La Gran Bretagna si prepara alla snap election (elezioni lampo), annunciata a sorpresa dall’attuale premier Theresa May e prevista per il prossimo 8 giugno. Il voto non sarebbe dovuto avvenire prima del 2020, ma la proposta del governo ha ricevuto il consenso necessario dei 2/3 dell’House of Commons, una delle due camere del parlamento britannico.

La May, che ha giustificato la sua decisione con la Brexit e con la necessità «di garantire certezza e stabilità al Paese negli anni a venire», mira all’appoggio dei cittadini per continuare le difficili trattative di uscita dall’Unione Europea, decisa dal referendum popolare di giugno 2016. Nell’annuncio del voto anticipato aveva dichiarato di non voler permettere agli «avversari di indebolire la Brexit», accusando gli altri partiti di minacciare l’accordo per il leave. Tuttavia, secondo molti critici, dietro questa mossa c’è una ragione ben più strategica: queste elezioni lampo permetterebbero alla leader di accrescere la propria maggioranza in parlamento, oggi di appena 12 seggi.

Così, in anticipo di tre anni, oltre 46 milioni di britannici si recheranno alle urne per eleggere con voto diretto i 650 membri del Parlamento, tanti quante le circoscrizioni parlamentari. I candidati di queste elezioni sono 3303, 668 in meno rispetto al 2015, quando si erano presentati in 3971. Si dividono tra Conservative (638), Labour (631), Liberal Democrats (629), Green (464), Independence Party (378), Scottish National Party (59) e Plaid Cymru (40). Quest’anno la quota di candidate donne ha raggiunto il felice record di 965, circa il 29%, 3 punti percentuali in più rispetto al 2015.

Il sistema elettorale britannico, che è un maggioritario puro, favorisce la competizione tra solo due, quelli storici, dei sette partiti della Gran Bretagna: i conservatori e laburisti.

Sono sempre loro i protagonisti di queste imminenti elezioni: lei, Theresa May, la leader dei Tories e artefice del voto anticipato, e il suo avversario laburista Jeremy Corbyn.

A due settimane dal voto, Corbyn rimane in difficoltà con un consenso intorno al 33%. Resta, quindi, quel vantaggio a favore dei conservatori di quasi 20 punti percentuali, individuato ad aprile dai sondaggi: la May, che piace soprattutto agli over 45, si tiene stretto quel 52%.

I Conservatori, inoltre, possono contare sull’appoggio dell’Indipendence Party (UKIP), che quest’anno ha deciso di proporre solo 378 candidati, lasciando vacanti quasi la metà delle circoscrizioni. Paul Nuttall, il leader del partito, ha suggerito che questa decisione sia una sorta di auto-sabotaggio del partito per appoggiare Theresa May contro gli avversari pro-Remain, lasciando come unica opzione a destra i conservatori. Tra gli altri candidati c’è poi la leader del Partito Nazionalista Scozzese, Nicola Sturgeon, che gode di altissimi consensi in Scozia, ma fatica a trovare proseliti in tutto il Paese, soprattutto a causa del suo convinto europeismo.

I due candidati per eccellenza

Theresa May, Partito Conservatore

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60 anni, è la seconda donna di sempre a ricoprire la carica di Primo Ministro dopo Margaret Thatcher. È premier del Regno Unito dal 13 luglio 2016, dopo aver vinto le primarie del suo partito ed essere subentrata al dimissionario David Cameron. La sua leadership «strong and stable» è la favorita assoluta di queste elezioni, anche se negli ultimi giorni è entrata nel mirino di alcuni critici per la sua decisione di non partecipare ai confronti con gli avversari. Durante la campagna elettorale per il referendum del leave/remain, la sua posizione era discretamente a favore della permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. Oggi dichiara di voler una Gran Bretagna «più forte, giusta, unita e rivolta verso l’esterno».

Vuole raggiungere maggiore consenso per poter avere maggior controllo sui negoziati con l’Unione Europea e opporsi ai tentativi di sabotaggio pro-Remain. Con il suo “piano a 12 punti”, nei prossimi cinque anni di legislatura vuole portare a compimento la cosiddetta hard Brexit: «fuori dal mercato unico e controllo dell’immigrazione anche dagli stati UE», garantendo al Paese un libero mercato senza dazi, la fine della giurisdizione delle Corti europee, la fine della libera circolazione e l’ambiziosa promessa di ridurre gli ingressi nel paese al di sotto dei 100 mila l’anno.

Oltre alla Brexit, l’altro caposaldo della campagna elettorale è il sociale: May ha dichiarato di voler riordinare il welfare creato dai laburisti ed eliminare diversi privilegi dei pensionati per finanziare l’assistenza pubblica, tra cui la costruzione di un milione di case a prezzi popolari, lo stanziamento di 8 miliardi di sterline per il sistema sanitario e la protezione di 140 mila dipendenti ospedalieri. Molti accusano la accusano di voler colpire migliaia di anziani della “middle class“, soprattutto dopo la proposta di una “tassa sulla demenza”, un contributo che gli anziani della classe media avrebbero dovuto pagare per l’assistenza medica. La strage terroristica a Manchester, che ha provocato la morte di 22 persone, è stata un duro colpo per il Paese e per la governance conservatrice, accusata di debolezza e di inefficienza. La premier ha ribadito che «i valori della Gran Bretagna prevarranno» e ha deciso di innalzare il «livello di allerta al terrorismo da critico a grave».

Jeremy Corbyn, Partito Laburista

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Classe 1949, parlamentare dell’House of Commons dal 1983. Dopo la vittoria del leave, Corbyn è stato sfiduciato dalla maggioranza del suo partito per non aver sostenuto sufficientemente la campagna pro-remain e per la sua posizione europeista troppo tiepida. Il leader si è rifiutato di dimettersi ed è riuscito a farsi rieleggere alle nuove primarie. La stampa britannica ha definito il suo programma il più di sinistra degli ultimi 35 anni: controllo statale delle ferrovie, delle poste e del settore energetico, graduale cancellazione della “tuition fee” – la retta d’iscrizione all’università –, costruzione di alloggi popolari, nuovi fondi per aiutare i senza tetto, aumento dei finanziamenti per il welfare.

Per quanto riguarda la Brexit, Corbyn si oppone al leave, almeno fino a quando non ci sarà un accordo di collaborazione commerciale e doganale con l’Unione Europea. Il suo percorso alle elezioni 2017 è fortemente in salita perché, nonostante l’aumento degli iscritti grazie al consenso riscosso dal candidato, il partito è ai minimi storici dagli anni ’80. La stampa conservatrice lo accusa di estremismo, ritraendolo con il cappellino di Lenin e all’interno di sfondi stile anni ’70.

Nei giorni scorsi è tornato al centro delle polemiche un tema che lo aveva già colpito: i suoi presunti contatti con l’esercito repubblicano dell’Irlanda (IRA), risalenti a poco meno di 30 anni fa. Corbyn è accusato di non aver mai condannato nettamente il gruppo militare, mostrando sempre una linea poco dura nei suoi confronti. Nel caso di vittoria, Corbyn ha annunciato di proporre quattro nuovi giorni di vacanza, i bank holiday, uno per ogni santo patrono delle quattro nazioni del Regno Unito. A proposito dell’attacco terroristico di Manchester, Corbyn ha sottolineato la necessità di una nuova politica estera «per ridurre invece che incrementare la minaccia del terrorismo», puntando il dito contro il concetto di «guerra al terrorismo», che semplicemente «non funziona».

Rosa Uliassi

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