Come nel calcio si suol dire “il singolo non può cambiare la squadra” così al cinema vale il detto “l’attore non fa il film”. Vero, ma ci sono casi dove il divismo di un attore – ottenuto tramite le sue velleità interpretative, estetiche o espressive – contribuisce a dare al film quel tocco in più, cosa che gli consente, spesso, di strappare una convinta sufficienza. Il tutto, senza mostrare poi chissà cosa.

Quest’ultimo è il caso del film di Wonder Woman, che eredita il corpo e il volto di Gal Gadot, attrice israeliana trapiantata ad Hollywood che ha avuto il merito di sostituire (e forse elevare) l’icona della supereroina sul grande schermo. Non solo ha preso il testimone dall’attrice Lynda Carter, feticcio voluttuoso per i giovani maschietti degli anni ’70, ma l’ha superata e messo d’accordo tutti: desiderio erotico per gli uomini, modello idealtipico per il gentil sesso.

E quando un film gode delle fortune magnetiche della sua protagonista, per funzionare, gli basta una sceneggiature convenzionale, una messinscena credibile e dei dialoghi accettabili. E la regista Patty Jenkins ha dato al suo pubblico (fatto per lo più di gente che mastica i codici hollywoodiani e supereroistici) proprio questo. Niente di più, niente di meno.

E quindi il film che ne deriva lascia sommariamente soddisfatti, ma entriamo più nel dettaglio:

Siamo nel 1918, in piena prima guerra mondiale. Il film parte con un prologo che vede una Diana (Wonder Woman) bambina sull’isola di Themyscira, locus amoenus segregato dal resto del mondo e dagli uomini (uomini inteso soprattutto come genere maschile e non essere umani, ma su questo poi ci torneremo). Lì inizia il suo addestramento guerriero, il che ci conduce fino alla sua maturazione di giovane e seducente adulta. Un bel giorno, mentre osserva le delicate increspature del mare, vede cadere un aeroplano. Ancora vivo, ma a rischio annegamento, c’è una spia inglese- interpretato dal sorriso sornione di Chris Pine. A seguirlo, navi tedesche che giurano di ucciderlo. Questo è un momento importante: c’è il primo contatto di Diana con il mondo esterno, il mondo reale. Prende coscienza che lì fuori c’è molto di più e, anzi, c’è una guerra che promette di distruggere tante vite e lei sente (eroicamente) che è l’unica che può fermarla. Insomma il classico incipit supereroistico della profezia che si autoadempie.

Da lì sono tanti siparietti comici tra lei e il suo nuovo compagno d’avventura fino all’agognato approdo in Inghilterra, figlio di un sofferto beneplacito da parte della lunatica madre.

gal gadot wonder

Arrivata nel mondo urbano e frenetico, il mondo moderno, Diana appare una versione uterina e svampita di Tarzan. Prima di Chris Pine non aveva mai visto un uomo (e quindi immaginate gli standard da quel momento in poi), i bambini e gli spogli palazzi della Londra urbana rappresentano per lei una realtà molto più cupa e ostile rispetto all’isola paradisiaca da cui proviene. Disorientata? Certo, ma nemmeno tanto. Diana è caratterizzata come una tipa tosta, cocciuta e impavida.

Ha problemi nel relazionarsi col prossimo, sicuramente, ma non si può certo biasimare: fin da bambina le hanno raccontato le storie più assurde, su tutte, quella che vede nella violenza e nelle guerre degli uomini un piano ordito da un Dio, Ares, invidioso della creazione del padre. Ne consegue che gli uomini, quindi, non sono ne maligni ne invidiosi per natura, ma solo delle marionette in mano a delle forze oscure, trascendenti.

wonder woman chris

C’è una debolezza di fondo nella filosofia del film. Non vi è alcun libero arbitrio, l’uomo non ha il controllo nemmeno della sua di vita, delle sue scelte. A meno che non sia, appunto, un Dio.

Un film che forse paga l’ipertrofico politicamente corretto del cinema odierno, soprattutto occidentale, e quindi la retorica (ipocrita) che risponde all’assioma: donna positiva, uomo negativo. Durante tutto il film, non a caso, le amazzoni vicine a Diana non tardano a sottolineare che il mondo degli uomini sia corrotto, aggressivo, bugiardo e chi più ne ha più ne metta. Parlano di uomo in quanto essere umano, ma in alcuni dettagli traspare più di qualche dardo nei confronti del genere maschile. Cosa comunque soprassedibile, ripetiamo, non è di certo l’unico film ad ereditare questi taciti dettami dello zeitgest del tempo.

Altro piccolo problema di coerenza è lo sciovinismo. Diana repelle ogni tipo di guerra, dal concetto in sé fino a una sua qualsiasi reificazione. Il problema è che lei (fidandosi ciecamente di uno sconosciuto) decide di intraprendere una guerra contro coloro che – sempre a detta dell’uomo sconosciuto – sono brutti e cattivi. Senza prove tangibili, senza indizi che suffraghino quella convinzione.

gal gadot wonder woman

Le scene d’azione sembrano uscite da un intro di un videogioco, ed è una cosa positiva, gli attori grazie al digitale si muovono in una cinetica plastica intervallata da rallenty alle Matrix, memento che difficilmente il fandom supereroistico non potrà apprezzare.

Finale con agnizione che accompagna un epilogo eroico e pirotecnico che unisce i punti sull’origine della nostra supereroina.

In sintesi, Wonder Woman è un film convenzionale, asciutto, che paga più di qualche incoerenza narrativa. Ma gode di una messinscena vincente (digitale) e di una protagonista, Gal Gadot, che buca lo schermo e il cuore degli spettatori.

Enrico Ciccarelli