Martedì 23 maggio il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, ha approvato la reintroduzione della legge marziale. L’ultima volta che l’arcipelago delle Filippine ha visto l’introduzione di una misura così drastica è stato nel 1971, anno in  cui l’allora presidente dal pugno di ferro, Ferdinand Marcos, ne dichiarò l’applicazione.

La scelta del presidente Duterte di reintrodurre la legge marziale è sicuramente in linea con la sua visione e condotta politica. A quasi un anno dalla sua elezione, Duterte non si è sicuramente contraddistinto per il suo carattere indulgente e permissivo, anzi, ciò che ha subito mostrato è stato il suo carattere duro e intollerante nei confronti della corruzione e del narcotraffico.

Duterte ha manifestato sin da subito quali fossero i suoi obiettivi principali e la lotta alle droghe ha sempre avuto un ruolo prioritario. Il principio della tolleranza zero che ha espresso appena divenuto presidente delle Filippine ha fatto in modo che l’escalation di violenza nei confronti di criminali, tossici e spacciatori, da parte dell’esercito regolare e non solo, trovasse una sorta di legittimazione. Ad occuparsi delle uccisioni e delle sparizioni di queste persone, considerate dal presidente  “scarti” della società, sono i cosiddetti angeli della morte, squadristi addestrati e incaricati di “ripulire” di notte le strade delle città.

Nelle ultime settimane, però, sembra che la priorità dell’agenda politica di Duterte sia cambiata, e l’attenzione sembrerebbe essersi spostata dal narcotraffico al terrorismo di matrice islamica.

Il terrorismo in questione è quello portato avanti da alcuni gruppi estremisti islamici presenti nell’arcipelago. Tra i più efferati ci sono Abû Sayyaf e Maute. Il primo nasce nei primi anni novanta del novecento ed è un gruppo paramilitare separatista di matrice jihadista – vicino ad Al Qaida – conosciuto e temuto soprattutto per i numerosi rapimenti, estorsioni, stupri e assassinii perpetrati ai danni di turisti, giornalisti e persone del posto di religione cattolica. Abû Sayyaf nasce con uno scopo ben preciso, ossia quello di creare uno stato islamico nel Mindanao e di ottenere l’indipendenza dal resto del Paese a maggioranza cattolica. Fino ad oggi il gruppo è stato fautore di numerosi attentati e di scontri contro l’ esercito regolare. Maute, invece, nasce nel 2013 ed è un gruppo paramilitare terroristico di matrice islamica; a differenza del primo, questo ha espressamente giurato fedeltà all’ISIS e si presenta come un vero e proprio affiliato del califfato nel Sud-est asiatico.

Il fatto che i due gruppi estremisti operino principalmente sull’isola di Mindanao non è affatto un caso. Sin dal raggiungimento dell’indipendenza dagli USA nel 1946 questa zona a sud dell’arcipelago è  stata caratterizzata da scontri continui tra la minoranza musulmana e la maggioranza cattolica ed essendo una zona molto povera va da sé che il diffondersi di gruppi estremisti di questo genere sia stato più semplice.

Ed è proprio in risposta all’ennesima insurrezione terroristica di Abû Sayyaf e Maute verificatasi martedì 23 che il presidente Duterte ha deciso di rispolverare una vecchia conoscenza dell’apparato governativo filippino: la legge marziale. Il motivo che avrebbe spinto il presidente a varare una misura del genere è da rintracciare nel fallimento di un’operazione dell’esercito regolare, volta a smantellare questi due gruppi estremisti. Quella mattina una squadra dell’esercito – sotto previa autorizzazione di Duterte – avrebbe condotto un’azione militare nella città di Marawi, dove secondo una “soffiata” si trovava il leader di Abû Sayyaf, Isnilon Hapilon.

Sfortunatamente per l’esercito, Hapilon era protetto da un centinaio di miliziani armati, ragion per cui l’operazione è risultata del tutto fallimentare. I combattenti di Abû Sayyaf hanno risposto al fuoco e hanno chiesto aiuto al gruppo Maute, il quale ha risposto prontamente, inviando centinaia di uomini nella città di Marawi. I miliziani di Maute in poco tempo hanno preso il controllo di gran parte della città, assaltando numerosi edifici, un carcere e una chiesa. Secondo il Fatto Quotidiano i combattenti estremisti di Maute avrebbero incendiato la chiesa, sequestrato un sacerdote e altre 13 persone tra fedeli e personale interno alla chiesa.

Ad oggi, a distanza di più di una settimana, Marawi continua ad essere in preda al caos: a causa degli scontri sono morte 85 persone e centinaia di famiglie hanno lasciato e stanno ancora lasciando le proprie abitazioni. I miliziani, inoltre, avrebbero issato una bandiera dello Stato Islamico nella città e decapitato un agente di polizia.

La conseguente legge marziale proclamata dal presidente di Manila dovrà essere approvata dal parlamento e durerà 60 giorni, anche se Duterte sembrerebbe essere predisposto a prorogarla per un anno. Egli ha, inoltre, confermato di ispirarsi alla legge marziale applicata da Ferdinand Marcos, che a suo tempo fece in dieci anni più di 3 mila vittime, cui si aggiungono le migliaia di persone torturate e sequestrate.

La comunità internazionale è rimasta abbastanza scossa ed è per lo più scettica che una misura così restrittiva possa favorire la lotta al terrorismo. Con la legge marziale la libertà dei cittadini inevitabilmente subirebbe delle forti restrizioni, i tribunali militari controllerebbero la normale amministrazione delle giustizia e ci sarebbe la possibilità di aumentare le sanzioni normalmente previste dall’ordinamento giuridico. Una misura del genere sembra agli occhi delle comunità internazionali e delle ONG eccessiva, soprattutto in virtù del fatto che Duterte avrebbe manifestato la volontà di allargare la legge marziale anche a tutto l’arcipelago e non solo all’isola di Mindanao.

È molto probabile, dunque, che questa lotta al terrorismo islamico, portata così ardentemente avanti dal presidente, sia solo un pretesto per imporre un regime più repressivo e autoritario nell’arcipelago delle Filippine. E sembrerebbe essere quasi riuscito nell’intento in considerazione del fatto che egli gode in parlamento di una significativa maggioranza, ragion per cui è pressoché certo che la legge marziale verrà approvata.

Inoltre, nonostante il popolo filippino non abbia dimenticato le violenze e le ingiustizie subite durante i dieci anni di legge marziale sotto il governo di Marcos, si è professato per lo più dalla parte del presidente Duterte e per ora, almeno, sembrerebbe aver accettato senza indugi la legge marziale.

Giuseppina Catone