“Dal proprio nido alla vita” è il poemetto del giovane scrittore marchigiano Fabio Strinati.

Strinati, oltre che poeta anche musicista, racconta di aver deciso di scrivere la sua opera dopo essersi immerso nella lettura di “Miracolo a Piombino“, libro di Gordiano Lupi.

Copertina del libro

“Dal proprio nido alla vita” è un’opera derivata, che in tal senso riprende e fa propri alcuni aspetti di “Miracolo a Piombino”, il tema dell’adolescenza su tutti, ma anche quello dell’isolamento e della scoperta del mondo. La scrittura è in versi liberi e in un flusso poetico defluiscono sensazioni e sentimenti e, allo stesso tempo, angosce e preoccupazioni. Strinati cerca di ricreare la stessa atmosfera dell’opera di Gordiano, che coniuga odori e sapori a stati d’animo e sensazioni, e, quindi, ricostruire quella connessione che ha permesso a lui di intraprendere un viaggio alla scoperta di se stesso.

Strinati sceglie un animale simbolo per la sua opera e mentre l’animale scelto da Lupi era il gabbiano, in “Dal proprio nido alla vita” il riferimento va sempre alla rondine. Rondine e gabbiano sono due animali in qualche modo affini, che richiamano l’immagine del movimento e della ricerca. E se da un lato il gabbiano è l’emblema assoluto della libertà, dall’altro la rondine, annunciatrice di primavera, rappresenta il viaggio. Il tema del viaggio attraversa tutto il libro di Strinati, inteso qui come “passaggio” dall’infanzia alla vita adulta.

La rondine, che non ha paura di spiccare il volo e affrontare la vita, è massima incarnazione di questa simbologia.

«Vorrei essere una rondine.

Una di quelle rondini che sanno affrontare la vita,

Una rondine è bianca pallida, educata, gentile, affabile…

una rondine è elegante, e vede il cielo (il suo cielo )

come un aldilà facilmente raggiungibile, anche se distante.

 La distanza, è quel metro virtuoso che separa ed unisce

la fanciullezza dalla maturità…»

La distanza tra cielo e terra non va a rappresentare un ostacolo insormontabile per la rondine, che anzi vede il cielo come facilmente raggiungibile. E la volontà di essere una rondine non è altro che la volontà di volare e superare i propri limiti. Più volte viene espresso questo desiderio.

«Il mio più grande desiderio, è sempre stato quello

di poter volare, di potermi alzare in volo

proprio come fanno gli uccelli…»

Volare da sempre è associato al concetto di libertà, in questa opera il volo è inteso come un superamento dei confini, un salto nel vuoto e nell’ignoto.

E nell’allontanarsi da un nido sicuro poter sperimentare la vita. C’è qui un richiamo al mito di Icaro.

Icaro, figura della mitologia greca, è l’uomo che preso dall’ebbrezza del volo, grazie alle ali di cera costruite dal padre Dedalo, si avvicina troppo al sole e finisce per cadere in mare, dove trova la morte. La sua figura è soggetta ad interpretazioni bivalenti: da un lato, Icaro rappresenta la tracotanza e la superbia di voler toccare il cielo. Icaro viene punito per aver osato, per esser voluto andare troppo oltre. Dall’altro lato, proprio in virtù di questo, rappresenta coraggio ed eroismo, la volontà di superare i limiti umani.

In questa opera il coraggio nello “spiccare” il volo, che colma la distanza tra infanzia e età adulta, coincide con la curiosità di darsi alla vita.

Il non poter volare è, invece, metafora del vicolo cieco in cui si rimane bloccati quando manca l’audacia di darsi la spinta per mettersi in movimento. Perché nel caso in cui si spiccasse il volo, abbandonando il nido per superare i propri limiti, l’angoscia sarebbe dietro l’angolo.

«L’urlo rappresenta l’orrore di una gioventù

che vuol morire giovane….

di una fanciullezza che si esprime attraverso

il suo stato d’animo confuso,

in un altrettanto futuro confuso.»

In qualche modo il richiamo va alla figura di Peter Pan; un Peter lontano dalla versione stucchevole e gioviale disneyana e ben più vicino a quella cruda e perturbante di J.M. Barrie. Peter, il ragazzo che non vuole crescere, non rappresenta altro che la volontà della giovinezza perenne, una giovinezza che in qualche modo presuppone l’impasse, l’eliminazione di qualsiasi percorso e dunque la negazione dell’età adulta, che coincide con la negazione della vita. Perché la vita è in fieri e negarne il divenire equivale a negarne l’essenza più profonda.

«Le persone si muovono nel tempo.

Uno spazio ficcato lì non per caso, come un orologio

che scandisce in maniera precisa, le sorti

del nostro futuro, perché…»

La minaccia della morte e del tempo incombe su tutti: voler arrestare l’orologio non è altro che una negazione del futuro per il passato.

«ero come una rondine affannata,

seppur affamata di quella curiosità

che solo la vita, e un volo di libertà

possono saper esprimere, con poesia

e sublime musicalità d’intrecci e colori mai illusori….

 ero quella rondine emaciata,

che soffriva la presenza, di muri e di perimetri,

che mi soffocava il cuore, dentro quel

mio corpicino fragile e smunto!»

Il volo di libertà spicca a partire dalla curiosità e dal superamento di limiti e muri e porta all’esplorazione e conoscenza della propria identità. Il nido è il punto di partenza, la vita è quello di approdo.

Vanessa Vaia

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Vanessa Vaia nasce a Santa Maria Capua Vetere il 20/07/93. Dopo aver conseguito il diploma al Liceo Classico, si iscrive a "Scienze e Tecnologie della comunicazione" all'università la Sapienza di Roma. Si laurea nel 2016 con una tesi sulle nuove pratiche di narrazione e fruizione delle serie televisive "Game of Series".