Uber pareggia il conto con i tassisti, anzi, si può dire che si porta in vantaggio. Questo, in poche parole, il risultato della vertenza giudiziaria che ha coinvolto l’azienda di San Francisco, che dal 2009 offre un servizio di trasporto automobilistico privato attraverso un’applicazione per cellulari, che mette fra loro in contatto autisti e passeggeri.

Dal giorno del suo arrivo in Italia, il colosso di Travis Kalanick è stato energicamente osteggiato dai suoi principali concorrenti, i tassisti, che hanno presentato numerosi ricorsi – ultimo in ordine di tempo, quello presso il Tribunale civile di Roma – per violazione della normativa sulla concorrenza.

Lo scorso 7 aprile i giudici romani — sulla falsa riga degli ultimi orientamenti giurisprudenziali — avevano dato ragione ai tassisti, accertando la condotta di concorrenza sleale secondo il diritto italiano da parte del gruppo statunitense, inibendo così il funzionamento dell’applicazione nonché qualsiasi ulteriore promozione del servizio su tutto il territorio nazionale, pena il versamento di una penale di 10mila euro per ogni giorno di ritardo nell’adempimento dell’ordinanza dopo il decimo giorno successivo alla comunicazione della decisione.

In quel momento, una battuta d’arresto non indifferente per Uber, che ha rischiato seriamente di dover interrompere le proprie attività commerciali nel nostro paese.

Meno di due mesi dopo, lo scenario si è clamorosamente ribaltato.

Con ordinanza pubblicata il 26 maggio scorso, infatti, la IX Sezione Civile del Tribunale di Roma ha accolto il ricorso presentato da Uber, revocando la propria ordinanza e permettendo così al gruppo americano di continuare ad operare in Italia con il servizio UberBlack, che mette a disposizione della clientela una serie di berline nere — da qui il nome “black” — con autista al seguito.

Tutti gli altri servizi di Uber, compresi UberPop e soprattutto UberX, che permette a chiunque di improvvisarsi autista, rimangono vietati in Italia, sulla scorta delle pronunce delle corti di Milano e Torino, precedenti all’ordinanza romana.

E dire che, all’inizio di maggio, aveva suscitato scalpore la presa di posizione dell’Antitrust, che si era schierata accanto alla compagnia californiana, inviando un documento ai giudici di Roma in cui sosteneva una maggiore liberalizzazione dell’attività di trasporto privato, in contrasto con la normativa vigente, ritenuta troppo penalizzante per i soggetti commerciali in procinto di entrare sul mercato.

Nell’occasione, non si era fatta attendere la risposta dei sindacati dei tassisti, che si erano proclamati indignati per l’atto — tecnicamente non richiesto — dell’Antitrust, a loro giudizio lesivo delle loro posizioni nonché a indebito — perché proveniente da un’Authority pubblica — sostegno di un soggetto privato.

A fronte dei fatti sin qui documentati, s’impongono, a nostro giudizio, due ordini di considerazioni.

La prima riguarda la battaglia giudiziaria fra Uber e i tassisti, ben lungi dal potersi considerare conclusa. L’alternarsi degli orientamenti giurisprudenziali degli ultimi mesi la dice lunga, infatti, sulla delicatezza della questione, che coinvolge non solo gli interessi commerciali di importanti operatori di mercato, ma anche il significato e la portata delle stesse norme riguardanti la concorrenza, un concetto che più di tanti altri si espone al cambiamento dei tempi nonché al progresso giuridico della società.

Una volta chiarito il bene giuridico che le norme sulla tutela della concorrenza sono chiamate a salvaguardare, è opportuno chiedersi sin dove sia giusto preservare le imprese italiane dalle minacce esterne degli operatori commerciali che offrono servizi concorrenti, sino alla soluzione estrema di inibire a questi ultimi l’esercizio delle loro attività.

Il vento, in quest’ultimo senso, sembra essere cambiato, ma se così fosse diventa di particolare urgenza la necessità di modificare la normativa in vigore, non soltanto nell’ottica di migliorare la mobilità dei cittadini nei grandi centri italiani, ma anche e soprattutto per chiarire, una volta per tutte, il concetto di concorrenza, se non altro per fondamentali esigenze di certezza del diritto.

Carlo Rombolà

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Avvocato, scrittore, lettore. Non necessariamente in quest’ordine. Ha studiato legge per quasi cinque anni presso l’Università di Bologna, per poi specializzarsi con un master in diritto delle nuove tecnologie. Nel frattempo, ha scoperto che, oltre al diritto, ci sono un sacco di altre cose che lo appassionano: la geopolitica, i viaggi, i libri, la musica. La curiosità è il suo più grande pregio, l’inquietudine il difetto. Ad entrambi, non v’è rimedio. Per fortuna.