Torna l’appuntamento settimanale con la rubrica “Lettere in Soffitta” che questa volta approda nella caliente Andalucia, regione nel profondo sud della Spagna, per approfondire i tratti di una delle figure più emblematiche e, ancora oggi, fonte di indiscusso interesse: Federico García Lorca.

Lorca nacque in una cittadina vicino Granada nel 1898 da un’agiata famiglia e, sin da subito, si dedicò con passione allo studio dell’arte, della musica e della letteratura. Dopo aver frequentato, senza troppi entusiasmi, la facoltà di Giurisprudenza si trasferì a Madrid nel 1919, momento cruciale che segnò l’inizio della sua attività di artista poliedrico.  Venne in contatto proprio nella capitale con personalità del calibro di Luis Buñuel, Salvador Dalí, Pablo Neruda, Pedro Salinas, Miguel Hernández e Rafael Alberti.

Insieme, questi giovani artisti formarono il gruppo che sarebbe passato alla storia come la “Generazione del ‘27”, nata dal terzo centenario della morte di Luis de Góngora, esponente de  Siglo de Oro spagnolo che, fino allo scoppio della guerra civile, si ripropose di diffondere la tradizione spagnola con occhio al futuro. Bisognava dunque conciliare il carattere popolare con la ricerca di una bellezza formale: la ricerca della perfezione stilistica, ma  allo stesso tempo dell’umanizzazione poetica, affinché la poesia fosse espressione di sentimenti veri e autentici. Sarà poi la guerra e la feroce dittatura franchista a stroncare le sorti del movimento.

Lorca presto raggiunse grande fama in tutta la Spagna ma, non solo, compì un viaggio negli Stati Uniti d’America che consacrò la sua carriera. Al ritorno, nel 1931, si dedicò alla fondazione e alla direzione del teatro universitario “La Barraca”.

Ed è proprio la sua produzione teatrale ad interessare, in quanto egli girò l’intera Spagna, soprattutto la natia Andalucia, per avvicinare al teatro classico spagnolo e alle sue opere non solo i grandi centri ma anche il popolo e le classi contadine.

Genio sensibile, dallo stile surrealista ma vera espressione della realtà circostante; animo romantico, stretto nelle prescrizioni di una società ostile al cambiamento. La ambivalenza della sua indole, a cavallo tra quella di un uomo solitario ma passionale e l’immagine di un allegro intellettuale dotato di forte attrattiva, lo ha reso un drammaturgo completo ed universale.

Le sue opere racchiudono l’essenza della vitalità umana, delle sue contraddizioni ma anche delle passioni più violente, viscerali. Il sangue è un elemento costante, non solo nella sua valenza materiale che rimanda alla consumazione di atti violenti, quanto piuttosto vera e propria linfa energetica ed impulso che governa la vita umana.

«Bisogna seguire il sangue. Sangue che vede il sole, la terra lo risucchia. Meglio morire dissanguati, che vivi con il sangue marcio» ( tratto da Nozze di Sangue).

Lorca ci indica la strada della passionalità: la giusta via è seguire il sangue ovvero il proprio istinto, la natura insita in ciascuno; non le convenzioni, gli schemi sociali che ci preconfezionano realtà a noi esterne, avulse dal nostro essere.

Ed è proprio l’opera teatrale “Nozze di sangue” a contenere e meglio esplicare tutte le componenti della poetica: nessun personaggio viene indicato col nome di battesimo (ad eccezione di Leonardo) bensì con le categorie sociali e quindi col ruolo che assumono nella società (la madre, la sposa, la moglie, lo sposo, etc..). Leonardo è “un uomo di sangue, segue le proprie passioni, l’istinto, a qualsiasi costo.

Il «duende bisogna svegliarlo nelle più recondite stanze del sangue» esordisce l’autore nel 1918 in “Teoria e gioco del duende”. Tuttavia in cosa si esprime, cosa indica il duende? Nella capacità di provare inquietudine, una necessaria condizione che ogni pensatore dovrebbe possedere. Poiché solo «chi possiede duende, ossia si fa interprete dell’autentica inquietudine, riesce a comprendere lo spirito dei tempi, a comunicarne le radici».  Dunque trasformare in arte qualsiasi dolore, passione, persino la morte.

Altra presenza ricorrente è la figura femminile come protagonista del dramma, con una grande attenzione alla trattazione psicologica, alle sfaccettature; la donna è l’emblema della sensualità e dello slancio vitale. Cosi ne “La casa di Bernarda Alba”, l’ultima opera composta prima della prematura morte, si sviluppa una tragedia tutta al femminile: al centro della vicenda una madre asfissiante, dispotica e intorno tre sorelle che si contendono l’amore di un unico uomo, Pepe Romano. Ancora una volta il sangue torna a macchiare la scena come tragico epilogo. Di nuovo, il tumulto è interiore, nelle case, negli animi purché tutto sia salvato allo sguardo esterno, che tutto venga taciuto, che il silenzio avvolga il tutto.

«E non voglio pianti. Bisogna guardare la morte in faccia. Silenzio! Zitta, ho detto! Riservati le lacrime per quando sarai sola. Ci annegheremo tutte in un mare di lutto. La figlia minore di Bernarda Alba è morta vergine. Avete sentito? Silenzio, silenzio, ho detto. Silenzio!» (tratto da La Casa di Bernarda Alba).

Cosi come nella poesia, anche nella trattazione drammaturgica, i temi della frustrazione vitale e del presagio della morte emergono come epilogo quasi eroico alla vita, come a presagire la tragica e prematura scomparsa dell’autore stesso. Fucilato da un plotone di franchisti a soli 38 anni nel 1936, García divenne il simbolo di un’itera generazione pronta a pagare con la vita la propria libertà.

Le sue opere considerate indegne, furono bandite dal regime sino alla metà degli anni ’70; la sua morale, giudicata a causa della sconveniente omosessualità. Tuttavia o forse proprio per lo scalpore di cui è protagonista, la sua fama prosegue ininterrotta: indiscutibilmente passò alla storia come una delle espressioni del glorioso passato spagnolo, da cui ripartire per la costruzione di un futuro scevro da totalitarismi.

Alessandra Sasso