Isabel Allende, figlia dell’ex presidente socialista cileno Salvador Allende e tra le più rinomate scrittrici sudamericane, ha sottoposto all’attenzione della Comisión Interamericana de Derechos Humanos (Commissione Interamericana dei Diritti Umani) la situazione di criminalizzazione e vuoto legislativo in cui versa il Cile rispetto al tema dell’aborto. Allende dichiara all’interno di un video YouTube:

«Il Cile possiede una delle leggi più draconiane (ndr l’espressione leggi draconiane indica severità, rigore e intransigenza delle leggi) del mondo rispetto al tema dell’aborto, equiparato in ogni senso ad un atto criminale.»

Risale allo scorso anno l’approvazione da parte della Camera dei Deputati del Cile del DDL per la depenalizzazione dell’aborto, un decreto di legge che non ha mai superato la soglia dell’approvazione legislativa da parte del Senato, che ostacola l’approvazione della legge da ormai più di un anno. Lo stesso DDL che Isabel Allende richiede venga approvato il più velocemente possibile.

Il Cile rimane uno dei sei Paesi del mondo dove l’aborto è completamente proibito, senza nessun tipo di eccezione. Tale  divieto risale alla dittatura militare anticomunista di Augusto Pinochet, che nel 1989, sei mesi prima della caduta del regime, penalizzerà qualsiasi pratica di aborto, anche quella terapeutica che era stata legalizzata nel 1931. La democrazia si è ristabilita in Cile da 27 anni, e l’incremento dei diritti civili, soprattutto negli ultimi anni, è stato assolutamente positivo — basti pensare al riconoscimento del divorzio nel 2004 e all’approvazione nel 2015 dell’unione civile per le coppie omosessuali —, tuttavia la legiferazione sul tema dell’aborto sembra non essere mai uscita dal regime dittatoriale di Pinochet.

La presidente del governo cileno Michelle Bachelet aveva fatto della depenalizzazione dell’aborto uno dei punti cardine del suo programma elettorale. Il DDL, approvato alla Camera con soli otto voti a favore e ora bloccato al Senato, prevede la possibilità per una donna di ricorrere all’aborto in tre casi specifici: rischio di salute per la donna, gravidanza frutto di una violenza sessuale subita e malformazioni del feto.

Il disegno di legge, appoggiato secondo le stime dal 70% del popolo cileno, ha incontrato forte contrarietà sfociata poi in ostruzionismo da parte dell’opposizione di destra, in particolare del partito della Democrazia Cristiana, che al tempo dell’approvazione alla Camera si rivolse senza successo al Tribunale Costituzionale per abolirne l’approvazione.

Il deputato della Unión Demócrata Independiente (Unione Democratica Indipendente), Gustavo Hasbún, sostenne che il DDL proposto da Bachelet non fosse altro che l’anticamera per la legalizzazione dell’eugenetica, dell’abominevole manipolazione dei geni al fine di creare una specie umana perfetta, dell’eliminazione di fatto tramite la pratica dell’aborto dei bambini disabili. René Manuel García, del partito di Renovación Nacional (Rinnovamento Nazionale), arrivò persino a comparare il DDL per la depenalizzazione dell’aborto con le violazioni dei diritti umani avvenute durante la dittatura di Pinochet — a detta del deputato il governo militare di Pinochet era stato responsabile dell’assassinio di migliaia di persone adulte, il governo di Bachelet lo sarebbe divenuto di migliaia di bambini.

I conservatori della destra cilena sembrano tuttavia ignorare il fatto che in Cile ogni anno si compiano tra 70.000 e 140.000 aborti clandestini. La presidente del Colegio de Matronas de Chile, Anita Román, segnala che moltissime donne, non potendo permettersi viaggi e spese mediche per abortire in modo sicuro e legale a Cuba, in Argentina o negli Stati Uniti, sono costrette ad autocompiere la loro volontà con mezzi non indicati e ad alto rischio per la salute come forbici, intrugli di erbe e sonde improvvisate.

In Cile vi sono anche medici che all’interno di consulte private realizzano aspirazioni uterine a donne fino alla dodicesima settimana di gestazione, che tuttavia data la situazione di illegalità possono arrivare a costare fino a 7.000 dollari. La clandestinità diventa un potenziale bacino di abusi, dato che alla cifra irragionevole da pagare per un intervento di questo tipo spesso si aggiungono ricatti sessuali da parte del personale medico, o minacce di violazione dell’anonimato se dovesse capitare di nuovo, sottomettendo la donna a una a vera e propria violenza strutturata.

L’appello di Isabel Allende alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani mira al riconoscimento di quello che lei stessa definisce un diritto umano di base per tutte le donne. Dinanzi alla Commissione ha testimoniato, insieme a diverse altre associazioni per la legalizzazione dell’aborto, la cilena Paola Valenzuela, costretta a portare a termine una gravidanza che metteva a rischio la sua salute. Secondo la sua testimonianza i servizi di salute cileni non le avrebbero dato altra alternativa, se non quella di affidarsi a Dio. Racconta visibilmente commossa e disperata la morte del figlio nella ventiduesima settimana di gestazione:

«Ho portato mio figlio al cimitero. Dopo tutto quello che ho passato per lo stato cileno mio figlio era solo un non nato. Per me era tutto. Se sono qui a raccontare la mia storia è perchè nessun altra donna o famiglia sia costretta a passare questo dolore. Le cose devono cambiare in questo paese.»

Quella di Paola Valenzuela è una tra le tante testimonianze di un dolore provocato dall’assenza di una legge che depenalizzi l’aborto. Quest’ultimo non dovrebbe essere un privilegio sanitario a cui possano accedere solo le persone di ceti elevati; sebbene possa rimanere una scelta con forti implicazioni etico-morali, non dovrebbe assolutamente esserne messa in dubbio la tutela a livello legislativo, nonché la possibilità di ogni donna ad autodeterminarsi e ad agire liberamente con il proprio corpo.

Sara Bortolati

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Sara Bortolati, classe 1991, diplomata presso il Liceo socio-psico-pedagogico D.G. Fogazzaro di Vicenza e laureata in Filosofia (vittima del 3+2) presso l’Università degli studi di Padova. Attualmente frequento l’ultimo anno di magistrale con la speranza di potermi laureare con una tesi sulla questione di genere, concentrandomi in particolare sull’opera di Butler e Foucault. Amante della fotografia, con un debole per quella analogica su rullini scaduti, onnivora di film, meglio se concettualmente disturbanti o d’essai, devota all’arte contemporanea, alla causa femminista, alla poesia e al caffè. Il tutto condito da una montagna di contraddizioni, sigarette, sogni nel cassetto, fumetti e la voglia, se non di cambiare il mondo, per lo meno di confrontarsi sempre attivamente con esso. Non credo in Dio, non faccio parte di nessuna associazione politica e marcio fiera tra le schiere di coloro che hanno fede nel fatto che cultura e istruzione un giorno possano cambiare il mondo. Allergica alla polvere, al polline e alle menti chiuse e retrograde.