzare un vero e proprio documentario. Purtroppo realizzare un documentario a Gaza è complesso: è complesso entrare ed è complesso trovare i fondi. Negli anni abbiamo deciso di continuare a collaborare con il gruppo Shababik, e di basare il documentario proprio su di loro che ci introducono a questa realtà, una realtà che è perlopiù sconosciuta.

Shababik non è l’unico collettivo di artisti, ce ne sono altri di scultori, videomaker, fotografi, rapper, dj, danzatori, c’è chi si occupa di teatro contemporaneo, di teatro classico, esistono gruppi di dabka (la danza tradizionale palestinese): la gente di Gaza è impegnata in qualsiasi ambito artistico-culturale. Lo sport è diffusissimo: oltre a calcio, basket, motocross ci sono tre grandi gruppi di parkour, disciplina che negli ultimi 4 anni ha avuto una crescita esponenziale.

A Gaza ci si sposa, a Gaza ci si vuole bene, a Gaza ci si fa i dispetti. Ci sono pescatori, coltivatori e ci sono produzioni cinematografiche interne, un cinema, che era stato chiuso, pare stia riaprendo. C’è anche un cinema in 3D. Gaza è viva come qualunque altro posto al mondo solo che purtroppo, effettivamente, non lo sappiamo perché non ci viene mai detto qualcosa che sia diverso dalle bombe e dai “bombaroli”.

Intanto che portiamo avanti il progetto del documentario abbiamo proposto al gruppo Shababik di portare le opere in Italia, per dimostrare attraverso i dipinti che lì dentro c’è un’intera società che ha voglia di raccontarsi e di esprimersi. E poi, con la raccolta di donazioni, finanziare la loro attività: il gruppo organizza corsi per bambini, in particolare Maqousi è docente di pittura all’interno di una scuola per bambini con forti menomazioni dovute alla guerra.»

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Il retro di un’opera esposta alla mostra.

Intervista a cura di Claudia Tatangelo

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