A molti di noi, tra i banchi di scuola, è capitato di dover recuperare qualche interrogazione alla fine dell’anno, per portare qualche accorgimento finale ad un voto piuttosto che ad un altro o per recuperare l’insufficienza in quella materia che proprio non riuscivamo a mandare giù. Ma sicuramente ognuno di noi ha avuto in classe quel compagno sfaticato, perennemente impreparato che dopo circa sei mesi di nullafacenza assoluta decideva di dare una svolta alla sua carriera scolastica sovraccaricandosi di studio e riuscendo, all’ultima interrogazione, durante l’ultimo giorno, a strappare quel 6 e fare salva la pelle.

Ecco, il Crotone è stato così quest’anno. Nove punti al giro di boa, praticamente nulla. Nessuna squadra, nell’era dei tre punti per vittoria, è mai riuscita ad ottenere la salvezza con uno score così basso al termine del girone d’andata, cosa che rende ancora più esaltante il traguardo dei ragazzi di Nicola. Certo, se magari l’Empoli non fosse stato, per riprendere la metafora precedente, lo studente certo della promozione già a gennaio e non avesse mollato la presa così presto, forse staremmo parlando di altro. Qui però si discute sempre di calcio, uno sport fatto di occasioni, un treno ad alta velocità che non prevede tante fermate. Chi, però, riesce a prendere questo treno ad una delle poche occasioni utili ha già vinto. I calabresi hanno corso tanto, hanno corso come non avrebbero mai pensato di riuscire a fare, buttando in saccoccia venti punti nelle ultime dieci giornate (con anche di mezzo una Juventus che in casa si giocava il sesto titolo consecutivo). Per capirci: meglio di loro, nello stesso arco temporale, hanno fatto solo il Napoli, con 26 punti, la Roma (25), i campioni d’Italia e l’Atalanta (20), il che vuol dire che in proiezione i rossoblù, se questo fosse stato lo score della prima parte di campionato, avrebbero potuto concorrere per l’Europa.

Raggiungere un obiettivo del genere, completare una rimonta di questa portata all’ultima giornata era un po’ il sogno di tutti in quella piccola città calabrese di 63000 abitanti. Per di più farlo in una giornata storica come quella dell’addio al calcio di un colosso come Totti ha calato tutto all’interno di una magnifica aura di irripetibilità e di sconfinata magia, a testimonianza che il calcio è senza dubbio una marionetta i cui fili sono mossi da qualcuno che già ha predisposto gli eventi per farli diventare il più emozionanti possibile.

Esultanza al termine della partita contro la Lazio per la salvezza raggiunta.

A chi si deve questo miracolo? Alla perseveranza, prima di tutto, alla voglia di non mollare mai neanche quando sembra che non ci sia più nessuna via di fuga, lezione che rende il Crotone una splendida magistra vitae. Che poi non è sicuro che si riesca a raggiungere l’obiettivo, ma fallire sapendo di aver impiegato tutte le forze possibili piuttosto che fallire sapendo di non averci provato, sarà una frase fatta, ma ha tutt’altro significato. Ma per trasmettere spirito di sacrificio alla squadra c’è bisogno di un grande allenatore, uno che entri in empatia con i giocatori a tal punto da essere il joystick che li comandi in campo. Davide Nicola ha dato una bella lezione a tutti gli scettici, me compreso, che lo vedevano come un semplice rimpiazzo, per di più di bassa qualità, di chi aveva compiuto già il miracolo l’anno prima, Ivan Juric. E invece proprio il tecnico piemontese è riuscito nel compito di tirare fuori il meglio da ciascuno dei propri ragazzi, di spingerli a gettare il cuore oltre l’ostacolo, con la complicità, ovviamente, di una dirigenza che non ha mai smesso di credere in lui.

Cordaz, Martella, Sampirisi, Rohdén, Stoian, Capezzi, Tonev, Acosty, Simy e Nalini (che ha regalato l’exploit nel momento più importante) sono stati tutti eccellenti protagonisti di un’impresa che rimarrà stampata nella mente dei tifosi crotonesi per sempre. Una menzione speciale merita, però, il vero trascinatore in campo di questa squadra, l’uomo che merita senza dubbio la copertina, Diego Falcinelli. L’ex Sassuolo, dopo le 15 presenze e i due gol dello scorso anno in Emilia, è stato spedito in Calabria per farsi le ossa, maturare  e tornare più forte di prima alla corte neroverde. Strategia di grande successo, indubbiamente: il ragazzo di Marsciano, prescindendo dai 13 gol conditi dai tre assist in 35 presenze (con a referto anche una tripletta, quella contro l’Empoli del 29 gennaio), ha trascorso un’annata da leader, riuscendo a caricarsi sulle spalle il peso dell’attacco calabrese e, nel momento più difficile della stagione, a tramutarsi, grazie ai suoi gol, nella luce in fondo al tunnel, contribuendo in maniera decisiva alla rinascita. La convocazione in Nazionale da parte del C.T. Ventura è solo un piccolo, ma necessario, riconoscimento per questo ragazzo che ha confermato ad alti livelli il talento mostrato in serie B con la casacca del Perugia, dando prova del fatto che a 26 anni – forse tardi per i tempi che corrono –  finalmente anche il Falcio può dire la sua nel calcio che conta.

Tutti noi dobbiamo delle scuse a questi ragazzi, non per essere rimasti in serie A, ma per non aver mai creduto in loro, per averli dati per morti fin dall’inizio, per non aver creduto nel loro cuore, nella loro grinta, nel loro entusiasmo, quello che l’anno prossimo i rossoblù continueranno a portare nelle nostre case la domenica (e non il sabato).

 fonti immagini:strettoweb.com; calciomercatoweb.com

Vincenzo Marotta

 

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